domenica 19 novembre 2017

CAMILLO JERUSALEM

Un personaggio come Hugo Meisl non può che essere indicato come uno degli allenatori più importanti del XIX secolo, principalmente per quanto lui fatto alla guida della nazionale austriaca.
E' proprio grazie alla sua conduzione tecnica che nasce il Wunderteam ("squadra delle meraviglie") all'inizio degli anni'30, capace di dominare a livello continentale di rappresentare un modello da emulare per le altre rappresentative.
La sua improvvisa morte nel 1937 priva la rappresentativa del suo storico allenatore, in momento nel quale le vicende politiche stanno fortemente minando l'esistenza stessa dell'Austria quale nazione.
Meisl non può così assistere all'annessione della sua nazione alla Germania nazista (Anschluss), che comporta, oltre che le evidenti conseguenze di carattere sociale, anche l'imposizione per i giocatori austriaci di andare a rinforzare la nazionale tedesca.
C'è chi si rifiuta decisamente di giocare per i dominatori tedeschi, come Matthias Sindelar, probabilmente il più forte giocatore austriaco di tutti i tempi, il quale non fa mistero della sua avversione al nazismo arrivando a disertare anche la convocazione per il Mondiale del 1938.
Il famigerato Carta Velina morirà in circostanze mai chiarite nel 1939, pagando probabilmente tale diniego ed un atteggiamento ostile nei confronti del nazismo e delle più o meno velate intimidazioni volte ad inserirlo nella nazionale tedesca.
Accanto alla sua simbolica figura vi è un altro calciatore che decide di voltare le spalle al Reich, creando meno trambusto mediatico, ma, al tempo stesso, rappresentando dal punto di vista tecnico una grave perdita per la nazionale.
Parliamo di Camillo Jerusalem squisita mezzala sinistra in grado davvero di poter fare la differenza in un quel magnifico calcio degli anni'30.


La usa predisposizione per il gioco del calcio gli permette di entrare a far parte della rosa dell'Austria Vienna nel 1930 a soli 16 anni, dopo che aver dimostrato classe e tecnica a livello amatoriale.

domenica 12 novembre 2017

RUGGERO GRAVA, IL NUOVO GABETTO

Nell'estate del 1948 il presidente del Torino Ferruccio Novo inizia una meticolosa opera di rinnovamento della squadra, andando a tesserare nuovi potenziali campioni da inserire gradualmente nell'undici titolare.
L'operazione è il frutto di una dettagliata ricerca volta a reperire quei talenti degni di poter sostituire i componenti di quello che ancora oggi è ricordato come il Grande Torino.
Il raggio d'azione non è limitato alla sola Italia, ma spazia anche per tutta Europa, essendo la squadra piemontese conosciuta in tutto il continente, dove la sua nomea di Invincibile rappresenta un sogno per ogni calciatore.
Badando poco alle spese e molto più al valore e alla futuribilità dei giocatori, arrivano a disposizione quattro elementi di sicuro valore, inizialmente proponibili come riserve dei fortissimi titolari.
Da Casale arriva a rinforzare il reparto difensivo il terzino sinistro Piero Operto, mentre il reparto di centrocampo viene ampliato dall'acquisto di Rubens Fadini, ventiduenne proveniente dalla Gallaratese.
Per quanto concerne l'attacco le scelte della società vertono tre giocatori provenienti da campionati esteri, a conferma del carattere internazionale della ricerca effettuata.
Dalla Cecoslovacchia e precisamente dallo Slovan Bratislava viene prelevata la mezzala Július Schubert, mentre dalla Francia arrivano due centravanti, il transalpino Émile Bongiorni e l'italiano Revelli Ruggero Grava, nato in Francia da genitori italiani emigrati dal Friuli in cerca di fortuna.



