domenica 24 marzo 2019

SCAMBIERESTI BORJESSON CON ANZOLIN?

Nell'estate del 1961 la Juventus, fresca vincitrice del campionato, decide di ampliare il proprio parco attaccanti con uno dei nomi più in voga del panorama europeo, lo svedese Rune Börjesson, stella della relativa nazionale e cannoniere dell'Örgryte.


I numeri realizzativi del ventiquattrenne svedese sono di tutto rispetto e si quantificano in 50 reti in 64 partite di campionato (con due titoli di capocannoniere conquistati), impreziosito da ben 17 gol messi a segno in 20 partite con la rappresentativa della Svezia.
In patria e sempre con la maglia dell'Örgryte ha incantato tutti in coppia con Agne Simonsson, altro asso messosi in luce al Mondiale del 1958 e già emigrato in Spagna per giocare con il Real Madrid e con la Real Sociedad nella stagione in questione.
A Göteborg sono convinti che tra i due ci sia addirittura telepatia, per la straordinaria intesa che dimostrano in campo, facendo letteralmente l'uno la fortuna dell'altro.
Al contrario di Simonsson, Börjesson non ha preso parte al Mondiale giocato in casa, ma ha esordito nel medesimo anno in una partita contro la Norvegia: a conferma della sua grande capacità realizzativa, ha impiegato solo 2 minuti per sbloccare la partita, segnando il primo delle sue diciassette marcature con la maglia Blågult.
Obiettivo di tutti i calciatori è però quello di sbarcare in Italia o in Spagna, dove i relativi club offrono lauti guadagni e la possibilità di competere ai più alti livelli: per questo motivo quando la Juve gli propone un contratto non ci pensa due volte ad accettare.
La stagione 1961/1962 è però difficile per Madama, incappata in una stagione di grande difficoltà, culminata con un deludente dodicesimo posto: la guida tecnica, affidata inizialmente allo svedese Gunnar Gren, passa dopo la seconda giornata a Július Korostelev, senza che la situazione porti a miglioramenti tangibili.
L'allontanamento del connazionale Gren chiude di fatto ogni possibilità di essere impiegato a Börjesson, con la conseguenza che lo stesso venga ceduto in prestito al Palermo a novembre, nell'ambito dell'accordo che porta il portiere Roberto Anzolin in bianconero.


Senza mai essere sceso in campo in partite ufficiali, l'attaccante di Göteborg si ritrova catapultato in un nuova realtà, in un squadra appena promossa dalla serie B e rinforzata tra gli altri, dal cannoniere turco Metin Oktay, autentica leggenda del Galatasaray.
Nello spezzone di stagione giocato in Rosanero segna 3 gol in 15 partite, prendendo parte senza segnare alla storica vittoria della formazione siciliana al Comunale di Torino per 2-4.
Pur non avendo impressionato ottiene la conferma dal presidente Casimiro Vizzini, che gli affianca il forte connazionale Lennart Skoglund, giunta però al capolinea di una sontuosa carriera.
Il Palermo retrocede al termine della stagione, con i soli 7 gol di Börjesson che non riescono ad evitare un desolante ultimo posto, non evitato altresì da ben tra cambi di guida tecnica.
Uno dei gol segnati dall'attaccante svedese ha però i connotati della rivincita, probabilmente l'unica soddisfazione quantomeno personale della stagione: il 9 dicembre la compagine palermitana impatta per 1-1 contro la Juventus in casa, con Börjesson a segnare il gol dell'ex dopo appena 3 minuti, battendo, ironia della sorte, proprio Anzolin.

.

Sette gol sembrano davvero pochi, ma nel contesto di una squadra che ne segna solo 18 in 34 partite assumono una rilevanza diversa, tenuto conto anche delle sole 23 partite disputate e del fatto che  Skoglund sia sceso in campo solo in 6 occasioni senza brillare.
La sua avventura italiana termina però nel 1963, con l'Örgryte che è ben disposto a riabbracciare il suo cannoniere, venendo ripagato da 33 gol fino al 1968, quando la sua permanenza nel calcio che conta termina a soli 31 anni.
Nel periodo in questione torna a fare meraviglia con l'amico e partner offensivo Agne Simonsson, con il quale sembra che la naturale e spettacolare intesa non si sia mai esaurita, a dispetto delle comuni poco soddisfacenti esperienze in altre campionati.
Di lui in Italia non resta una traccia particolarmente evidente, ma chissà se la dirigenza juventina si è pentita quel pomeriggio del 9 dicembre 1962, senza nulla togliere alle doti ed alla carriera del grande Roberto Anzolin.....



