venerdì 26 giugno 2020

DIEGO E BERND AL MARAKANA

L'esperienza di Diego Armando Maradona con la maglia del Barcellona non è propriamente la più positiva e felice della sua carriera, laddove cattive abitudini, infortuni, risse e gelosie hanno giocato un ruolo fondamentale nel frenarne l'estro in campo.
Ancora oggi se associamo il Pide de Oro al Barça ci ricordiamo del terribile infortunio causatogli dal difensore dell'Athletic Bilbao Andoni Goikoetxea e della incredibile rissa scatenata dal campione argentino qualche mese dopo sempre contro la formazione basca per giunta sotto gli occhi di Re Juan Carlos.
Il suo arrivo in Catalogna nel 1982 lo vede contrapposto per carattere e leadership tecnica al tedesco Bernd Schuster, raffinato e baffuto centrocampista dall'indole irascibile poco incline a vedersi detronizzato dalla fama anche mediatica dell'argentino.
Quando i due decidono di cooperare per il bene della squadra si assiste davvero ad un gran spettacolo, come avviene 20 ottobre 1982 allo stadio Marakana di Belgrado, quando con una doppietta a testa danno prova di grandissimo talento.






In una stagione che vede alternarsi ben tre allenatori, la compagnie blaugrana è impegnata in Coppa delle Coppe, dove, dopo aver maramaldeggiato nei sedicesimi contro i ciprioti dell'Apollon Limassol, si trova agli ottavi ad affrontare la temibile Stella Rossa.

giovedì 11 giugno 2020

Il PORTIERE CON LA BAMBOLA

Nel 1938 la Francia si impegna ad organizzare la terza edizione del Mondiale in un clima politico teso e pesante, con i regimi totalitaristici già pronti per il portare il mondo verso la Seconda Guerra Mondiale solamente un anno dopo.
Tecnicamente è un torneo molto atteso, con formazione europee quali Italia (campione in carica), Ungheria, Polonia, Cecoslovacchia e Germania (rinforzata da alcuni giocatori austriaci dopo l'Anschluss) a misurarsi con poco conosciute formazioni proveniente di oltreoceano.
Dai Caraibi arriva la matricola Cuba, mentre dal Sud America arriva un grande Brasile, con la stella Leônidas destinatario di molte attenzioni mediatiche in quanto raccontato a ragione come un autentico fenomeno.
Dal gruppo 10 di qualificazione emerge a sorpresa e senza giocare la formazione delle Indie Orientali Olandesi, attesa invece con curiosità e con simpatia.
Quest'ultimo sentimento aumenta ancora di più quando la formazione allenata dall'olandese Johan Mastenbroek scende in campo per il match contro l'Ungheria: l'occhio degli spettatori è tutto per i magiari, in particolare Gyula Zsengeller, György Sárosi e Géza Toldi, ma ben presto l'attenzione ricade sul portiere degli asiatici, Tan Mo Heng, il quale tiene sotto il braccio quello che sembra un bambolotto.


Incredulità e ilarità scoppiano sugli spalti dello Stade Municipal Velodrome di Reims, con il pubblico che sembra ancora più convinto di essere in procinto di vedere un autentico massacro sportivo, con la formazione isolana quale ignava e ridicola comparsa.

venerdì 29 maggio 2020

COME CALCIAVA ERNST HAPPEL

Ernst Happel è stato senza dubbio uno dei più grandi allenatori del XX secolo, sia in termini di vittorie, sia per i metodi di allenamento e motivazionali, ancora oggi utilizzati ed implementati ad altissimi livelli.
Se delle sue doti in panchina si sa tanto (non tutto vista la scarsa comunicatività del personaggio), meno si sa della sua carriera di calciatore, passate per la quasi totalità con il Rapid Vienna, salvo una breve parentesi in Francia con l'RC Paris.
Il campo il futuro Zauberer (mago) era un difensore tignoso e attento, passato alla storia dei biancoverdi come uno dei migliori giocatori di tutti i tempi, nel ruolo di stopper o di libero come dimostrato nella parte finale della carriera.
Pur avendo mansioni prettamente difensive era un giocatore dai notevoli mezzi tecnici, esemplificati al meglio dalla precisione del tiro, letale soprattutto nei calci da fermo, come sperimenta a suo spese il Real Madrid nel 1956 al Praterstadion.