Su di lui si indirizzano particolarmente le speranze dell'allenatore inglese Leslie Lievesley, che in vede in lui quelle specifiche qualità che potrebbero farne il sostituto del grande Guglielmo Gabetto.

domenica 5 novembre 2017

DINO DA COSTA

I magnifici tifosi del Botafogo sono universalmente ammirati ed invidiati per avere avuto la possibilità di bearsi della giocate del grande Garrincha per ben  dodici anni, applaudendo un autentico fuoriclasse dal dribbling incontenibile.
In molti ancora oggi ritengono il piccolo Manè addirittura superiore all'icona Pelè, attribuendogli quella nomea di leggenda che la sregolata vita e la  candida spontaneità hanno alimentato nel tempo.
All'inizio degli anni'50 la prodigiosa ala brasiliana viene affiancata da altri due notevoli giocatori, diversi per caratteristiche, ma con in comune il futuro nel campionato italiano.
La punta centrale è Luis Vinicio, micidiale attaccante protagonista con più squadra nel nostro campionato, dove arriva a realizzare 155 complessivamente.
L'altro componente del tridente è una mezzapunta dalla falcata ampia e dalla tecnica sublime, teoricamente impiegabile come esterno destro, ma praticamente a sua agio in ogni zona del campo.
Stiamo parlando di Dino Da Costa, talento purissimo ritenuto con ragione uno dei giocatori più completi ad aver giocato nel nostro campionato.




Con la maglia bianconera del Botafogo fa il suo esordio nel 1951 a vent'anni, anche se il suo nome viene preso in considerazione per la prima squadra già da qualche anno.

domenica 29 ottobre 2017

DETARI TRASCINA LE AQUILE

Chi ha dimestichezza con il calcio magiaro concorderà sul fatto che Lajos Détári sia uno dei più fulgidi talenti espressi dall'Ungheria dopo la fine del leggendario ciclo dell'Aranycsapat.
Purtroppo per lui il suo nome viene ancora oggi rimembrato anche come uno dei più grandi dispersori di tale virtù, dal momento che il particolare carattere lo ha frenato in molte occasioni.
Accenni di vita non proprio professionale, un forte e limitante egocentrismo e la tendenza a concedersi molte pause fanno pesantemente a cazzotti con una tecnica eccezionale, un piede destro sublime ed una classe innata da vero fuoriclasse.
In Italia il trequartista di Budapest ha incantato ad isolati sprazzi con le maglie di Bologna, Ancona e Genoa, restando in tali contesti poco di più che una promessa mancata.
In carriera, tuttavia, il suo suscettibile ego è riuscito talvolta ad assecondarne il genio, finendo per consentirgli di essere uno vero trascinatore.
Per conferme basta chiedere ai tifosi dell'Eintracht Francoforte, che nella stagione 1987/1988 vedono la propria squadra imporsi nella Coppa di Germania grazie, prevalentemente, alle giocate di un ispirato Détári .



Le Aquile iniziano la stagione con un nuovo allenatore, Karl-Heinz Feldkamp, il quale di buon grado accoglie in squadra il fantasista ungherese, al momento uno dei prospetti più interessanti e contesi del continente.

martedì 24 ottobre 2017

AYCUT KOCAMAN, DALLA GINNASTICA AL CALCIO

In una nazione calciofila come l'Italia ogni bambino viene appena possibile indirizzato all'esercizio dell'antica arte pedatoria, grazie alla portata mediatica di tale sport ed alle grandi spontanee quanto intrusive insistenze famigliari.
Le altre discipline si riservano una nicchia relativa, spesso tristemente ancora al retaggio culturale/territoriale o alle solita ingerenze genitoriali, in una sorta di "romantico" passaggio di consegne.
Con una tale ristretta visione molti appassionati potrebbero sorprendersi nell'apprendere che molti grandi calciatori hanno iniziato la carriera agonistica cimentandosi in sport diversi.
In un nostro precedente articolo abbiamo raccontato di come il turco Can Bartu fosse in giovane età un eccelso talento della pallacanestro, arrivando addirittura in nazionale, prima che la passione per il calcio lo portasse anche a giocare nel selettivo campionato italiano.
Sempre dalla Turchia arriva una altro esempio di un atleta doppiamente dotato in due sport, tanto da eccellere in entrambi fino a quando il pallone non lo ha reso una leggenda nazionale.
A tal proposito Aycut Kocaman è ancora oggi ricordato come uno dei cinque calciatori turchi ad aver segnato 200 gol in campionato, ma tutto era partito dalla ginnastica.