Giovanni Fasani


venerdì 22 marzo 2019

KEVIN SHEEDY THE MAGICIAN

In vent'anni di carriera Kevin Sheedy si è guadagnato ammirazione e riconoscimenti per la sensibilità del suo piede sinistro, con il quale riesce ad accarezzare il pallone e ad imprimere allo stesso parabole definite magiche.
In molti sostengono che l'esterno mancino irlandese (ma nato in Galles) avesse davvero una prodigiosa capacità di battere i calci di punizione, come dimostrano i tanti gol segnati in tal modo principalmente con la maglia dell'Everton.
E dire che al suo arrivo nel contesto dei Toffees, nel 1982, in molti hanno storto il naso, per i suoi trascorsi con i cugini-rivali dal Liverpool, anche se le sue apparizioni con i Reds sono state solo tre.
Grazie ai consigli di Howard Kendall riesce però a maturare sotto tutti i punti di vista, diventando un idolo di Goodison Park, con le terraces in trepidante attesa ogni qualvolta si trova a battere un calcio piazzato.
Nella mente di ogni tifoso c'è ancora la strepitosa punizione segnata nei quarti di finale di FA 1984/1985 contro l'Ipswich Town, anche se sarebbe meglio parlare di doppia realizzazione.


Il 9 marzo 1985 le due squadre si affrontano a Liverpool in una sfida aspra ed equilibrata e sul risultato di 0-1 per gli ospiti viene assegnato una punizione ai padroni di casa, all'interno della lunetta dell'area di rigore.
Mentre i Blues sono intenti a sistemare la barriera, Sheedy sorprende tutti calciando con abilità all'incrocio alla destra dell'impreparato portiere Paul Cooper
Immediatamente l'arbitro Alan Robinson annulla il gol, in quanto avrebbe dovuto fischiare lui prima del tiro, con la squadra avversaria intenta a disporsi in attesa proprio del suo segnale.
Il malcontento del pubblico fa da contraltare alla calma serafica di Sheedy, il quale mette nuovamente il pallone sul punto di battuta ed attende il fischio, prendendo una rincorsa leggermente differente.
Al segnale di Robinson il centrocampista irlandese imprime al pallone una traiettoria davvero magica, scavalcando la barriera fino ad insaccarsi nell'angolo basso alla sinistra di Cooper vanamente proteso in tuffo.


Lo stadio esplode per la gioia del pareggio e per la sensazione di aver assistito davvero ad una vera prodezza balistica.
La partita terminerà in pareggio per 2-2 e sarà necessaria la ripetizione per determinare chi potrà accedere alla semifinale; a Portman Road sarà l'Everton a spuntarla per 1-0, guadagnando l'accesso al turno successivo da giocarsi al Villa Park contro il Luton Town.
Anche in questo caso il sinistro del numero undici irlandese è decisivo per l'approdo in finale: a cinque minuti dalla fine insacca con un tiro insidioso e deviato il gol del pareggio e nei supplementari pennella sulla testa di Derek Mountfield un pallone che il possente difensore incorna in rete per il 2-1 finale.
Nell'atto conclusivo l'Everton viene sconfitto per 1-0 dal Manchester United, fallendo il tal modo un clamoroso tris stagionale, dopo la vittoria della campionato e della Coppa delle Coppe.
Sarebbe stata la leggendaria consacrazione di un gruppo di giocatori eccezionali, compreso Kevin Sheedy, il cui sinistro è ancora oggi ricordato da tutti i Toffees.
Per quella prodezza contro l'Ipswich sono in molti a credere che fosse in possesso di una bacchetta magica con la quale guidare le traiettoria del suo raffinato piede sinistro.