Negli anni'50 il Rapid Vienna vive un periodo molto positivo della sua storia, riuscendo con continuità a vincere il titolo nazionale e mettendosi in mostra nella neonata Coppa dei Campioni, nel periodo in questione dominata sotto tutti i punti di vista dal Real Madrid del presidentissimo Santiago Bernabeu.

martedì 28 aprile 2020

ADRIANO BASSETTO, CHI ERA COSTUI?

Il 22 settembre 1946 fa il suo esordio in seria A la neonata Sampdoria, nuova formazione genovese creata dalla fusione tra Sampierdarenese e Andra Doria, potendo mantenere il titolo sportivo della prima e sovvenzionarsi con le risorse della seconda.
La compagnia ligure scende in campo allo stadio nazionale contro la Roma, subendo tre reti dal Fornaretto Amedeo Amadei, ma riuscendo a segnare quello che risulta essere il suo primo gol nel massimo campionato. L'autore di tale marcatura è senza dubbio uno dei talenti più fulgidi del periodo, ma anche uno dei più sottovalutati e troppo presto dimenticati: il suo nome è Adriano Bassetto.



A dire il vero il suo nome dovrebbe suscitare qualcosa nella mente degli appassionati, principalmente per il fatto di aver segnato 149 reti nella massima serie italiana in 329 partite; tale imponente quantitativo assume maggior rilevanza se si pensa che il giocatore vicentino ha sempre giocato da mezzala, con il numero 8 sulle spalle o, a volte, con un più significativo numero 10.

venerdì 24 aprile 2020

JENO EUGEN VINYEI, PER I CECOSLOVACCHI EUGEN PRSOVSKY

Al termine del secondo conflitto mondiale la situazione geopolitca europea si presenta a dir poco caotica, con confini cambiati a seguito di trattati e territori scambiati tra gli stati vincitori.
In quel periodo sono in tanti le persone a non avere di fatto certezza della propria nazionalità, con le minoranze site in determinate nicchie visti e gestiti come veri e propri apolidi.
Il mondo del calcio non è esente da tale fenomeno, con tanti giocatori che, magari appena tornati dal fronte, si trovano in una situazione sportiva diversa, dovendo per forza adeguarsi variando non solo la propria nazionalità, ma talvolta anche il proprio nome.
Questo, infatti, è quando accade a Jeno Eugen Vinyei, terzino sinistro magiaro divenuto Eugen Prošovský per poter proseguire la carriera in Cecoslovacchia.



L'esterno nativo di Miskolc è una dei migliori interpreti del ruolo del periodo, ritenuto da molti un vero precursore di quel terzino fluidificante che solamente anni dopo troverà maggior applicazione in tutta Europa.

mercoledì 1 aprile 2020

IL DIFENSORE CON LA CARABINA

Se doveste trovarvi dalle parti dell'Estadio Palestra Italia a San Paolo, antica casa del Palmeiras, provate a chiedere ai tifosi locali chi per loro ha meglio rappresentato gli ideali del Verdão:  senza alcun dubbio i più attempati sostenitori vi risponderebbero Valdemar dos Santos Figuiera, difensore arcigno in campo per 584 volte con la squadra dello stato di San Paolo.




A dire il vero è molto più conosciuto con il nomignolo di Valdemar Carabina, derivatogli da un episodio particolare quanto raro capitato durante la sua carriera. Durante un match giocato sul campo di Pacaembu il baffuto difensore lascia partire un tiro di incredibile potenza che non lascia scampo al portiere avversario, portando il commentatore Mario Moraes ad esclamare:"Um tiro mais forte que o tiro de uma carabina!!!”.

martedì 24 marzo 2020

IL CENTRAVANTI PIU' FORTE DELLA GUERRA

Le due tremende Guerre Mondiali sono state spartiacque non solo a livello umano e sociale, ma anche a livello calcistico, spezzando o limitando carriere che avrebbero potuto essere fulgide per non dire leggendarie.
C'è chi dalla guerra ha ricevuto privazioni, soprusi e menomazioni tali da non riuscire più a riprendersi, come se il conflitto a livello personale non fosse mai davvero terminato.
Allo stesso modo c'è anche chi non ha voluto piegarsi agli ostacoli del fato, combattendo con tutte le proprie forze per ritagliarsi il proprio spazio nell'ambito scelto prima di veder la sua vita rivoltata dalla bellica pazzia: da questo punto di vista la figura di Willy Tröger sarebbe da tramandare i posteri.