La sua adolescenza sportiva è ugualmente divisa tra calcio e ginnastica, facendo parte rispettivamente della squadra dilettantistica del Kabataş Altınmızrak e della rappresentativa Eczacıbaşı.

domenica 15 ottobre 2017

FERENC HIRZER, MEGLIO DI LEWANDOWSKI

Il 22 settembre 2015 il grande centravanti polacco Robert Lewandowski stupisce il mondo realizzando 5 reti in 9 minuti contro il Wolsburg, dando nuovamente prova del proprio talento e del proprio fiuto del gol.
All'indomani della prodigiosa prodezza realizzativa i media ne hanno giustamente esaltato il valore, alcuni sostenendo altresì come nessuno prima di lui fosse riuscito a centrare un "pokerissimo" in così pochi minuti.
In realtà c'è chi è riuscito a fare addirittura meglio, mettendo a segno le 5 segnature in appena 7 minuti.
Il prolifico attaccante in questione è l'ungherese Ferenc Hirzer e per rinverdire i fasti di tale record di segnature dobbiamo andare indietro nel tempo di molti anni, precisamente al 20 giugno 1926.



L'ambito di riferimento è il campionato italiano, del quale si gioca la ventunesima giornata, con la Juventus, futura vincitrice del torneo, impegnata sul campo del Mantova.

giovedì 12 ottobre 2017

RIGORE ALLA.....PACIOCCO!

Nel corso del tempo il calcio di rigore, da semplice tiro di massima punizione, è diventato oggetto di varie forme di realizzazione, con le quali campioni o presunti tali hanno dimostrato la propria classe e la propria inventiva.
Abbiamo così imparato a fare conoscenza con tiri con lunga rincorsa, calciati da fermo, eseguiti dopo audaci finte e via dicendo.
Nel 1976 Antonín Panenka ha sorpreso il mondo con il suo "cucchiaio", ripreso in molte occasioni anche di recente, visto da tutti come un vero e proprio azzardo, ma, al tempo stesso, sinonimo di estrema sicurezza nei proprio mezzi.
Il leggendario Johan Cruijff nel 1982 ha mostrato al mondo come il penalty possa essere trasformato dopo due tocchi con un compagno, sfruttando in tal senso un disposizione del regolamento che pochi conoscono.
Il Profeta del gol ha ispirato nel 2016 Leo Messi e Luis Suarez e forse anche Robert Pires e Thierry Henry qualche anno prima, anche se il risultato per i due francesi è stato quantomeno comico.
Cosa manca all'appello? Quale altra particolare trovata si può applicare per quello che è nato come un tiro da undici metri con il solo portiere ad evitare la realizzazione?
Mancherebbe all'appello un rigore calciato con la "rabona", vale a dire quel particolare vezzo tecnico con la quale si calcia incrociando di fatto le gambe.


Di derivazione castigliana, la paternità di tale giocata viene attribuita da alcuni a Riccardo Infante, che nel 1948 segnò in tale modo durante un'azione di gioco.
Possibile che nella lunga storia del calcio nessuno abbia mai pensato ad una simile modalità di esecuzione dagli undici metri?
Qualcuno in effetti si è cimentato con successo in tale tentativo: nel 1985 Ricardo Paciocco decide la sfida tra Reggina e Triestina trasformando con la rabona il rigore del 2-1 a favore degli amaranto.