Giovanni Fasani





sabato 16 marzo 2019

MI CHIAMO PEDRO SERNAGIOTTO, MA CHIAMATEMI PURE MINISTRINHO

Alla fine del 1930 approda al porto di Genova una giovane ala brasiliana, proveniente dal Palestra Italia ed accompagnata dalla nomea di imprendibile e di infallibile stoccatore.
Il ventiduenne nativo di San Paolo è pronto a vestire la maglia della Juve, ma il suo approccio con la società torinese non è propriamente positivo, spingendo la dirigenza a nutrire dubbi sulla validità del trasferimento.
Va subito specificato come Pedro Sernagiotto sia alto solamente 153 centimetri, statura definibile come bassa anche per lo standard dell'epoca. Chi lo attende al porto non può che restare sorpreso e deluso da quello che può essere definito un piccoletto, non sapendo che le soprese non erano ancora finite: durante la traversata il giocatore ha inopinatamente firmato un accordo anche con il Genoa, finendo per essere tesserato per due squadre contemporaneamente.
La squalifica di un anno è la conseguente punizione che la federazione gli impartisce, decidendo altresì di consentire alla Juventus di avvalersi della sue prestazioni: Madama accetta di attendere il termine della sospensione, trovandosi al cospetto di un giocatore decisivo per i suoi successivi successi.




La cosa non deve sorprendere, dal momento che i sostenitori del Palestra Italia si erano ben presto innamorati della rapide movenze del giovane figlio di immigrati friulani, voluto fortemente da certi osservatori incuranti della sua scarsa altezza.

mercoledì 13 marzo 2019

IL 1988 E' ANCHE L'ANNO DI HANS VAN BREUKELEN

Difficile trovare nella storia calcistica olandese un anno più bello e vincente del 1988, con Il PSV vincitore della Coppa dei Campioni e l'Olanda di Rinus Rinus vincitrice del Campionato Europeo.
I Boaren, con Guus Hiddink in panchina, si rendono protagonisti di una bella cavalcata, classico esempio di vittoria del gruppo frutto di un collaudato sistema tattico (vedi nostro precedente articolo).
La nazionale olandese ottiene il suo primo successo grazie prevalentemente ad un Marco Van Basten fenomenale, autore di una fantastica tripletta contro l'Inghilterra e di un gol epoca nella finale contro la forte Unione Sovietica.
In entrambi i trionfi è talvolta sottostimato il ruolo avuto dal portiere Hans van Breukelen, soprattutto per i rigori parati nelle due finali.



Il 25 maggio 1988 il PSV contende a Stoccarda il più ambito trofeo continentale al Benfica, in una sfida tesa ed equilibrata che non si sblocca dopo 120 minuti di gioco.
Sono quindi necessari i rigori ed i primi dieci vengono tutti realizzati, ed è necessario andare ad oltranza per determinare il vincitore. Nella tensione generale  Anton Janssen mette a segno il suo tentativo, lasciando al difensore portoghese António Veloso l'onere di mantenere la sua squadra in panchina.
Il giocatore del Benfica calcia ad incrociare senza tanta potenza e senza angolare più di tanto, ma van Breukelen è bravo ad intuire la direzione ed a respingere la conclusione, regalando il primo storico successo alla squadra di Eindhoven.





Esattamente un mese la nazionale Oranje sempre in Germania, questa volta a Monaco di Baviera, sfida l'URSS di Valerij Lobanovs'kyj, in un match che mette di fronte stili gioco entrati nella storia dell'evoluzione tattica e tecnica del calcio.
Anche dal punto di vista tecnico la sfida è estremamente equilibrata, con la nazionale sovietica che può vantare il successo ottenuto nel girone di qualificazione del medesimo torneo grazie ad un gol di Vasyl Rats.
A fare la differenza nell'atto finale è l'estro e la grasse degli olandesi, con Ruud Gullit che porta in vantaggio i suoi al 32°, prima che Marco Van Basten al 54° segni con uno spettacolare e quasi irreale destro al volo.
L'URSS no demorde e quattro minuti dopo ottiene un opinabile calcio di rigore concesso dall'arbitro Vautrot per un presunto fallo di van Breukelen su Sergey Gotsmanov: il portiere del PSV esce a valanga, smanacciando il pallone e travolgendo l'avversario, inducendo il fischietto francese a decretare la massima punizione.
Dal dischetto si presenta Igor Belanov, Pallone d'Oro 1986, il quale con una rincorsa rapidissima indirizza la palla alla destra del portiere olandese, il quale con freddezza non si fa disorientare e respinge con sicurezza la conclusione del campione della Dinamo Kiev.


