mercoledì 12 giugno 2019

L'ALTRO SCHIAFFINO

Tra la fine degli anni'20 e l'inizio degli anni'30 le piazze di Montevideo vedono due calciatori in erba, divisi da due anni di età, fare meraviglie con il pallone, destinati a divenire di lì a poco calciatori professionisti.
Le differenze tra i due non risiedono solamente nell'anno di nascita (1923 e 1925), ma anche nel ruolo prediletto (attaccante e centrocampista), nonché, sfortunatamente per il più grande, anche nella fortuna ottenuta nel proseguimento della carriera.
Il più piccolo dei due è Juan Alberto Schiaffino, per tutti Pepe, un concentrato di classe, visione di gioco e doti tecniche che lo rendono ancora oggi uno dei più grandi giocatori del calcio uruguagio e mondiale.
Il maggiore invece è Raúl Schiaffino, per amici e famigliari Toto, attaccante dal grande fiuto del gol e baciato dalla stessa classe che sembra essere presente nei geni della famiglia. Purtroppo per lui la sua esperienza da calciatore durerà davvero pochissimo....


Voci più o meno fondate riportano come alcuni dirigenti del Nacional, colpiti dal suo talento ammirato negli improvvisati campi urbani, gli propongono un provino, terminato con esito positivo. Il piccolo Raúl, a quanto si dice, avrebbe deciso dopo pochi allenamenti di non continuare a vestire la maglia dei Tricolores, non apprezzando l'ambiente ed il clima in seno alla squadra.

domenica 9 giugno 2019

IL MAGIARO CHE MANDO' IN VISIBILIO LECCE PER UN GIORNO

Nel 1988 il Lecce ritorna in serie A dopo la prima esperienza del 1985, decidendo di puntare nuovamente sul collaudato tandem argentino formato da Pedro Pasculli e Juan Antonio Barbas, rivolgendosi invece al mercato dell'est Europa per il terzo straniero, novità regolamentare della stagione 1988/1989.
La scelta cade sul ventunenne ungherese István Vincze, seconda punta mancina messosi in mostra con gol e grandi giocate nella squadra della sua città, l'FC Tatabánya.


Velocissimo con il pallone tra i piedi e dotato di un piede sinistro potente ed incisivo, il giocatore magiaro ha impressionato notevolmente la dirigenza salentina, anche in virtù delle 37 reti in 91 partite nel campionato e la precoce convocazione nella nazionale maggiore (1986).

martedì 4 giugno 2019

SALUD CERVECERO!

Gli esperti di birra conoscono la città argentina di Quilmes per la locale cerveza, vanto della città dal 1888, quando fu fondata da immigranti tedeschi.
Gli appassionati di calcio hanno invece parziale conoscenza della locale squadra calcistica, il Quilmes Atlético Club, talmente connesso al contesto della cerveza da essere chiamata El Cervecero (letteralmente Il Birraiolo).
Appare evidente come la cittadina periferica di Buenos Aires sia calcisticamente sottoposta al dominio delle grandi della capitale, trovando alterne fortune in una storia iniziata ufficialmente nel 1887 (una anno prima del birrificio), per mano degli onnipresenti inglesi.
Proprio quest'ultimi compongono l'ossatura della squadra che si impone nel campionato di Primera Division nel 1912, per giunta provenienti quasi tutti dal leggendario Alumni Athletic Club.
La più recente ed ultima gioia per i tifosi della squadra biancoblu è però del 1978, quando l gli uomini allenati da José Yudica si aggiudicano il Metropoliano.


Il fatto che la squadra sia composta da soli calciatori argentini rende il successo più sentito da tutto l'ambiente, al netto di chi attribuisca allo stesso scarso significato in virtù del Mondiale che ha inframmezzato il torno stesso, inficiando sulla forma e sull'impegno dei vari nazionali.

venerdì 24 maggio 2019

KODRO EREDE DI ROMARIO?

Al termine della stagione 1994/1995 il grande Johan Cruijff, alla guida del Barcellona, si trova a dover ricostruire il reparto offensivo dei Blaugrana, con il presupposto di rinverdire i fasti degli anni precedenti, dopo un'annata avara di soddisfazioni
Oltre a Hristo Stoičkov passato al Parma, la sostituzione più difficile alla quale provvedere è quella del Baixinho Romario, convinto da una temporanea saudade a trasferirsi al Flamengo, lasciando libero il ruolo di punta centrale.
Staff tecnico e dirigenza decidono di puntare sul mercato interno, venendo attirati dalle prestazioni del bosniaco Mehmed "Meho" Kodro, attaccante della Real Sociedad vice Pichichi dell'ultima Liga.