Il giocatore nato in Venezuela è alla prima stagione nel capoluogo e viene da discrete esperienze in seria A con le maglie di Pisa e Lecce, dove non è mai riuscito però ad imporsi come attaccante titolare.
Pur non essendo un prolifico realizzatore è dotato di tecnica ed estro, oltre che di grande perizia tattica e di spirito di sacrificio.
Lo si può definire il classico giocatore sempre apprezzato dagli allenatori, i quali sono disposti a chiudere un occhio sul carattere fumantino e su qualche bonaria "pazzia".
Nell'estate del 1989 il nuovo tecnico Bruno "Maciste" Bolchi punta su di lui e sull'attaccante Fulvio Simonini, supportati dalla promessa Massimo Orlando, per ottenere la promozione nella massima serie, dopo che l'anno precedente la stessa era sfuggita a seguito dello spareggio contro la Cremonese
La  coppia di attaccanti non conferma però sul campo il potenziale realizzativo della vigilia, con Paciocco che segna solamente 7 reti nelle 29 partite disputate. Ma, come anticipato, una di queste merita di essere ricordata per la maniera con la quale è stata realizzata.
Siamo alla trentacinquesima giornata e la Reggina è in piena lotta promozione quando al Granillo si presenta la Triestina, a sua volta impegnata nella corsa alla salvezza.
Al 75° minuto sul risultato di 1-1 viene decretato un calcio di rigore a favore dei padroni di casa e sul dischetto si presenta, come detto, Paciocco.




La scelta del tipo di esecuzione e quello che succede dopo è entrato di fatto nella leggenda popolare e molte sono state le interpretazioni e indiscrezioni sulla vicenda.
Il giocatore, intervistato anni dopo, spiega in questo modo la decisione di fare la rabona.
“ Quel rigore fu un attimo di pazzia. Quando guardai il portiere, prima di tirare, lo vidi fermo di fronte a me. Mi raccontarono che il mister disse, “calcia di sinistro?”. Gli rispose Cascione, “no, mister, fa la rabona”. Stavo per tirare e sentii un urlo disperato, “no!”. Troppo tardi. Feci la rabona, la palla gonfiò la rete e l’atmosfera negli istanti immediatamente successivi fu surreale. La nostra gente quasi non realizzava quanto fosse successo. Per me è stato solamene un modo per spiazzare il portiere e fare gol” (Fonte www.strettoweb.com).
Si inizia a parlare anche di una possibile scommessa che il giocatore avrebbe proposto all'allenatore Bolchi in un allenamento prima della partita:" Mister, scommettiamo che domenica se ci danno un rigore lo calcio con la rabona?".
Il tecnico milanese, dall'alto della grande esperienza e personalità, non da peso alle parole del suo giocatore, mettendo fine alla discussione con un bonario " va bene, però adesso pensa a lavorare".
Non è dato sapersi se Paciocco abbia preso la risposta dell'allenatore come un'autorizzazione, fatto sta che nel momento fatidico non mostra reticenza nel mettere in atto il suo particolare piano.
L'eccezionalità del gesto è tale che anche i giornalisti presenti allo stadio non si accorgono subito della rabona, dando solamente notizia dell'avvenuta trasformazione. Saranno solo i replay e l'occhio attendo degli appassionati a notare che Paciocco ha di fatto calciato con il sinistro, incrociando le gambe.
Un moto atipico per lasciare il proprio nome nella storia del calcio italiano, in attesa che qualche altro spavaldo calciatore si cimenti in un rigore con la rabona.
O per meglio dire un rigore "alla Paciocco".




Giovanni Fasani 






domenica 8 ottobre 2017

EL CHIVO ANDREOLO

Se provassimo ad associare le parole centromediano ed oriundo nella nostra mente apparirebbe la massiccia figura di Luisito Monti, eccellenza nel ruolo e campione del mondo nel 1934 con l'Italia, dopo essere arrivato secondo quattro anni prima con l'Argentina.
In realtà in Sudamerica è sbocciato un altro fulgido talento di tale mansione, arrivato anche lui in Italia ed anche lui vincitore del Mondiale in maglia azzurra.
Parliamo del grande Miguel Angel Andreolo, autentico fuoriclasse nato in Uruguay da genitori emigrati dalla provincia di Salerno e diventato leggendario con la maglia del Bologna e con quella della nazionale di Vittorio Pozzo.