Stampa ed addetti ai lavori non perdono tempo ad incensare i Tulipani, soprattutto chi i gol li ha segnati, come Marco Van Basten, premiato giustamente con il Pallone d'Oro da France Football al termine della stagione.
Nella classifica non figura il buon van Breukelen, nonostante i suoi due rigori parati siano stati decisivi per le due vittorie descritte; in verità va detto che i due tiri non sono esattamente perfetti per angolazione e potenza, ma l'intuito del portiere e la sua capacità di mantenersi freddo in momenti topici è notevole.
Nella carriera di uno dei portieri più forti e carismatici del periodo, tali interventi brillano e restano nella memoria degli sportivi olandese.



Giovanni Fasani





sabato 9 marzo 2019

CHI HA INVENTATO IL DOPPIO PASSO?

Nel nostro paese buona parte della lettura sportiva e degli esperti attribuiscono al grande Amedeo Biavati la paternità del gesto tecnico del Doppio Passo, dal lui sfoggiata in nazionale e con la l maglia del Bologna.
Indubbiamente la formidabile ala felsinea a reso tale finta immortale, finendo per diventare un punto di riferimento ogni qual volta viene oggigiorno riproposta, immune al tempo passato e a tutti i successivi campioni che hanno implementato e variato la sua attuazione.


Allargando l'analisi al contesto internazionale e sviscerando il più possibile riferimenti tecnico-giornalistici passati, ci rendiamo conto come altri funambolici campioni possano vantare di aver proposto per primi quello che VIttorio Pozzo descriveva come:" una specie di saltino per aria, con la quale Biavati sembrava che volesse passare la palla indietro di tacco. Il difensore rallentava un attimo, e lui lo saltava toccando la palla col secondo piede e se ne andava".

mercoledì 6 marzo 2019

A "EL PRINCIPE" NON SI ANNULLANO I GOL!

Pochi giocatori come Enzo Francescoli incarnano in pieno il concetto di classe, meraviglioso trequartista in grado di ammaliare tutti per il tocco di palla e le meravigliose veroniche con le quali conserva il controllo della stessa.
All'inizio della carriera El Principe era anche un portentoso realizzatore, salvo poi trasformarsi in un magnifico costruttore di gioco, preferendo il ricamo raffinato e l'assist alla stoccata personale.
Nei primi anni'80 è solito decidere le partite con una singola giocata, fosse essa un'azione di gioco o un calcio piazzato, fondamentale nel quale il suo magico destro gli permette di eccellere.
Curioso quello che succede nelle finale di Copa America 1983 tra Uruguay e Brasile, quando segna due volte, ma in modo differente la prima rete della contesa.


La Celeste e la Seleçao si presentano all'atto finale senza aver incantato per risultati e qualità di gioco: la squadra allenata da Omar Borràs ha passato il girone con difficoltà ai danni del Cile ed ha avuto la meglio sul Perù in semifinale non senza affanni. Non meglio ha fatto la squadra di Carlos Alberto Parreira, passata solo per la differenza reti dopo il girone inziale e solo dopo il sorteggio nella durissima semifinale contro il Paraguay.

domenica 3 marzo 2019

FRANCISCO FRIONE, LA BREVE CARRIERA DEL POVERO TITO

L'Uruguay degli anni'30 è un'autentica fucina di talenti, ispirarti dai successi e dalle magie della nazionale Celeste, due volte campione olimpica negli anni'20 e campione del mondo all'inizio del decennio nel torneo giocato in casa.
Le varie squadre di Montevideo non faticano a trovare possibili campioni da tesserare, molti dei quali in possesso di doti tecniche sbalorditive e la comune "garra" che da sempre contraddistingue il calcio uruguagio.
In una di esse, il Montevideo Wanderers, inizia ad incantare un giovane trequartista dalla doti innate, sfrontato ed instancabile, subito balzato agli onori delle cronache per le grandi giocate mostrate a dispetto dei 19 anni.
Staff tecnico e stampa ne apprezzano la grande concretezza abbinata alla tecnica, non perdendo tempo ad incensarlo come uno dei nuovi talenti del panorama uruguaiano: inizia così la carriera di Francisco Raoul Frione, per tutti Tito, talento purissimo prematuramente e tragicamente all'età di 22 anni.