Prima di capire se la scelta sia stata felice o meno vale la pena ricordare come il centravanti di Mostar sia approdato nella Liga, soprattutto alla luce del terribile periodo che la zona balcanica si trova tristemente ad attraversare.

domenica 19 maggio 2019

LA MITROPA DI REGUZZONI

A modesto parere di scrive, con l'avvallo di buona parte della letteratura sportiva passata e contemporanea, il nome di Carlo Reguzzoni è sicuramente indicabile come uno dei più sottovalutati della storia calcistica italiana.
Troppo volte si basa la sua valutazione sull'unica partita da lui giocata in nazionale e si perdendo tempo ad imbastire paragoni più o meno calzanti con Gino Colaussi o Raimundo "Mumo" Orsi, storicamente preferiti da Vittorio Pozzo.
Quello che ci dimentica con troppa felicità è il suo primario ruolo nel Bologna che "tremare il mondo fa", con il quale ha segnato 143 reti in serie A e vinto quattro volte il relativo campionato; pur essendo a tutti gli effetti un ala la sua capacità di trovare la rete lo rende un vero pericolo per le difese avversarie, mostrandosi davvero inspirato nell'affrontare compagini straniere.
Nelle due Mitropa Cup vinta dal Bologna nel 1932 e nel 1934 c'è senza ombra di dubbio il suo contributo, soprattutto nella seconda, dove risulta decisivo con ben 10 gol segnati.


Dall'alto della sua tecnica sbalorditiva e della sua intelligenza tattica, Rigoletto, così chiamato per il suo incedere curvo, risulta davvero immarcabile nel 1934, confermando in tal modo il suo feeling con la principale competizione europea del periodo (saranno in totale 18 le sue reti in 23 partite internazionali).

mercoledì 15 maggio 2019

LE VITTORIE DEL TOTO

Nel nostro paese un personaggio come Juan Carlos "Toto" Lorenzo è forse ricordato più per le sua eccentricità e per la sua scaramanzia rispetto alle sue qualità di allenatore.
Grande motivatore e sagace tattico, al tecnico argentino non vengono sempre riconosciuti i meriti della vittoria della Coppa Italia del 1964 con la Roma e la scoperta nell'Internapoli di Giuseppe Wilson e Giorgio Chinaglia, future colonne della Lazio scudettata di Tommaso Maestrelli.
Negli anni'80 la sua pittoresca personalità ha fatto da modello alla figura di Juan Carlo Fulgenzio, improbabile allenatore nel film "Mezzo destro, mezzo sinistro", confermando come l'attenzione italica sia sempre fossilizzata su futili dettagli.
In Argentina, invece, il tecnico di Buenos Aires ha reso ad esempio grandissimo il Boca Juniors, portandolo alla vittoria di due Copa Libertadores ed una Coppa Intercontinentale negli anni'70.




L'edizione del massimo torneo sudamericano del 1977 vede gli Xeneizes imporsi in finale sul Cruzeiro, grazie alla vittoria nello spareggio di Montevideo, dopo che la doppia finale si era conclusa con una vittoria a testa (doppio 1-0 con gol di Veglio per gli argentini e di Nelinho per i brasiliani).

martedì 7 maggio 2019

EL GATO ANDRADA, TRA PARATE E TORMENTI

Negli anni'60 il pubblico del Gigante de Arroyto di Rosario ha l'opportunità di applaudire i balzi di un piccolo portiere sempre vestito di nero, apparentemente poco adatto al ruolo, ma, in realtà, altamente efficace nel respingere anche il tiro più difficile.
Nativo proprio della più grande città della provincia di Santa Fe, Edgardo Norberto Andrada viene ben presto soprannominato El Gato, in virtù di quei riflessi e di quella capacità di volare da un palo all'altro che lo rende accumunabile ad un felino.
Diventato Canalla quasi per caso, dopo essere stato scartato dal San Lorenzo de Almagro, esordisce in prima squadra a 21 come riserva di Juan Carlos Bertoldi, detto El Colorado, mettendoci davvero poco a diventare un idolo.
La sua vita non è fatta solo di parate, ma è contraddistinta di tanti episodi che la rendono avvincente e tormentata, con una coda finale amara e per certi versi tremenda, quasi degna della trama di un film.

L'opinione comune nei primi anni della sua carriera è quella di avere a che fare con un grande talento, istintivo nell'interpretazione del ruolo e coraggioso nell'avventarsi su qualsiasi tipo di pallone.

sabato 27 aprile 2019

LO ZICO DEL GHANA

Il biennio 1982/1983 rappresenta per il calcio ghanese un lasso di tempo colmo di soddisfazioni e vittorie, come dimostrano i successi della nazionale in Coppa d'Africa e la vittoria  dell'Asante Kotoko nell'African Cup of Champions Clubs .
Protagonista assoluto del periodo è indiscutibilmente Samuel Opoku Nti, attaccante decisivo per i suddetti successi, talmente bravo da essere chiamato Zico.


Prendere come riferimento il Galinho è sempre ardito ed irrispettoso, ma va detto che dalle parti di Kumasi, poche volte si sono imbattuti in un talento come il suo; doti fisiche, tecnica ed efficacia nel tiro ne fanno un profilo ideale per le squadre giovanile dell'Asante Kotoko, squadra principale della sua città natale.

mercoledì 24 aprile 2019

LA PUNIZIONE DI PIPPO

Molto difficile in tempi moderni trovare un attaccante che dia concretezza al concetto di fiuto del gol più di Filippo Inzaghi: tempismo, capacità di farsi trovare al posto giusto al momento giusto ed istinto innato hanno fatto di Pippo un eccelso goleador, nonché un autentico incubo per le difese avversarie.
Negli anni l'attaccante classe 1973 ha attratto anche diversi detrattori, tutto concordi nel considerarlo poco dotato tecnicamente e limitato nei fondamentali; uno su tutti, Jorge Valdano, lo ha anche schernito affermando che Inzaghi non sarebbe in grado di saltare "neanche una sedia".
Quest'ultimo ha più volte opposto i suoi straordinari numeri realizzativi a certe negative insinuazioni, facendo altresì leva sui tanti giudizi positivi che compagni, avversari ed allenatori gli hanno più volte dedicato.
Senza entrare nel merito di diatribe o mere discussioni da bar, può essere utile ricordare come tra i 316 gol ufficiali segnati dal centravanti piacentino ce n'è uno realizzato direttamente su calcio di punizione.