Nato a Carmelo in terra uruguagia nel 1912, mette subito in mostra doti fisico/tecniche che lo mettono all'attenzione del Nacional, nel quale cresce a livello giovanile e con il quale esordisce nel 1932.

domenica 1 ottobre 2017

CLODOALDO L'EQUILIBRATORE

Alla vigilia del Mondiale 1970 il commissario tecnico Mário Zagallo si trova nella piacevole quanto non facile situazione di dover far coincidere a livello tattico sette giocatori dalla tecnica sopraffina e dall'ovvia inclinazione offensiva.
Accanto al mito Pelé troviamo il prolifico Tostão, ai lati dei quali giocano l'imprendibile Jairzinho sulla destra ed il fromboliere Rivelino, il cui sinistro è probabilmente uno dei migliori mai visti nella storia del calcio.
Dietro questo quartetto, accanto all'altrettanto grande Gérson, troviamo l'elemento in grado di dare l'equilibrio ad un squadra sa sogno, dall'alto di un intelligenza tattica straordinaria.
Pur avendo doti tecniche proprie del trequartista, Clodoaldo si erge nel classico ruolo di Volante, passandone alla storia come uno dei più forti di sempre.




E' proprio la sua presenza che consente al tecnico di Maceió di schierare tutte le sue stelle contemporaneamente, offrendo un calcio esteticamente sublime quanto straordinariamente redditizio.

giovedì 28 settembre 2017

FIGLI DELLA JUGOSLAVIA

Dopo FOOTBALLSLAVIA, Danilo Crepaldi, ci riporta nei Balcani, una terra che produce più storia di quella che riesce a consumare.
Dopo la disgregazione della Jugoslavia ancora una volta il calcio s'intreccia alla politica ed alla storia dei nuovi stati slavi in maniera viscerale venendo usato dal potente di turno per i propri interessi personali.
In questo libro Crepaldi Danilo ci racconta il difficile rapporto fra calcio, tifo e politica in una parte di mondo che non sembra volere e potere trovare un equilibrio definitivo.
FIGLI DELLA JUGOSLAVIA è il fedele resoconto, storico-calcistico della storia balcanica dopo lo scioglimento della Jugoslavia.
Una storia che, ancora oggi, è profondamente legata al ricordo dello stato socialista governato da Tito.Una storia di calcio, guerre e violenze che sembrano non voler dar pace agli ex cittadini jugoslavi.

 
 
 L'estratto è preso dal capitolo 4 "Francia '98 Fra orgoglio e nazionalismo" sotto titolo "La zlatna Generacija del calcio croato".

domenica 24 settembre 2017

ANTONIN PUC IL GUASTAFESTE

Il Mondiale del 1934 è ricordato per la prima storica affermazione della nazionale italiana, avvenuta in un ambiente costruito ad arte dal governo fascista, con lo scopo di esaltarne il prestigio e la visibilità internazionale.
Grazie alla maestria di Vittorio Pozzo, abile ad allestire una rosa fortissima, coniugata con qualche neanche tanto velato favore, gli azzurri raggiungono la finale di Roma da disputarsi contro la Cecoslovacchia.
Anche la nazionale di di Karel Petrů è però una rappresentativa fortissima, capitanata da František Plánička (protagonista di un nostro vecchio articolo) con un quintetto offensivo fortissimo, dove spicca la classe di Oldřich Nejedlý (anch'egli già raccontato nel nostro blog).
Nella finalissima di Roma gli "ospiti" non si limitano a fare da sparring partner, tanto da passare in vantaggio al 71° minuto con un gol di un attaccante tanto piccolo quanto letale e decisivo, Antonín Puč.

 
 

La sua rete getta nello sconforto il pubblico italiano accorso allo Stadio Nazionale del PDF, impreparato anche solo a temere di non poter vincere il torneo.