Figlio d'arte (il padre ha giocato per anni proprio nel Montevideo Wanderers), insieme al fratello Ricardo inizia a giocare con i Bohemios nel 1931, facendosi conoscere al pubblico uruguaiano a seguito di un'amichevole contro la nazionale ungherese, durante la quale risulta letteralmente imprendibile e decisivo nel successo per 5-2.

mercoledì 27 febbraio 2019

SCHWARZENBECK, CHI ERA COSTUI?

Tante cosi si possono dire ed associare al nome di Hans-Georg Schwarzenbeck, partendo magari dalla sua efficacia quale possente e granitico stopper fino ad arrivare alla sua grande fedeltà al Bayern Monaco, maglia da lui portata e difesa (è il caso di dirlo) per quasi vent'anni fino al 1981.



Per noi italiani e per i popoli latini in generale, il suo nome è da sempre oggetto di buffi grattacapi inerenti alla corretta scrittura del suo cognome e, soprattutto alla pronuncia dello stesso.

sabato 23 febbraio 2019

BAGGIO CONTRO TAFFAREL

Rose Bowl di Pasadena, 17 luglio 1994, finale del Mondiale tra Brasile ed Italia: Roberto Baggio si accinge a tirare l'ultimo rigore per gli azzurri, decisivo in quanto, a causa degli errori di Demetrio Albertini e Daniele Massaro, i brasiliani sono in vantaggio.
Davanti a lui il portiere Claudio Taffarel, il quale viene spiazzato dalla finta del Divin Codino, ma gioisce nel vedere il tiro terminare alto oltre la traversa, per la disperazione di tutti gli azzurri.
Tutti noi tifosi italiani abbiamo nella mente il contrasto tra la gioia del brasiliano e l'atteggiamento cupo di Baggio, fino a quel momento il grande trascinatore della nazionale con gol e prodezze da autentico fuoriclasse.


Chissà se nei moneti precedenti la battuta  la loro mente è andata al primo e fino al momento unico precedente tra i due, avvenuto il 9 settembre 1990.


Si gioca la prima giornata della stagione 1990/1991 e la nuova Juve di Luigi Maifredi esordisce sul campo del neopromosso Parma, squadra che si imporrà come sorpresa della stagione, raggiungendo un inaspettato sesto posto.
La squadra bianconera è stata protagonista del mercato, portando sotto la Mole giocatori come  Roberto Baggio, Paolo Di Canio, Thomas Hassler e Julio Cesar, ben resto entrati nelle grazie e nei sogni di tutti i tifosi.
Il Parma, gestito dalla famiglie Tanzi. ha invece fatto un mercato oculato ma altamente qualitativo, con gli stranieri Georges Grün, Tomas Brolin e Claudio Taffarel quali rinforzi di un gruppo giovane ed in rampa di lancio.
La Juventus passa in vantaggio al 24° minuto con un bel gol del terzino Nicolò Napoli, nel contesto di una partita equilibrata, dove la preparazione non ancora smaltita e le scorie del Mondiale si fanno sentire nelle gambe dei bianconeri.
Al 61° Roberto Baggio viene atterrato in area parmense, inducendo l'arbitro Lanese a decretare il rigore per la Juventus; l'ex fiorentino è il rigorista designato, avendo ottenuto tale investitura in luogo di Luigi De Agostini, rigorista fino alla stagione precedente della Juventus.
Baggio tiene fede alla sua fama di rigorista, spiazzando Taffarel con una dinamica che ricorda in parte quella del Rose Bowl, salvo il particolare che la conclusione termina in rete, spiazzando l'ex Internacional.
Il gol sembra mettere al sicuro la Squadra di Maifredi, apparsa in alcune circostanze in difficoltà a contenere le folate degli uomini di Nevio Scala; questi ultimi non si danno per vinti e fruiscono di un rigore a due minuti dalla fine, che Alessandro Melli trasforma con freddezza.
La Juventus vince quindi per 2-1, positivo esordio di una stagione che si rivelerà fallimentare, con il settimo posto finale a sancire un clamorosa mancata qualificazione alle coppe europee, evento che non capitava da ben 28 anni.
Roberto Baggio sarà il capocannoniere stagionale, dimostrandosi perfetto dal dischetto, con 12 trasformazioni su altrettanti tentavi, a conferma di una freddezza e di una abilità notevole, comune per tutta la sua carriera.
Purtroppo in quel pomeriggio californiano tali virtù sono venute meno, ma forse non sapremo mai se quel rigore di quasi quattro anni prima ha in qualche modo influenzato il corso della storia.......