Classe 1928 e nativo di Zwickau, in quella che diventerà poi Germania Est,  a soli 16 anni si trova tristemente inviato sul fronte, in una guerra che l'apparato nazista sta drammaticamente e testardamente perdendo. Il giovanissimo Willy paga il suo dazio perdendo la mano destra a causa di una granata: al rientro in una patria non ancor definita sembra destinato a riempire il lungo elenco dei mutilati, non sapendo ancora bene come possa ricostruirsi una vita.

martedì 17 marzo 2020

IL TURCO BUONO MA NON TROPPO

Non sempre una stazza imponente ed una potenza esagerata sono sinonimo di cattiveria o indole violenta, come dimostrano i casi denominati come i "giganti buoni".
Nel calcio il caso più acclarato è quello del gallese John Charles, grande attaccante in grado di sovrastare letteralmente i difensori avversari impossibilitati a contenere una fisicità dirompente, ma al tempo stesso grande gentleman in campo, tanto da arrivare  a fermare l'azione qualora avesse fatto male ad uno di essi.
Nel campionato italiano qualche anno prima dell'arrivo della punta del Leeds un altro imponente attaccante stupisce tutti per un carattere mite ed un fare da bonaccione, celati dietro i 191 centimetri di altezza ed una struttura fisica massiccia.
Nel 1950 arriva alla Lazio dal Beşiktaş il centravanti Şükrü Mustapha Gülesin, allenato in patria anche da Giuseppe Meazza, accompagnato dalla nomea di gran realizzatore, ma anche da quella di personaggio particolare.

 
A dire il vero a Roma rimane solamente il tempo di firmare il contratto, venendo mandato immediatamente in prestito al Palermo, dove da subito sorprende tutti per alcune sue peculiari caratteristiche.
La prima che balza all'occhio è il suo insaziabile appetito a tavola, con mangiate che diventano ben presto fonte di battute e di ilarità generale tra gli appassionati.
La seconda riguarda il suo comportamento in campo, davvero lontano rispetto a quello dell'ariete offensivo che la dirigenza e la tifoseria rosanero si sarebbe aspettata: Gülesin sembra quasi evitare i contrasti e quanto questo accade sembra patire il contatto anche con avversari più minuti, chiedendo scusa all'occasione e terminando talvolta a terra con comiche cadute. A quel punto si rialza e per primo ride dell'accaduto, ma viene da sé che un centravanti di sfondamento non può permettersi indugi, inutile cavalleria e, soprattutto, impacciati ruzzoloni contro avversari con un fisico grosso quasi la metà.
A sopperire a tale pacato temperamento arriva in un suo soccorso una capacità di calcio notevole, soprattutto sui calci piazzati dove mette in mostra una potenza ed una precisione che ne fanno un autentico specialista.
In particolare si dimostra uno specialista nel segnare gol direttamente dal calcio angolo, grazie alla capacità di imprimere traiettoria a rientrare tese e potenti al pallone: tra mito e realtà pare siano 32 le reti segnate in carriera direttamente dalla bandierina.
La forza del suo tiro è tale che nella sfida contro il Padova nel novembre del 1950 il portiere Enzo Romano decide di spostarsi onde evitare di essere impattato da un suo calcio di rigore.
Malgrado le perplessità della vigilia riesce ad emergere nella squadra siciliana, mettendo a segno 13 reti in 28 partite, bottino che gli vale il rientro alla Lazio, anche in virtù di una mai chiarita aggressione subita proprio nel capoluogo palermitano: l'attaccante di Istanbul racconta di essere stato pedinato e successivamente picchiato con un bastone da tre ignoti, senza però chiarirne i motivi.
Il rientro a Roma è ovviamente la soluzione migliore, con la formazione capitolina che punta a farne il centravanti di riferimento, contando sui numeri realizzati e su quel fisico che sembra essere l'ideale per sfondare le difese avversarie.