lunedì 18 settembre 2017

TOMISLAV IVKOVIC, PER UN PUGNO DI DOLLARI

In tutto il mondo i giocatori di etnia slava sono conosciuti non solo per le indiscusse qualità tecniche, ma anche per una spiccata personalità, la quale a tratti può facilmente sfociare in sbruffoneria ed eccessiva sicurezza dei proprio mezzi.
Lo stereotipo più diffuso è quello del calciatore indolente e poco avvezzo al sacrificio, ma al tempo stesso talmente fiero del proprio talento da ritenerlo sufficiente a confrontarsi e a sconfiggere ogni tipo di avversario.
Addirittura neppure al cospetto dei giocatori più forti del mondo sembra venir meno la loro sicurezza (spocchia?), perché in cuor loro si sentono davvero i migliori.
Nel contesto calcistico al nome Jugoslavia siamo abituati ad associare raffinati palleggiatori o portentosi attaccanti, appunto perché la tecnica applicata alla vocazione offensiva ne rappresenta una costante peculiarità.
Considerando la sfera caratteriale vogliamo ricordare un curioso episodio che ha visto come protagonista un portiere jugoslavo, talmente impavido da sfidare addirittura il grande Maradona.
Si può dire qualsiasi cosa del girovago Tomislav Ivković, ma non che gli siano mancate la personalità e la faccia tosta.


 
A partire proprio dalla sua lunga carriera spesa in più di una nazione durata la bellezza di 21 anni terminata nel 1998 alla vigilia del trentottesimo compleanno; nell'arco della stessa ha giocato in patria (Dinamo Zagabria, Cibalia Vinkovici e Stella Rossa), in Austria (Wacker Innsbruck e Wiener Sport Club), in Belgio (Genk), in Portogallo (Sporting Lisbona, Vitoria Setúbal, Belenenses ed Estrela Amadora) ed in Spagna (Salamanca).
Talento ne ha da vendere, è un portiere completo statuario (189 cm di altezza) in grado di comandare con piglio ed autorità la retroguardia, dimostrandosi sicuro in ogni frangente.
Non mancano i colpi di testa tipici di chi decide di giocare tra i pali e se vi aggiungiamo i geni slavi il risultato che ne esce è quello di un vero e proprio personaggio.
Nel 1989  disputa la sua prima stagione con lo Sporting CP, squadra di buon livello impegnata anche in Coppa Uefa.
A tal proposito il primo turno mette di fronte i Leões al Napoli di Diego Armando Maradona, campione in carica del torneo, in un doppio match che si dimostrerà aspro e combattuto.
Dopo il pareggio a reti bianche allo stadio José Alvalade lo stesso risultato si verifica due settimane dopo al San Paolo rendendo inevitabile l'epilogo finale dei calcio di rigore.
Ivković inizia alla grande la serie respingendo il tiro di Crippa, ma anche il "collega" Giuliano Giuliani si supera sulla conclusione di Luizinho.
Arrivati all'ultima conclusione si presenta dal dischetto Maradona, con il Napoli in vantaggio ed è a quel punto che al portiere slavo viene in mente di rendere più avvincente la già delicata situazione, proponendo al Pibe de Oro di scommettere 100 dollari sul fatto che gli avrebbe parato il rigore.
Il giocatore argentino annuisce e parte con la classica rincorsa aspettando un movimento del portiere per spiazzarlo: Ivković resta fermo fino all'ultimo ed intuisce il tiro debole gettandosi sulla sua sinistra.
Invece che esultare il portiere dello Sporting si avvicina a Maradona e tirandolo per il braccio gli ricorda la validità della scommessa, ricevendo dal rammaricato argentino un cenno positivo con la testa.
Per fortuna del Napoli e di Maradona Giuliani è in serata di grazie e respinge il rigore di Fernando Gomes regalando ai partenopei il passaggio del turno.