Tale prodezza viene realizzata nella stagione 1996/1997, quando un giovane Inzaghi si afferma nel grande calcio con la maglia dell'Atalanta, risultando il capocannoniere con 24 reti al termine del campionato.
Alla decima giornata la squadra affidata ad Emiliano Mondonico è di scena a Bologna, dopo un prima parte di stagione mediocre, nella quale è comunque sbocciata la vena realizzativa di Inzaghi, ispirato dal talento e dalle magie di Gianluigi Lentini e Domenico Morfeo.
La sfida contro la compagnie felsinea si mette subito male nel primo tempo, quando un autorete di Daniele Fortunato apre marcature, seguita nella seconda frazione dalle reti di Igor Kolyvanov e Pier Paolo Bresciani.
Al 73° minuto l'Atalanta si guadagna un calcio di punizione qualche metro fuori dall'area di rigore, leggermente sposata sulla sinistra, in quella che a tutti gli effetti è una conclusione ideale per un destro.
Un po' a sorpresa sulla palla di presenta Inzaghi il quale, dopo una lunga e particolare rincorsa, lascia partite un tiro potente e leggermente arcuato che supera la barriera e si insacca sotto la traversa .


Inutile risulta il volo del portiere bolognese Francesco Antonioli, abile a toccare il pallone, ma non a riuscire a mandarlo sopra il montante a causa della forza impressa dal numero 9 atalantino.
La partita si conclude con la vittoria della squadra di Renzo Ulivieri per 3-1 ed il gol di Inzaghi si rileverà utile solamente in termini statistici, nel contesto di una stagione magica per il giovane attaccante, che gli varrà la chiamata in nazionale ed il trasferimento alla Juventus in estate.
Nel proseguimento della carriera Pippo non si cimenterà più in tale dote balistica, avendo in squadra alcuni tra i miglior specialisti a livello mondiale sui calci piazzati: con uno di essi, Andrea Pirlo, affinerà un particolare movimento che lo vede deviare la sua conclusione sbucando fulmineamente a lato della barriera. A tal proposito chiedere ad Inter e soprattutto al Liverpool, punito da tale schema nella finale di Champions League 2006/2007.
E' invece il Bologna la "vittima" del suo unico e storico gol su punizione diretta, non sicuramente un tipico gol "alla Inzaghi" nella sua più pura accezione.


Giovanni Fasani


mercoledì 17 aprile 2019

LA FUGA DI LAJOS KU

Ci sono paesi che in determinati momenti storici hanno conosciuto regimi o orientamenti politici fortemente limitativi della libertà personale: l'oppressione può essere talmente forte da creare un forte clima di sospetto, dove tutte le persone possono essere incolpate di tramare contro la coercitiva guida governativa anche senza fondamento.
A maggior ragione le persone più in vista rischiano di venire coinvolti in veri e propri scandali, qualora il loro nome venga solamente avvicinato a qualsiasi tipo di fenomeno sovversivo: basta, in concreto, fare qualche sgarro alla persona sbagliata o commettere qualche leggerezza per essere accusati e magari subito incarcerati, senza che la notorietà o l'influenza di altri possa intromettersi.
A seguito dell'invasione sovietica del 1956 l'Ungheria rientra in fretta e tragicamente nel Patto di Varsavia, finendo per essere assoggettata all'influenza politica dell'URSS, intensamente influente sulla vita di tutta la popolazione magiara.
Sono note le "fughe" di gran parte dell'Aranycsapat proprio negli anni'50, con i giocatori che trovano rifugio in altri stati anche in maniera rocambolesca,pur di allontanarsi dalla pericolosa situazione.
Negli anni fino al 1989, anno dell'uscita dal Patto di Varsavia, il clima politico sociale è meno cruento ma ugualmente teso, con il contesto calcistico che vive un momento interlocutorio, con la relativa nazionale che fallisce per due volte la qualificazione al Mondiale, salvo gli exploit della partecipazione all'Europeo del 1972 e l'argento olimpico ottenuto nel medesimo anno.
In quel periodo uno dei grandi protagonisti è senza dubbio Lajos Kű valido attaccante, costretto, nel 1977, ad una precipitosa fuga dalla natia Ungheria per motivi molto lontani dal calcio.