Il tecnico Giuseppe Bigogno capisce subito che il suo modo di interpretare il ruolo è diverso, con lo scontro fisico che continua a non essere esattamente la sua specialità.

sabato 29 febbraio 2020

EL LEON DE WEMBLEY

Sono guardano una foto di Miguel Ángel Rugilo la sensazione iniziale è quella di trovarsi di fronte un divo del cinema degli anni'30-40, con il baffo di ordinanza ad accompagnare una folta ed impomatata chioma corvina. Se non fosse per il naso un tantino lungo i crismi sarebbero proprio quelli che in quell'epoca fanno palpitare i cuori di tante donzelle.




In realtà il baffuto Miguel è passato alla storia per essere stato un portiere, probabilmente uno dei più forti delle su epoca, durante la quale ha giocato nella natia Argentina, in Messico, in Cile ed in Brasile, mettendo in mostra un talento assoluto.
Tra alti e bassi e vicende talvolta esterne al contesto calcistico, il classe 1919 nativo di Buenos Aires ha scritto pagine importanti e particolari della storia calcistica sudamericana, con il climax toccato quando è diventato per tutti El Leon de Wembley.




Siamo senza dubbio di fronte ad un personaggio particolare e pittoresco nell'accezione più positiva del termine, laddove contingenze e situazioni indipendenti dalla sua volontà giocano un ruoli di primaria importanza.

giovedì 20 febbraio 2020

QUANDO IL CALCIO BASCO DISSE BASTA ALLA DITTATURA FRANCHISTA.


In un momento difficile della recente storia spagnola, due squadre si sono opposte alla repressione franchista che ancora imperava nel paese nonostante la morte del dittatore Franco, avvenuta nel 1975. In un periodo in cui l’E.T.A, ancora considerato un gruppo paramilitare antifranchista, era l’esponente della lotta per la indipendenza del popolo basco, c’è chi ha usato il calcio come fattore di pressione sociale: le due squadre basche per eccellenza, l’Athletic Club di Bilbao e la Real Sociedad di San Sebastian.
Le leggi franchiste ancora in vigore vietavano l’esibizione della ikurriña, la bandiera dei Paesi Baschi, così come l’uso dell’euskera, la lingua parlata dai baschi. Con la morte del dittatore si provò ad attuare una apertura verso la democrazia, fu chiesta la legalizzazione dei simboli baschi e fu richiesto anche uno status di autonomia.


Per capire bene la situazione, forse si deve chiarire che entrambe le squadre giocavano con soli giocatori della terra (l'Athletic lo fa ancora oggi ), giocatori baschi che sentivano come propria la lotta del proprio popolo.
La stessa immagine dei calciatori negli anni ’70 era differente da quella che intendiamo oggi. All’epoca c’erano giocatori interessati a ciò che accadeva e con opinioni proprie: in questo clima di tensione, lotta e soprattutto inquietudine per i cambi politici e sociali, il calcio basco scelse da che parte stare.
Era il 5 dicembre 1976 e il derby basco tornava allo stadio di Atocha di San Sebastián. Nessuno sapeva che quel giorno sarebbe avvenuto un passo storico nella lotta del popolo basco per l’autodeterminazione. Josean de la Hoz Uranga, giocatore della Real Sociedad soprannominato Trotsky, fu colui che ordì tutto il piano e introdusse illegalmente una bandiera basca nello stadio. Essendo proibita l’ikurriña, fu la sorella proprio di Uranga a cucire gli scampoli di colori rosso, verde e bianco per dare forma ad una bandiera che sarebbe passata alla storia. La cosa più facile era stata già fatta, il vessillo era nello stadio di Atocha, ma ora rimanevano le due parti più difficili: parlare in gran segreto coi capitani di entrambe le squadre per proporre l’idea di entrare in campo con la bandiera illegale trasportata dai capitani stessi, e ottenere che la polizia spagnola non intercettasse la bandiera prima della loro entrata, visto che lo stadio disponeva di un fosso che quel giorno era circondato da agenti della polizia nazionale.
Dopo aver parlato coi capitani negli spogliatori di Atocha, le due squadre dissero di sì, consapevoli di quello che avrebbe potuto costituire a livello nazionale vedere i due maggiori rappresentanti del calcio basco esibire la bandiera basca in un atto pubblico.
Nascosta nelle borse dove si trasportava l’acqua, l’ikurriña arrivò alle panchine, saltando in questo modo i poliziotti.
Tutto era pronto, le due squadre in fila per uno, faccia a faccia nel tunnel degli spogliatoi. Una volta che il prato era stato oltrepassato Uranga diede la bandiera ai capitani, due simboli del calcio spagnolo dell’epoca, Iribar e Kortabarria, e i due insieme mostrarono il simbolo del paese basco fino al centro del campo tra il clamore popolare e l’ambiente festante dell’antico stadio realista.