Giovanni Fasani






mercoledì 20 febbraio 2019

FAHAD AL AHMED AL SABAH L'EMIRO CHE SI SOSTITUÌ ALL'ARBITRO


21 giugno 1982: Paolo Rossi non è ancora “Pablito”, e quel giorno a Valladolid si gioca
la quarta sfida del gruppo D che oppone la Francia al Kuwait, capace quattro giorni prima, nella sua gara d’esordio nella massima competizione calcistica, di imporre un inatteso pareggio alla navigata Cecoslovacchia.
Questa volta non c’è partita: pochi minuti dopo l’inizio del secondo tempo i francesi vincono agevolmente per 3-0 grazie alle reti di Genghini, Platini e Six, mentre almeno la nazionale mediorientale riesce, a un quarto d’ora dalla fine, a segnare il punto della bandiera con un gol dell’attaccante Al Buloushi, scatenando un pittoresco balletto di tifosi e sceicchi in tribuna.



La pratica è comunque archiviata. Ma Alain Giresse, al minuto 78, segna il 4-1, ed ecco che una partita buona solo per gli almanacchi si ritaglia un posto nella leggenda.
È lì che entra letteralmente in scena Al Ahmed Al Sabah, fondatore del Comitato Olimpico del Kuwait e al tempo presidente della Federazione calcistica del suo Paese, invadendo il terreno per sostituirsi all’arbitro.



Convinti di avere sentito un fischio dell’arbitro (ma il fischio arrivava dalle tribune), i giocatori del Kuwait si fermarono, Giresse segnò una rete perfettamente regolare e tutto sembrò chiudersi lì.
Non per lo sceicco che prima, in un conciliabolo a distanza con i dirigenti federali che sedevano in panchina - assieme al ct Carlos Alberto Parreira - fece segno di ritirare la squadra, poi stupendo tutti scese la gradinata dello stadio Zorrilla per conferire direttamente con l’arbitro, il russo Miroslav Stupar.
“Aspettate, ora scendo io”, mimò, ed eseguì. La partita restò interrotta per nove minuti con il campo, tra militari della Guardia Civil, giocatori, ufficiali, tecnici e fotografi, invaso da una sessantina di persone. Ad Al Ahmed Al Sabah, padre-padrone del calcio in Kuwait e dunque abituato al decisionismo, parve normale: se quel Mondiale si fosse disputato nella sua patria, probabilmente avrebbe requisito il pallone e mandato tutti a casa.
Ma alla fine, in effetti, anche allora decise lui: l’arbitro Stupar, evidentemente intimorito o forse semplicemente troppo poco sereno per far valere la propria autorità, annullò così una rete regolarissima, e quando lo sceicco tornò in tribuna applaudendo
toccò ai giocatori francesi e al loro ct Hidalgo lamentarsi, non tanto dell’annullamento del gol quanto delle modalità piuttosto inconsuete. Il 4-1 arrivò poi all’ultimo minuto della gara, grazie a un gol di Maxime Bossis. Quel Francia-Kuwait fu l’ultima gara diretta ai Mondiali da Stupar: la Fifa, subito dopo, lo radiò dalle competizioni internazionali, e la sua carriera cominciò un rapido declino.