La leggenda narra che negli spogliatoi Maradona abbia effettivamente rispettato il singolare accordo pagando quanto pattuito al portiere slavo, già soddisfatto di aver vinto la scommessa e parato un rigore al giocatore più forte del mondo, indipendentemente dall'eliminazione.
Siccome a volte il calcio regala situazione paradossali, l'anno successivo la sfida si ripete, questa volta nel contesto del campionato del mondo: Ivković è il portiere titolare della Jugoslavia, mentre Dieguito è il trascinatore di un'Argentina intenzionata a bissare il titolo conquistato quattro anni prima in Messico.
Le due squadre si incontrano ai quarti di finale, con i Plavi accreditati di essere una delle squadre più temibili della competizione, dall'alto di una tecnica sbalorditiva.
Gli uomini di Ivica Osim, guidati dalla classe di Dragan Stojković, Dejan Savićević e Robert Prosinečki sopperiscono all'espulsione di Refik Sabanadzovic mettendo in grande difficoltà la squadra sudamericana, nonostante il match non si sblocchi neanche dopo i supplementari.
Si va quindi alla lotteria dagli undici metri e dopo i primi due tentativi l'Argentina è in vantaggio per 2-1, a causa dell'errore di Stojković.
A questo punto si presenta dal dischetto Maradona, il quale con la solita sicurezza si appresta a calciare al cospetto di Ivković: non è dato sapersi se il numero dieci argentino pensasse all'errore di qualche mese addietro, fatto sta che calcia a mezzaltezza con scarsa forza rendendo semplice la parata dell'avversario, che addirittura blocca il pallone.
In questa circostanza non ci sono scommesse tra i due, anche se l'estremo difensore abbozza un tentativo in tal senso, venendo ignorato dall'avversario.
Anche stavolta il risultato finale non gli sorride, dal momento che i successivi errori di Dragoljub Brnović  e Faruk Hadžibegić mettono fine a quello che è l'ultimo Mondiale disputato dalla Jugoslavia unita.




 
Appare forse riduttivo sintetizzare la carriera di Tomislav Ivković a questo particolare episodio con Maradona, ignorando in tal senso le 38 presenze in nazionale ed il generale apprezzamento da lui ricevuto durante la lunga e movimentata carriera.
Ma la particolarità del suo carattere e la capacità di affrontare con estrema sicurezza una situazione decisiva possono in buona parte riassumerne il valore.
Potete scommetterci!!!!!



Giovanni Fasani

giovedì 14 settembre 2017

C'ERA UNA VOLTA IL SAARLAND.....

Al termine della Seconda Guerra Mondiale i confini territoriali subiscono un vero e proprio scossone, tale da mettere in discussione anche l'esistenza stessa di interi stati.
La Germania viene divisa in due differenti nazioni, lasciandone una sotto il controllo occidentale e l'altra sotto la pressante influenza dell'Unione Sovietica.
All'interno del territorio tedesco si trova un piccolo protettorato, finito sotto il controllo nazista nel 1935, dopo un plebiscito che lo vede assumere il nome di Westmark.
Nella generale nomenclatura tale territorio è denominato Saarland e dopo essere finito sotto il controllo francese nel 1945, arriva a conoscere 3 anni di assoluta indipendenza.
Nel 1954, infatti, Francia e Germania propendono di creare una nazione a se stante, con capitale Saarbrücken e con tutti i crismi per concorrere anche in campo sportivo.
In campo calcistico la federazione già esiste dal 1950, ma con la creazione della FIFA la prima nazionale del Saarland partecipa di diritto alle qualificazioni per il Mondiale 1954.


Con la maglia biancoblu, la piccola rappresentativa viene inserita nel Gruppo 1 con la Norvegia e soprattutto contro la Germania Ovest.

sabato 9 settembre 2017

MICHELANGELO RAMPULLA


Michelangelo Rampulla è sicuramente uno dei più ricordati ed apprezzati numeri 12 degli anni novanta.
Siciliano DOC, nasce a Patti, nel messinese, il 10 di agosto del 1962. Calcisticamente cresce nella squadra  bianconera della piccola cittadina, la Pattese, inizialmente con il ruolo di attaccante. Il padre, grande appassionato di calcio, vista la stazza (quasi 190 cm per 82 chilogrammi) lo convinse a cambiare ruolo, diventò portiere. Scelta che si rivelò fondamentale per lo sviluppo della carriera.


Esordì in prima squadra nella stagione 1979/1980 a soli 17 anni. Le buonissime prestazioni convinsero l'altrettanto giovane Direttore Sportivo del Varese Beppe Marotta ad integrare in squadra il 18enne Rampulla. In un balzo solo, dalla promozione in Serie D alla B.

mercoledì 6 settembre 2017

LO SHERIFF TIRASPOL LA SQUADRA PRINCIPE DI UNO STATO FANTASMA

Lo Sheriff Tiraspol, oggi gioca in Europa League e sentendo questo nome in molti hanno difficoltà a collocarlo su una cartina europea; se poi vi dicessimo che questa squadra rappresenta uno stato chiamato Transnitria la confusione diventa totale.
Dov'è la Transnitria? O meglio cos'è la Transnitria?
 