Molte volte vale più un’immagine che mille parole, questo dimostrarono tanto la Real che l’Athletic.
Fu un attacco diretto ad un regime in via di estinzione e una petizione pubblica nello scenario perfetto, una partita di calcio, posto di socializzazione e di rivendicazione. Era da prima della Guerra Civile spagnola, 1936 -1939, che non si vedeva una ikurriña in un avvenimento pubblico. Tutte quelle rivendicazioni avrebbero dato il loro frutto giorni più tardi: il 19 gennaio 1977 sarebbe stato approvato lo Statuto basco e la bandiera sarebbe stata legalizzata.
Ma quel 5 dicembre 1976 fu il calcio a testimoniare che la lotta del popolo basco aveva avuto l’appoggio di due giganti dell’epoca che avevano rischiato per mostrare una bandiera ancora illegale alla loro gente.


Danilo Crepaldi

sabato 8 febbraio 2020

QUANDO ISTVAN AVAR CAUSO' LA ZONA CESARINI

Il 13 dicembre 1933 il funambolico Renato Cesarini imprime il suo nome nella storia del calcio italiano e nella relativa nomenclatura segnando la rete del 3-2 nella sfida tra Italia e Ungheria, mandando in visibilio il pubblico dello stadio di Torino, dove aver materialmente allontanato dalla palla il compagno di squadra Raffaele Costantino.
La partita, valida per la seconda edizione della Coppa Internazionale, trova il suo epilogo proprio pochi secondi prima del triplice fischio finale, proprio con un colpo di astuzia del campione di Senigalia, da quel momento icona dei gol segnati negli ultimi minuti di gioco.
L'equilibro creatosi prima della sua prodezza era stato garantito dai gol dei compagni Julio Libonatti ed Orsi (anch'essi oriundi) e dalla doppietta magiara di quello che Vittorio Pozzo definisce un autentico "sfondareti": Istvan Avar.



Quest'ultimo è in effetti uno degli incubi del commissario tecnico italiano, insieme alla "gazzella" Ferenc Hirzer, irresistibile attaccante ammirato anche con la maglia della Juventus.

mercoledì 5 febbraio 2020

CARLOS CASZELY IL GIOCATORE CHE SI RIBELLÒ A PINOCHET


Per chi ama le curiosità del calcio Carlos Humberto Caszely è “solo” il primo giocatore a cui venne mostrato un cartellino rosso ai Mondiali.
Per i cileni sopra i 50 anni quest'uomo con i baffoni invece è un mito. Bandiera del Colo Colo, squadra più titolata del Paese, colonna e trascinatore della Nazionale. Ma per chi l'11 settembre 1973, quarant'anni fa, viveva il golpe di Augusto Pinochet dalla parte del governo di Salvador Allende, il baffuto attaccante è stato un eroe. Ecco la sua storia.


Classe 1950, Caszely, figlio di René ferroviere di origini ungheresi, esordisce in prima squadra con il Colo Colo nel 1967. Piedi raffinati, dribbling secco e un fiuto del gol invidiabile, tanto da guadagnarsi da parte dei tifosi il soprannome di El Rey del metro cuadrado. Un campione, fuori dal cliché del calciatore senza idee. Mentre gioca nelle giovanili del Colo Colo studia al liceo e si interessa di politica. Alle elezioni del 1970 è un sostenitore di Unidad Popular, la coalizione di centrosinistra che fa capo al socialista Salvador Allende. E quando il candidato progressista viene eletto Caszely ne appoggia apertamente le politiche, anche alle consultazioni del 1973 dove la stella del Colo Colo, in quell'anno capocannoniere della Copa Libertadores, partecipa alla campagna elettorale per la rielezione di due parlamentari del Partito Comunista cileno.
Dal canto suo Allende in occasione della finale di Copa contro l'Independiente fa saltare il protocollo visitando a Buenos Aires il Colo Colo e facendosi fotografare abbracciato proprio a Caszely.