Il calcio è sin da piccolo la sua grande passione, visto come unico svago da un'epoca di grandi privazioni come gli anni'50 nel contesto magiaro; a rendere ancora più complicata la sua esistenza arriva la morte del padre quando ha solo tre anni, costringendo la madre a trascurarlo per guadagnare quanto necessita per lui e per il fratello maggiore.

sabato 13 aprile 2019

ANDREAS KUPFER, PRIMA E DOPO LA GUERRA

L'indimenticabile Gianni Brera aveva un soggettivo quanto sensibile gusto nella valutazione dei giocatori, tenendo sotto la sua ideale alla protettrice un numero limitato degli stessi, i quali meglio rappresentavano i suoi principi teorici e pratici dell'arte pedatoria.
In pochi forse sanno che uno dei suoi giocatori preferiti era il teutonico Andreas Kupfer, uno dei centrocampisti più forti a cavallo della Seconda Guerra Mondiale, nonché unico giocatore ad aver giocato l'ultima partita della Germania nazista e la prima della nuova nazionale in tempi di pace.



Perfettamente impiegabile come mediano esterno, indifferentemente a destra o a sinistra del centrocampista centrale,  abbina gradi doti difensive abbinate a notevoli doti tecniche in fase di costruzione della manovra, grazie all'estrema sensibilità con la quale gioca la palla. Le cronache dell'epoca asseriscono che Kupfer "accarezza la palla con dolcezza e la stessa estasiata le ubbidisce".

martedì 9 aprile 2019

NON SONO IL NUOVO DESCHAMPS

Il legame della Juventus con la Francia a partire dagli anni'80 è straordinariamente felice e redditizio, a partire dall'acquisto di Michel Platini fino ad arrivare a Didier Deschamps e Zinedine Zidane  campioni del mondo con la Francia nel 1998.
In virtù dell'ottimo rendimento che i due hanno offerto in maglia bianconera, Madama ha sempre un occhio di riguardo per il campionato transalpino, cercando di bruciare sul tempo altre squadre per accaparrarsi i migliori talenti di un calcio in grande evoluzione.
Nell'estate del Mondiale giocato appunto in Francia, il Metz arriva sorprendentemente secondo alle spalle del Lens, solamente per la miglior differenza reti che premia i Les Sang et Or. A trascinare la matricola della Mosella ci pensano sì i gol di Bruno Rodgriguez, ma anche un centrocampo di alto livello, nel quale tra Danny Boffin, Frederic Meyrieu e Robert Pires si destreggia Jocelyn Blanchard, ventiseienne completo e duttile sul quale Luciano Moggi scommette per la nuova Juventus 1998/1999.



L'etichetta di "nuovo Deschamps" ed i sei miliardi spesi per il suo acquisto alimentano le aspettativa sul suo conto, considerando che insieme a Zoran Mirkovic risulta essere l'unico acquisto di una campagna trasferimenti in sordina per la compagnie bianconera.

venerdì 5 aprile 2019

PANENKA, IL RAPID VIENNA ED UNA COPPA SFUMATA

Il nome di Antonín Panenka viene immediatamente associato ad un parola, cucchiaio, in virtù del modo nel quale ha realizzato il rigore decisivo nella finale dell'Europeo del 1976.
Il forte centrocampista nativo di Praga è anche un uomo simbolo del Bohemians Praga, squadra con la quale ha giocato dal 1967 al 1981 e della quale è attualmente presidente, dopo il cambio di denominazione in Bohemians 1905.
"Toni", come viene amichevolmente chiamato, ha anche nobilitato la maglia del Rapid Vienna, con il quale ha giocato dal 1981 al 1985, regalando gol e grandi giocate e contribuendo alla vittoria di due campionati e tra coppe nazionali.


La sua esperienza con i Grün-Weißen è anche legata alla magnifica cavalcata nella Coppa della Coppe 194/1985, culminata con l'approdo in finale, poi persa contro il forte Everton di Howard Kendall.



Indipendentemente dallo sfortunato epilogo, la squadra a disposizione del tecnico Otto Barić è ancora oggi ricordata da molti a Vienna, probabilmente in quanto la più forte mai ammirata dal pubblico del Gerhard-Hanappi-Stadion.
Siamo in effetti di fronte ad un undici composta dal meglio del calcio austriaco del periodo e da giocatori stranieri in grado di fare la differenza anche a livello internazionale.



Tra i pali il titolare è l'esperto Herbert Feurer, dal 1976 a difesa dei pali del Rapid Vienna, dall'alto della grande sicurezza con il quale comanda la difesa e con la quale rende semplice ogni intervento.
Tuttavia un giovane Michael Konsel si sta rapidamente mettendo in mostra: considerato in assoluto uno dei migliori portieri mai prodotti dalla scuola austriaca, lo ricordiamo nella parte finale della carriera in Italia con le maglie di Roma e Venezia. Soprannominato la Pantera per la straordinaria agilità, è un punto di forza assoluto della squadra di Barić. Notevole per l'epoca in questione la sua tendenza a giocare "alto", in quella funzione di portiere-libero che diventerà da lì a poco un must per le difese a zona.
Come terzino destro troviamo un altro giovane e futuribile elemento, Leopold "Leo" Lainer, davvero ottimale nel combinare ottime doti difensive ano spiccato senso per il gol, concretizzato più volte in perentori quanto vincenti colpi di testa ed in ficcanti incursioni.
Suo alter ego sulla corsia di sinistra è Kurt Garger, esterno navigato e solido che conferisce fisicità e discreto dinamismo prevalentemente a copertura della zona di riferimento.
Al centro della difesa spicca la figura di Heribert Weber, trentenne dotato di grande senso tattico e di elevata esperienza internazionale, maturata anche in nazionale della quale fa parte dal 1976.