Meglio andò allo sceicco, che venne sanzionato con una multa di 5mila sterline, una cifra a quel tempo decisamente elevata, ma risibile in confronto alle sconfinate ricchezze della famiglia reale del Kuwait e di quelle personali dello stesso Fahad, che qualche anno più tardi sarà poi rieletto - ma sarebbe meglio dire riacclamato - alla guida della Federazione. Quella dello sceicco fu la prima invasione di campo “umana” ai Mondiali, tuttavia non fu in assoluto la prima curiosa invasione nella storia del torneo iridato.
L'Emiro morì in circostanze tragiche e cioè quando l’Iraq di Saddam Hussein, nella notte fra l’1 e il 2 agosto 1990, invase il Kuwait dando di fatto inizio alla prima guerra del Golfo, migliaia di soldati iracheni vennero diretti all’aeroporto di Kuwait City per prenderne possesso.
La British Airways, nonostante il deterioramento della situazione politica lo sconsigliasse, decise comunque di operare il volo 149 da Londra a Kuala Lumpu con scalo previsto proprio a Kuwait City. Si rivelò un drammatico errore: da lì, l’aereo non ripartì più, i 367 passeggeri e i 18 membri dell’equipaggio vennero presi in ostaggio. Molti non furono liberati prima di diverse settimane. Ma, fra tutti, un passeggero venne immediatamente identificato e ucciso dalle milizie di Saddam, che poi del suo corpo fecero pubblico scempio. Si trattava di un membro della famiglia reale del Kuwait, il fratello dell’Emiro proprio lo sceicco Fahad Al Ahmed Al Sabah.
Così finì la vita di un uomo che, otto anni prima, era entrato di diritto nella storia dei Mondiali. Già, perché pur non essendo un calciatore, un allenatore e nemmeno un arbitro, lo sceicco Fahad rimane il protagonista assoluto di uno degli episodi più controversi - e francamente più farseschi - mai avvenuto in un Campionato del Mondo.



Danilo Crepaldi

 

domenica 17 febbraio 2019

UN PO' BEST, UN PO' RIVERA, MOLTO DELIKARIS

Gli anni 60 e 70 hanno rappresentato anche per il calcio un periodo di rottura con i costumi del passato, con l'anticonformismo inizia ad accattivare i più giovani ed a far inorridire i benpensanti e gli inguaribili bigotti.
Anche in Grecia in un periodo politico fortemente instabile, segnato dalla "Dittatura dei Colonnelli" e dalla seguente improba restaurazione della democrazia, non mancano personaggi che in qualche modo hanno allineato le lancette del tempo a quelle di buon parte dell'Europa occidentale.
Uno in particolare, Georgios Delikaris, si pone come uno degli esponenti di una nuova generazione di calciatori, fortissimi in campo quanto non allineati nelle scelte di vita.


Nato ad Atene e cresciuto nella realtà del Pireo tra sobborghi e porticcioli, muove i primi passi calcistici nell'Argonaut Piraeus formalmente come ala sinistra, ma in pratica agisce più o meno dove vuole, guidato solo dal suo talento ed in piena anarchia tattica.

sabato 9 febbraio 2019

FITAWARY L'ETIOPE

Con la conquista dell'Etiopia da parte dell'Italia nel 1936 si è assistito ad una consistente migrazione di soldati, operai ed agricoltori da varie parti dell'Italia verso Adis Abeba e dintorni, con lo scopo di migliorare le proprie condizioni di vita.
Il fascismo considerava la capitale etiope il simbolo della propria campagna coloniale, decidendo di investire risorse ingenti per la sua modernizzazione, favorendo lo spostamento di manodopera specializzata nella colonia.
L'integrazione degli italiani con la popolazione locale ha ovviamente dato vita anche a relazioni sentimentali, con conseguenti più o meno volute gravidanze, perdurate fino al 1941, anno nel quale la colonia africana scaccia l'italico invasore.
In Etiopia resta quindi un generazione di meticci, la quale avendo sangue italiano non può che avere nel calcio una valvola di sfogo da una vita non propriamente facile.
Due di questi calciatori, Luciano e Italo Vassallo, sono tra i grandi protagonisti della vittoria etiope nella Coppa d'Africa del 1962, insieme a quello che per molti è il più grande talento autoctono mai prodotto dal paese del Corno d'Africa: Mengistu Worku.