Ma il sogno del nuovo Cile di Allende finisce qualche mese dopo. E' l'11 settembre 1973 e un gruppo di militari guidati da Augusto Pinochet prende il potere, bombardando il palazzo presidenziale e trasformando lo Stadio Nazionale di Santiago in un campo di concentramento dove vengono rinchiusi e torturati molti sostenitori di Allende. Ma Carlos non c'è, in estate ha accettato l'offerta degli spagnoli del Levante e si è trasferito nella Spagna di Francisco Franco. Il suo primo impatto con la neonata dittatura è del 21 novembre, due mesi dopo il colpo di stato. All'Estadio Nacional è in programma il ritorno dello spareggio per l'accesso ai Mondiali 1974 contro l'Unione Sovietica. Una partita che non avrà mai luogo, perchè la Nazionale di Oleg Blochin si rifiuta di giocare in quell'impianto.
Un match che si trasforma in una farsa. Davanti allo stadio stracolmo la squadra cilena scende in campo senza avversari e con un copione preordinato. Al fischio d'inizio dell'arbitro, regolarmente designato, i giocatori della Roja si dovranno passare la palla e uno, il capitano Francisco Valdes segnare nella porta vuota. E così accadde. Con Valdes e Caszely, noti entrambi per le loro simpatie per Allende che per paura e con vergogna non hanno la forza di interrompere la sceneggiata.



Una vergogna che Carlos proverà a cancellare qualche mese dopo, alla vigilia della Coppa del Mondo. Pinochet vuole vedere e salutare la Roja prima del Mondiale. Durante l'incontro il dittatore saluta e stringe la mano a tutti i componenti della squadra. A tutti. Meno che a uno. Carlos Caszely che le sue mani le tiene bene intrecciate dietro la schiena, quando Pinochet si presenta da lui.
Un gesto, ripetuto ogni volta che incontrerà Pinochet che gli vale ancor di più l'etichetta del Rojo, del Rosso ma che ha anche una valenza personale. Mentre è in Spagna la DINA, la Polizia politica del regime arresta Olga Garrido, la mamma di Carlos. Per settimane è una dei molti desaparecidos della dittatura. Quando viene liberata racconta di vessazioni e torture. 
Nonostante sia considerato un sovversivo El rey del metro cuadrado in Germania per i Mondiali del 1974 ci va. Ma la sua avventura finisce dopo 67 minuti e con un mare di polemiche.
Caszely viene espulso (il primo cartellino rosso della storia) nel match d'esordio contro la Germania Ovest e su di lui piovono critiche e sbeffeggi. “Caszely espulso per violazione dei diritti umani” scrive la stampa di regime. Si è fatto espellere per non giocare contro i comunisti della DDR, aggiungono.




Il Cile esce (zero vittorie e due pareggi con Australia e Germania Est) e sono in due a pagare. Il tecnico e Caszely. L'attaccante è escluso dal nuovo selezionatore della Nazionale Caupolicán Peña .
Per cinque anni la Roja la seguirà da tifoso e il suo essere “rosso”, secondo alcuni, gli precluse una maglia prestigiosa, la bianca ma franchista del Real Madrid. 
Carlos però è troppo forte. Nel 1979, appena tornato al suo Colo Colo dopo 5 anni in Spagna Caszely viene richiamato e trascina il Cile in finale di Copa America e lo porta ai Mondiali spagnoli del 1982. Qui contro l'Austria sbaglia un rigore che di fatto elimina la sua Nazionale. E otto anni dopo volano ancora le accuse. L'ha fatto apposta, dice qualcuno. Per il Rey del metro cuadrado è in pratica la fine della sua storia con la Nazionale.
.Giocherà altri tre anni in Nazionale, con un' ultima partita e un ultimo supergol contro il Brasile. Ma con il calcio non si spegne la sua voglia di opporsi alla dittatura. E' il 1985 e Caszely, ormai un ex della Nazionale, incontra ancora Pinochet alla Moneda, il palazzo presidenziale. Si presenta e stavolta lo saluta (ma non gli stringe la mano). Ha una cravatta rossa vistosissima. “Lei porta sempre la cravatta? domanda il dittatore. “Sì, non me la tolgo mai. La porto dalla parte del cuore”. "Io gliela taglierei" è la risposta di Pinochet mimando le forbici con le dita.
Ma la vera rivincita sul dittatore l'ormai ex attaccante del Colo Colo se la prende nell'autunno 1988. Il Cile, dopo 15 anni di dittatura sta decidendo il suo futuro attraverso un referendum che dovrà dire se Pinochet dovrà rimanere ancora al potere.
Tra gli spot della campagna per il no, ce n'è uno in cui parla una signora sessantenne, racconta le torture e le vessazioni che ha subito. E alla fine della testimonianza appare lui, Carlos Caszely, El Rey del Metro Cuadrado. “Per questo il mio voto è No. Perché la sua allegria è la mia allegria. Perché i suoi sentimenti sono i miei sentimenti. Perché il giorno di domani potremo vivere in una democrazia libera, sana, solidale, che tutti possiamo condividere. Perché questa bella signora è mia madre”, sono le sue parole.