E' proprio la grande abilità nella lettura delle situazione a fare del difensore di Pöls il leader del pacchetto arretrato, dominando lo stesso grazie alla grande tenacia ed alla classe del quale dispone. Non disdegna neanche gli sganciamenti offensivi (notevole la sua media realizzativa), segnalandosi a livello continentale come uno dei difensori più completi.
Accanto a lui solitamente troviamo Karl Brauneder, elemento giovane e versatile da poco arrivato dal Wiener Sport Club, impiegabile anche come centrocampista in virtù della buona visione di gioco e dell'apprezzabile senso della posizione.
In alternativa il suo posto nel cuore della difesa può essere preso da Reinhard Kienast, jolly tattico a dir poco duttile, in grado di dare il suo contributo da centrale difensivo, da mediano ed addirittura da attaccante, anche grazie alla sua abilità nel gioco aereo favorita dai quasi 190 centimetri di altezza. Barić lo imposta prevalentemente come pilastro nella zona nevralgica del campo, nel quale Kienast giganteggia fisicamente, fungendo da solida diga.
Davanti a lui nell'ipotetico schema proposto troviamo una coppia di centrocampisti, tra i quali il citato Panenka, chiamato con la sua fantasia a nobilitare il gioco della squadra austriaca, nel quale trova anche con buona continuità la via della rete, anche grazie alla celebre abilità nella trasformazione dei calcio piazzati.
Completa il citato duo Petar Bručić ex giocatore della Dinamo che dispone di grande rapidità e facilità di inserimento tali da renderlo il classico elemento in grado di poter spaccare una partita. A dispetto del fisico minuto è un centrocampista  tutto campo, tignoso ed in possesso di quella tecnica comune a tutti giocatori di origine slava.
Non vanno dimenticati tra i centrocampisti a disposizione lo jugoslavo Peter Hrstic e Gerald Willfurth, considerabili molto più di riserve e costantemente proposti nell'undici titolari anche in virtù di una grande versatilità d'impiego.
Nel tridente indicato troviamo due giocatori a supporto della punta centrale, il primo dei quali è Zlatko "Cico" Kranjčar, talento croato giunto all'apice della carriera.




Gran realizzatore e componente con Snjezan "Snješko" Cerin e Stjepan Deverić del trio che nel 1982 ha riportato la Dinamo Zagabria a vincere la Prva Liga dopo 34 anni, rappresenta il fiore all'occhiello della campagna acquisti del Rapid dell'estate 1984. Con la nuova maglia ci mette davvero poco a diventare un idolo dei tifosi, grazie al gran numero di gol segnati (21 ufficiali nella prima stagione) ed un gran repertorio di gran giocate.
Il livello di eccellenza tecnica è confermato da Peter Pacult,altro nuovo acquisto prelevato dal Wiener SC ed anch'egli attaccante completo e tecnico, perfetto per il progetto di Barić .
Punta centrale di riferimento è il grande Hans Krankl per il quale davvero non sembrano necessarie presentazioni.



Per lui potrebbero infatti bastare le 392 reti segnate in 518 partite di campionato a sancirne universalmente il valore, al quale andrebbero sommate le 34 realizzazioni in nazionale, che ne fanno ad oggi il secondo miglior realizzatore dopo Tony Polster.
Attaccante conosciuto anche per la sua militanza nel Barcellona dal 1979 al 1981, è un'autentica sentenza nell'area di rigore, dove può trovare il gol in ogni modo. Dotato di un piede sinistro sensibile e potente, è il classico attaccante che anche a partire dei sedici metri può in qualsiasi momento trovare la via della rete.
L'avventura in Coppa delle Coppe inizia nei sedicesimi contro il Besiktas, regolato all'andata da un perentorio 4-1, con Panenka mattatore con un tripletta ottenuto con la specialità della casa, i calci da fermo: due rigori perfetti (il portiere resta fermo quasi aspettandosi il famoso cucchiaio) ed una magnifica punizione, quasi irreale per la traiettoria creata.





Nel ritorno in Turchia gli uomini di Barić resistono all'onda d'urto dell'İnönü Stadium pareggiando per 1-1, grazie ad il gol in apertura di Kranjčar. Il doppio risultato permette all'undici austriaco di accedere agli ottavi dove ad attenderlo c'è il Celtic.
La gara di andata viene giocata al Weststadion di Vienna e vede ancora il Rapid imporsi per 3-1, dopo una prima frazione terminata a reti bianche.
Apre le marcature Pacult con una bella azione personale e dopo il momentaneo pareggio di Brian McClair arrivano le reti di Lainer con un bel colpo di testa e di Krankl a tre minuti dalla fine.
Al ritorno i Grün-Weißen perderebbero al Celtic Park per 3-0, ma ottengono la ripetizione della partita in campo neutro, dopo che Rudi" Weinhofer viene colpito da una bottiglietta scagliata da un tifoso di casa. Non senza polemiche la partita di rigioca più di un mese dopo all'Old Trafford di Manchester, dove un gol ancora di Pacult apre le porte dei quarti di finale.
L'avversario è la Dinamo Dresda, la quale tra le mura amiche si impone con un autoritario 3-0, che sembra precludere ogni speranza di passaggio del turno al Rapid Vienna.
Ogni negativa previsione viene letteralmente smentita dal ritorno dove la rappresentativa della DDR viene spazzata via con un roboante 5-0, aperto da un gol del solito Pacult al 4° minuto, lesto a riprendere un rigore di Panenka calciato sul palo.
Al 17° è un colpo di testa di Lainer a determinare il raddoppio, 20 minuti prima che  ancora lo scatenato Pacult riequilibri l'esito della qualificazione al termine di una tambureggiante azione.
Nel secondo tempo, nel contesto di una partita più equilibrata di quello che dica il risultato, saranno un rigore calciato ancora da Panenka e un rasoterra da fuori area di Krankl a completare il trionfo del Rapid.