Il preambolo e la successiva specifica sono indispensabili in quanto i giovani italo-etiopi vengono largamente osteggiati in Etiopia, finendo per essere visti come dei veri e propri "figli della colpa", con quest'ultima che ricade nell'avere un genitore rappresentante il cattivo ed approfittatore invasore.

domenica 27 gennaio 2019

L'ASSIRO CHE ANDO' IN INGHILTERRA

Quando si parla di calcio iracheno la mente va inevitabilmente alla dittatoriale a sanguinosa gestione del tremendo Uday Hussein, contrassegnata da terribili punizioni corporali e pene detentive inflitte ai malcapitati calciatori.
In una paese dove violenza ed ahimè morte hanno segnato più di una generazione, il calcio ha sempre rappresentato un'importante valvola di sfogo, creando un movimento di notevole livello in grado di fare dell'Iraq una delle migliori nazionali dell'Asia Occidentale.
La vittoria della Coppa d'Asia del 2007 ne è la prova più tangibile, a conferma che talento, predisposizione fisica ed entusiasmo non mancano ai Leoni di Babilonia, storicamente avvezzi a farsi valere con il pallone tra i piedi.
Già dagli anni'50 la presenza inglese sul territorio ha di fatto consentito dal divulgazione del football, consentendo ai giovani di giocare ed implementare le suddette qualità.
Tra i tanti profili che hanno nobilitato la fase pioneristica del calcio iracheno c'è sicuramente Youra Eshaya Pera, formidabile centrocampista assiro talmente forte da trovare ingaggio proprio nella patria del calcio, l'Inghilterra.


La precisazione sulla sua origine è necessaria, in quanto nel 1933, anno della sua nascita, gli viene attribuita la nazionalità iraniana, seppur non sia anagraficamente certo se sia nato o meno nell'allora territorio iraniano.

venerdì 18 gennaio 2019

CHE QUARANTOTTO IN AFGHANISTAN!

Collegare un sport come il calcio all'Afghanistan è un compito davvero arduo, essendo la repubblica asiatica da sempre segnata da fortissime tensioni politiche e sociali, molte volte scaturite in devastanti conflitti bellici.
Uno dei più cruenti è indubbiamente quello di inizio 900 quando l'Emirato dell'Afghanistan inizia una lunga guerra di indipendenza dalla Gran Bretagna, che culminerà nel 1919 con la proclamazione del Regno dell'Afghanistan.
La tanto agognata fine del dominio inglese non ha placato le inevitabili lotte interne per la reggenza del regno, con insurrezioni, scontri armati ed omicidi a farla da padrone in un clima di vero e proprio terrore e grande instabilità.
La situazione si stabilizza nel 1933 quando sotto la reggenza di Mohammed Nadir Shah il territorio afghano conosce anni di relativa tranquillità, riuscendo anche a mantenersi  neutrale durante la Seconda Guerra Mondiale.
Al termine della stessa l'Afghanistan è a tutti gli effetti un paese in grado di pensare liberamente anche alle discipline sportive, mettendosi in gioco anche a livello internazionale in quelle specialità retaggio del dominio britannico; il cricket è da quel momento la grande passione nel territorio afgano, con il calcio che tenta strenuamente di farsi largo, cercando quel riconoscimento internazionale a seguito della precedente iscrizione alla FIFA del 1933.
Solamente nel 1948 le grandi competizioni sportive ricominciano con palesi difficoltà, con i Giochi Olimpici di Londra a simbolo della ripresa verso la normalità ed una duratura pace.
Proprio in casa dello storico dominatore una rappresentativa afghana, dilettantistica come da regolamento, si presenta al via del torneo, tra la curiosità di tutto l'ambiente olimpico.



L'esordio internazionale è datato 25 agosto 1941, quando a Kabul viene ospitato l'Iran, in una partita terminata 0-0 e utile per legittimare finalmente la federazione calcistica nata 19 anni prima.

domenica 6 gennaio 2019

LO ZAMBIA CAMPIONE D'AFRICA 2012 UN TRIONFO LUNGO VENT'ANNI

Questa non è una storia qualunque, questa è una storia che dura quasi vent'anni. La storia comincia nel 1993 quando la nazionale zambiana doveva giocare una partita per le qualificazioni del mondiale di USA '94 in Senegal. 
Quel mondiale che lo Zambia non aveva mai disputato ma che quell'anno sembrava a portata di mano e permetteva ad un intero popolo di sognare. La federazione di Lusaka, per la difficile trasferta, organizzò un volo militare per raggiungere Dakar ed evitare un viaggio di tre giorni con gli aerei di linea.