Il no vincerà con il 55% dei voti ma Carlos Caszely rifiuterà di entrare in politica, scegliendo di raccontare il calcio come giornalista. Il lavoro che svolge ancora oggi.




Danilo Crepaldi

sabato 1 febbraio 2020

L'HELLAS NON HA PAURA DEL MARAKANA

Lo stadio Rajko Mitić di Belgrado, generalmente conosciuto come Marakana, è uno degli ambienti dove maggiormente conta il supporto del pubblico: i Delije (Eroi) rappresentano davvero il dodicesimo uomo in campo, sostenendo i proprio giocatori ed intimorendo gli avversari senza sosta e nel modo più aggressivo possibile.
Ad avere la meglio su tale massiccia influenza è riuscito l'Hellas Verona di Osvaldo Bagnoli, capace il 28 settembre 1983 di uscire vincitrice dal caldo catino balcanico per 2-3, con tre prodezze tecniche dei suoi giocatori. L'occasione è valida per il ritorno dei trentaduesimi di finale della Coppa Uefa, garantiti dal quarto posto ottenuto nel campionato precedente.
La stagione 1983/1984 vede gli Scaligeri terminare la stagione al sesto posto, raggiungendo inoltre la finale di Coppa Italia (persa con l Juventus), facendo le prime esperienze nel contesto europeo; non poco per squadra ritornata in serie A solamente nel 1982.
Dalle certezze costruite nel corso dei due anni, i gialloblu costruiranno l'ossatura per la storica vittoria dello Scudetto 1984/1985, grazie in primis ad un gruppo coeso ed in cerca di rivincite: imprese come quella di Belgrado la dicono lunga sul valore dello stesso e sulle capacità tecniche dei relativi giocatori.



Nella gara di andata la formazione veronese si era imposta per 1-0, grazie ad un rigore messo a segno da Piero Fanna e concesso per un fallo su Giuseppe "Nanu" Galderisi, piccolo e tecnico centravanti appena arrivato dalla Juventus, nella quale era esploso come un autentico enfant prodige.

sabato 25 gennaio 2020

AUSTRIA.ITALIA, LA PARTITA SOSPESA

Il 21 marzo del 1937 allo stadio Prater si gioca una sfida tra due delle squadre più attese per il successivo Mondiale, Austria ed Italia; a rendere ancora più interessante l'incontro è il fatto che lo stesso è valido  per quarta edizione della Coppa Internazionale, trofeo che nelle precedenti edizioni è stato due vinto due volte dagli Azzurri ed una volta dal Wunderteam.
Basterebbe dare un'occhiata alle due formazioni per rendersi conto dell'alto livello degli interpreti e dei contenuti tecnici che ci si attende dal match in programma alle 15:
AUSTRIA: Platzer, Sesta, Schmaus, Adamek, Pekarek, Nausch, Zischek, Stroh, Sindelar, Jerusalem, Pesser. Selezionatori Eberstaller e Gerö. Allenatore Hussak
ITALIA: Olivieri A., Monzeglio, Rava, Serantoni, Andreolo, Corsi, Pasinati, Meazza, Piola, Ferrari G., Colausig. Allenatore Pozzo.
Sfida nelle sfida è l'ennesimo confronto tra i due fenomeni del periodo, Mathias Sindelar e Giuseppe Meazza, fuoriclasse che attraggono i favori di tutti gli esteti del bel calcio e che rappresentano il climax tecnico delle compagini in questioni.
Le tensioni politiche ed i venti del prossimo conflitto mondiale alimentano pesantemente il clima della gara, tanto che l'arbitro dell'incontro, lo svedese Otto Olsson, arriverà a sospenderla al 74°minuto.