In semifinale ad attendere la compagine viennese c'è la Dinamo Mosca, formazione favorita da sorteggi tutto sommato abbordabili, ma tra le cui file figurano validi elementi quali Mikhail Chesnokov, il bomber Valery Gazzaev, Aleksandr Khapsalis, ed il giovane Vasili Karatayev.
Nell'andata giocata a Vienna proprio un rigore di quest'ultimo a portare in vantaggio la formazione moscovita, prima che nel secondo tempo Krankl e compagni ribaltino completamente il risultato in soli 4 minuti dopo che Panenka aveva calciato sul palo un rigore: al 68° è un esterno destro del sempre propositivo Lainer a pareggiare il conto, al 70° è Krankl a realizzare con una botta centrale un altro rigore decretato dal signor Christov ed infine al 72° è Hristic a trovare la porta tra una selva di gambe con una conclusione da fuori area.




Il ritorno a Mosca è subito facilitato da un gran gol di Panenka dopo quattro minuti, ottenuto con un gran sinistro di prima intenzione che va a terminare sotto la traversa.




Uno dei rari gol del difensore Boris Pozdnyakov è utile solo per le statistiche e per pareggiare l'esito dell'incontro, che proietta l'undici di Barić alla prestigiosa finale di Rotterdam da giocarsi contro il forte Everton.
Come già anticipato i Tofees si rivelano avversario più forte ed in momento di grazia, dominando la partita imponendosi per 3-1, con il gol di Krankl all'85° minuto che illude solo per un minuto il Rapid, prima che Kevin Sheedy metta fine definitivamente alle ostilità.
Superata la comprensibile delusione, resta la soddisfazione per una gran cavalcata, condita da prestazione casalinghe superbe, impreziosite dal tocco sapiente di Antonín Panenka, capocannoniere del torneo con 5 reti.
Oltre al celebre cucchiaio nella sua carriera c'è veramente molto di più....


Giovanni Fasani

martedì 2 aprile 2019

EL GOL DE AMERICA

Uno dei gol più famosi delle storica calcistica argentina viene realizzato il 25 febbraio 1945 all'Estadio Nacional di Santiago, durante l'ultima giornata del Campeonato Sudamericano del medesimo anno. La sfida è quanto di più ci possa essere in termini di rivalità e contenuti tecnico-agonistici: si tratta infatti di un Clásico del Río de la Plata, al termine del quale l'Argentina si aggiudica il torneo grazie proprio a questo storico gol, prevalendo di un punto sul Brasile.
M chi ha realizzato quello che oggi viene ancora ricordato come El Gol de America? La firma è davvero prestigiosa, essendo quella di Rinaldo Fioramonte Martino, fuoriclasse del San Lorenzo de Almagro e membro del Terceto de Oro (con Renè Pontoni e Armando Farro) che entusiasma il caldo pubblico del Gasometro.


La rete in questione vede Mamucho (soprannome attribuitogli da Bartolomè Colombo a causa della sua tendenza a dire "más mucho" in luogo di "mucho más) esibirsi in un pregevole assolo personale, durante il quale salta tre avversari, finge di passare il pallone per poi beffare il portiere uruguaiano Roque Gastón Máspoli con un tiro a giro imprevedibile. Siamo a tutti gli effetti di fronte al celebre Chanfle, portato in auge dal brasiliano Arthur Friedenreich: con tale termine si intende infatti la traiettoria data la pallone particolarmente arcuata e atta a "cadere" verso la porta, attribuita calciando con l'interno o l'esterno del piede a seconda della direzione che si vuole imprimere.


Non c'è da meravigliarsi che una simile prodezza sia eseguita propria dall'asso del San Lorenzo, essendo a tutti gli effetti un concentrato di classe, abilità realizzativa, visione di gioco ed autentiche meraviglie prodotte con il pallone tra i piedi.
Nel 1946 bisserà il successo nel torneo ospitato proprio dall'Argentina, in una selezione nei quali i 5 Caballeros de la angustia del River Plate, la celebre Maquina, iniziano ad egemonizzare il reparto offensivo.
I tifosi del Ciclón sono abituati a vederlo esibirsi nell'arte della Gambeta, prodigio tecnico con la quale attraverso finte e movimenti si confonde l'avversario fino a saltarlo con disinvoltura.
Tale arte pedatoria unita ad una tecnica fuori dal comune verrà ammirata anche in Italia 4 anni dopo quando sbarcherà in Italia per giocare con la Juventus.
Anche il pubblico resterà estasiato dalla sua abilità e gli dedicherà un particolare nomignolo, Zampa di Velluto, per la raffinatezza del tocco di palla e la precisione del passare il pallone.
L'avventura a Torino dura lo spazio di un anno, quando la nostalgia per l'Argentina ed i pesos promessi dal Boca Juniors lo inducono ad un rapido ritorno a Buenos Aires, salvo "pentirsene" per approdare successivamente in Uruguay e Brasile.
Anche alla luce del suddetto Gol de America è usanza dire che danzi con la palla al piede, talmente alta è la classe con la quale incede: quasi a voler confermare questa sua naturale vocazione al termine della carriera aprirà un celebre locale di tango, il Caño 14, ritrovo per tutti i tangueros della capitale.
Ma questa è decisamente un'altra storia....





Giovanni Fasani





venerdì 29 marzo 2019

IL GARRINCHA GEORGIANO

Il calcio sovietico vive un momento di grande espansione all'inizio degli anni'60, quando la parziale apertura verso il contesto internazionale e la vittoria della nazionale nel primo Campionato Europeo del 1960 accendono i riflettori su un poco conosciuto movimento calcistico.
Quest'ultimo sembra poco avvezzo ad esaltare il talento individuale, preferendo lo sviluppo di una manovra di squadra con compiti ben precisi per i componenti.
Solo l'imponente figura del portiere Lev Jašin sembra elevarsi dalla generale normalità, essendo l'estremo difensore della Dinamo Mosca un vero e proprio fenomeno, ancora oggi termine di paragone di eccellenza per tutti i numeri uno.

L'unicità della mansione ed i prodigi che il Ragno Nero compie rendono facile la sua identificazione, per cui appare difficile parlare in tal caso di un'eccezione alla comune prassi.

A Tbilisi invece si esibisce un'ala sinistra dotato di un dribbling irresistibile e dalla spavalda tendenza a puntare con efficacia il diretto avversario: il suo nome è Mikheil Meskhi, ma per tutti diventa da subito il Garrincha Georgiano.




Ci mette poco a mettersi in mostra nelle scuole calcistiche di Tbilisi, con l'esperienza all'FShm come vetrina per convincere la Dinamo Tbilisi ad investire sulle sue capacità.
All'inizio la dirigenza biancoblu diffida del suo fisico gracile e della sua scarsa altezza (non raggiungerà mai i 170 centimetri), ma cambia decisamente idea quando lo vede all'opera con il pallone tra i piedi.

domenica 24 marzo 2019

SCAMBIERESTI BORJESSON CON ANZOLIN?

Nell'estate del 1961 la Juventus, fresca vincitrice del campionato, decide di ampliare il proprio parco attaccanti con uno dei nomi più in voga del panorama europeo, lo svedese Rune Börjesson, stella della relativa nazionale e cannoniere dell'Örgryte.


I numeri realizzativi del ventiquattrenne svedese sono di tutto rispetto e si quantificano in 50 reti in 64 partite di campionato (con due titoli di capocannoniere conquistati), impreziosito da ben 17 gol messi a segno in 20 partite con la rappresentativa della Svezia.
In patria e sempre con la maglia dell'Örgryte ha incantato tutti in coppia con Agne Simonsson, altro asso messosi in luce al Mondiale del 1958 e già emigrato in Spagna per giocare con il Real Madrid e con la Real Sociedad nella stagione in questione.
A Göteborg sono convinti che tra i due ci sia addirittura telepatia, per la straordinaria intesa che dimostrano in campo, facendo letteralmente l'uno la fortuna dell'altro.
Al contrario di Simonsson, Börjesson non ha preso parte al Mondiale giocato in casa, ma ha esordito nel medesimo anno in una partita contro la Norvegia: a conferma della sua grande capacità realizzativa, ha impiegato solo 2 minuti per sbloccare la partita, segnando il primo delle sue diciassette marcature con la maglia Blågult.
Obiettivo di tutti i calciatori è però quello di sbarcare in Italia o in Spagna, dove i relativi club offrono lauti guadagni e la possibilità di competere ai più alti livelli: per questo motivo quando la Juve gli propone un contratto non ci pensa due volte ad accettare.
La stagione 1961/1962 è però difficile per Madama, incappata in una stagione di grande difficoltà, culminata con un deludente dodicesimo posto: la guida tecnica, affidata inizialmente allo svedese Gunnar Gren, passa dopo la seconda giornata a Július Korostelev, senza che la situazione porti a miglioramenti tangibili.
L'allontanamento del connazionale Gren chiude di fatto ogni possibilità di essere impiegato a Börjesson, con la conseguenza che lo stesso venga ceduto in prestito al Palermo a novembre, nell'ambito dell'accordo che porta il portiere Roberto Anzolin in bianconero.


Senza mai essere sceso in campo in partite ufficiali, l'attaccante di Göteborg si ritrova catapultato in un nuova realtà, in un squadra appena promossa dalla serie B e rinforzata tra gli altri, dal cannoniere turco Metin Oktay, autentica leggenda del Galatasaray.
Nello spezzone di stagione giocato in Rosanero segna 3 gol in 15 partite, prendendo parte senza segnare alla storica vittoria della formazione siciliana al Comunale di Torino per 2-4.
Pur non avendo impressionato ottiene la conferma dal presidente Casimiro Vizzini, che gli affianca il forte connazionale Lennart Skoglund, giunta però al capolinea di una sontuosa carriera.
Il Palermo retrocede al termine della stagione, con i soli 7 gol di Börjesson che non riescono ad evitare un desolante ultimo posto, non evitato altresì da ben tra cambi di guida tecnica.
Uno dei gol segnati dall'attaccante svedese ha però i connotati della rivincita, probabilmente l'unica soddisfazione quantomeno personale della stagione: il 9 dicembre la compagine palermitana impatta per 1-1 contro la Juventus in casa, con Börjesson a segnare il gol dell'ex dopo appena 3 minuti, battendo, ironia della sorte, proprio Anzolin.