Molti dei fatti e degli aneddoti relativi a tale partita vengono riferiti dal commissario tecnico Vittorio Pozzo, il quale resta colpito dal clima d'astio con il quale l'Italia viene accolta in campo, tra insulti, fischi ed espressioni di disprezzo che coinvolgono il contesto politico: a meno di un anno dall'Anschluss, l'annessione dell'Austria alla Germania nazista, il popolo austriaco si trova in un periodo di grande incertezza e timore, con i giocatori che dal canto loro potrebbero vedersi negata la partecipazione al successivo Mondiale in Francia (cosa che avverrà).

sabato 18 gennaio 2020

L'UNGHERIA CONCEDE LA RIPERDITA

E' opinione comune considerare la data del 25 novembre 1953 come una sorta di spartiacque nella storia del calcio, come se esistesse un periodo pre e post il match tra Inghilterra ed Ungheria, terminato come noto con la vittoria per 3-6 della compagine magiara.
La sfida di Wembley, il suo incredibile risultato e la prestazione complessiva della squadra di Gusztáv Sebes hanno nel tempo alimentato la leggenda, finendo per diventare argomento di discussioni e libri, diventando universalmente massima espressione dell'Aranycsapat, la squadra d'oro simbolo del calcio internazionale degli anni'50.
Tale risultato, al quale è stato dedicato anche un locale a Budapest, ha messo in chiaro come il calcio Danubiano di matrice ungherese fosse al momento il migliore d'Europa, per non dire del mondo, privando il contesto inglese di tale autoproclamato attestato.
Quest'ultimo invece di imparare da tale débâcle e rinnovare il proprio credo calcistico, arriva a chiedere un'immediata rivincita, ottenendo di poter giocare a Budapest il 23 maggio del 1954, contando nella causalità dell'avverso risultato ottenuto a Wembley.
Se possibile il risultato di questa talvolta dimenticata partita è ancora più pesante della prima: Ungheria-Inghilterra finisce infatti con un sonante 7-1, peggior sconfitta di sempre della rappresentativa britannica.


Come anticipato il commissario tecnico britannico Walter Winterbottom si dimostra sordo ai suggerimenti di stampa ed addetti ai lavori e, soprattutto, per una volta miope alla situazione tattica evidenziata dal primo incontro, decidendo di impostare la gara allo stesso modo, cambiando nove uomini schierati in campo con la medesima struttura tattica.

sabato 4 gennaio 2020

IL GRANDE PAPELITO

Nel corso degli anni'70, la squadra peruviana del Club Universitario de Deportes diventa una solida realtà del calcio sudamericano, ottenendo importanti risultati in Copa Libertadores, con apice assoluto la finale dell'edizione del 1972 persa contro l'Independiente.
Tre anni più tardi il cammino dei Meringhe si ferma nel girone di semifinale, dopo aver concluso da imbattuti il primo raggruppamento ed aver avuto la soddisfazione di vincere in casa del Peñarol, nel leggendario Estadio del Centenario,grazie ad un gol di Oswaldo "Cachito" Ramirez, ma soprattutto in virtù delle grandi parate del portiere Juan Cáceres, detto Papelito.
Quest'ultimo si toglie anche la soddisfazione di parare un calcio di rigore al grande attaccante Fernando Morena al termine della gara , confermando in pieno i giudizi che lo vogliono quale uno dei migliori portieri del periodo. La sua abilità è amplificata da quella mancanza fisica che sembra rendere il suo impiego come portiere paradossale oppure un controsenso: al portiere peruviano manca infatti un dito di una mano, per la precisione l'indice della mano destra, perso mentre lavorava in un panificio di Chancay.


Nella parate sul tiro dagli undici metri dell'attaccante del Peñarol si dimostra sia freddo nel restare fermo, sia pronto a raggomitolarsi su se stesso per recupero il pallone ed impedire all'avversario di riprendere il pallone dopo l'iniziale respinta.