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Sette gol sembrano davvero pochi, ma nel contesto di una squadra che ne segna solo 18 in 34 partite assumono una rilevanza diversa, tenuto conto anche delle sole 23 partite disputate e del fatto che  Skoglund sia sceso in campo solo in 6 occasioni senza brillare.
La sua avventura italiana termina però nel 1963, con l'Örgryte che è ben disposto a riabbracciare il suo cannoniere, venendo ripagato da 33 gol fino al 1968, quando la sua permanenza nel calcio che conta termina a soli 31 anni.
Nel periodo in questione torna a fare meraviglia con l'amico e partner offensivo Agne Simonsson, con il quale sembra che la naturale e spettacolare intesa non si sia mai esaurita, a dispetto delle comuni poco soddisfacenti esperienze in altre campionati.
Di lui in Italia non resta una traccia particolarmente evidente, ma chissà se la dirigenza juventina si è pentita quel pomeriggio del 9 dicembre 1962, senza nulla togliere alle doti ed alla carriera del grande Roberto Anzolin.....



Giovanni Fasani


venerdì 22 marzo 2019

KEVIN SHEEDY THE MAGICIAN

In vent'anni di carriera Kevin Sheedy si è guadagnato ammirazione e riconoscimenti per la sensibilità del suo piede sinistro, con il quale riesce ad accarezzare il pallone e ad imprimere allo stesso parabole definite magiche.
In molti sostengono che l'esterno mancino irlandese (ma nato in Galles) avesse davvero una prodigiosa capacità di battere i calci di punizione, come dimostrano i tanti gol segnati in tal modo principalmente con la maglia dell'Everton.
E dire che al suo arrivo nel contesto dei Toffees, nel 1982, in molti hanno storto il naso, per i suoi trascorsi con i cugini-rivali dal Liverpool, anche se le sue apparizioni con i Reds sono state solo tre.
Grazie ai consigli di Howard Kendall riesce però a maturare sotto tutti i punti di vista, diventando un idolo di Goodison Park, con le terraces in trepidante attesa ogni qualvolta si trova a battere un calcio piazzato.
Nella mente di ogni tifoso c'è ancora la strepitosa punizione segnata nei quarti di finale di FA 1984/1985 contro l'Ipswich Town, anche se sarebbe meglio parlare di doppia realizzazione.


Il 9 marzo 1985 le due squadre si affrontano a Liverpool in una sfida aspra ed equilibrata e sul risultato di 0-1 per gli ospiti viene assegnato una punizione ai padroni di casa, all'interno della lunetta dell'area di rigore.
Mentre i Blues sono intenti a sistemare la barriera, Sheedy sorprende tutti calciando con abilità all'incrocio alla destra dell'impreparato portiere Paul Cooper
Immediatamente l'arbitro Alan Robinson annulla il gol, in quanto avrebbe dovuto fischiare lui prima del tiro, con la squadra avversaria intenta a disporsi in attesa proprio del suo segnale.
Il malcontento del pubblico fa da contraltare alla calma serafica di Sheedy, il quale mette nuovamente il pallone sul punto di battuta ed attende il fischio, prendendo una rincorsa leggermente differente.
Al segnale di Robinson il centrocampista irlandese imprime al pallone una traiettoria davvero magica, scavalcando la barriera fino ad insaccarsi nell'angolo basso alla sinistra di Cooper vanamente proteso in tuffo.


Lo stadio esplode per la gioia del pareggio e per la sensazione di aver assistito davvero ad una vera prodezza balistica.
La partita terminerà in pareggio per 2-2 e sarà necessaria la ripetizione per determinare chi potrà accedere alla semifinale; a Portman Road sarà l'Everton a spuntarla per 1-0, guadagnando l'accesso al turno successivo da giocarsi al Villa Park contro il Luton Town.
Anche in questo caso il sinistro del numero undici irlandese è decisivo per l'approdo in finale: a cinque minuti dalla fine insacca con un tiro insidioso e deviato il gol del pareggio e nei supplementari pennella sulla testa di Derek Mountfield un pallone che il possente difensore incorna in rete per il 2-1 finale.
Nell'atto conclusivo l'Everton viene sconfitto per 1-0 dal Manchester United, fallendo il tal modo un clamoroso tris stagionale, dopo la vittoria della campionato e della Coppa delle Coppe.
Sarebbe stata la leggendaria consacrazione di un gruppo di giocatori eccezionali, compreso Kevin Sheedy, il cui sinistro è ancora oggi ricordato da tutti i Toffees.
Per quella prodezza contro l'Ipswich sono in molti a credere che fosse in possesso di una bacchetta magica con la quale guidare le traiettoria del suo raffinato piede sinistro.


Giovanni Fasani