 
Sarebbe inutile armarsi di atlante geografica lo stato della Transnitria non lo trovereste perchè è uno stato de facto riconosciuto solo dalla Russia e mal tollerato dalla Moldavia il cui territorio dovrebbe comprendere anche quello della Transnitria. Ma per capire questa situazione così strana bisogna fare un salto indietro nel tempo e più precisamente al 1940 quando Moldavia e Transnitria passarono dall'essere l'estrema parte orientale della Romania a Repubblica costituente dell'URSS in seguito agli accordi del patto Molotov-Ribbentropp.
 
                                                             (confine Transinitria-Moldavia)
                                        
Dopo il crollo sovietico firmato perestrojka e glasnost la Moldavia si dichiarò indipendente a scapito dei cittadini russi, i quali si ritirarono oltre il fiume Dnistro dichiarando la regione indipendente con il nome di Repubblica Moldava di Pridnestrovie.

martedì 29 agosto 2017

UN GENIO SENZA REGOLE

Il talento è uno di quei parametri che non può essere insegnato, essendo un dono attribuito senza una palese ratio, indipendentemente da chi sia il fortunato possessore e dagli sforzi da lui prodotti.
Chi viene baciato da tale virtù dovrebbe coltivarla ed implementarla, al fine di sfruttare al meglio quelle naturali qualità che madre natura ha generosamente fornito.
Il talentuoso giocatore sovente investe tutto sul suo talento e lavora senza sosta per sfruttare ogni opportunità e per diventare il più forte possibile.
Tuttavia c'è anche una categoria di calciatori che si bea in senso assoluto delle proprie capacità, facendo prevalere una indole oziosa ed un po' compiaciuta, distinguendosi altresì sovente per una spiccata quanto pittoresca personalità.
La descrizione proposta sembra il ritratto perfetto di un eccelso talento danese, tanto forte quanto stravagante, protagonista del magnifico calcio anni '40/50.
Stiamo parlando del grande Helge Christian Bronée, vera e propria delizia per gli amanti dell'estetica, quanto incubo di vari allenatori per le "pazzie" in campo e fuori.



Che si tratti di un fenomeno con il pallone il pubblico danese se ne accorge ben presto, perché dalle parti della natia Nybølle e successivamente da Copenaghen un talento del genere non lo avevano davvero mai visto.

venerdì 25 agosto 2017

IL VERROU QUESTO SCONOSCIUTO

Uno dei più antichi luoghi comuni attinenti al calcio italiano è quello di ritenerlo un calcio eccessivamente difensivistico, finalizzato nel modo più pragmatico possibile all'ottenimento del risultato.
Storicamente in campo internazionale le compagini italiche sono state più volte tacciate di "catenaccio", intendo in tal senso mettere in risalto una condotta di gara rinunciataria, intervallato solamente da sporadici quanto subdoli contropiedi.
E' bene precisare, però, che tale appellativo trova la sua origine non nella nostra penisola, ma bensì in Svizzera, dove l'arguto allenatore austriaco Karl Rappan per primo ha sviluppato i presupposti del tanto bistrattato Verrou (appunto catenaccio in francese).


Ma in cosa consiste in soldoni questo famigerato catenaccio? In termini pratici risulterebbe una versione modificata del Sistema, laddove viene arretrato un centrocampista alle spalle della linea difensiva, con il compito di coprire letteralmente le spalle ai difendenti impegnati nella marcature diretta.
 

Nasce così il ruolo definito dal grande Gianni Brera come "libero", in quanto svincolato da compiti di controllo di uno specifico avversario, ma deputato agli interventi in seconda battuta ed agli indispensabili raddoppi di marcatura in determinati frangenti del match.
Nella sua accezione inglese tale mansione viene invece indicata con il nome "sweeper", letteralmente spazzatore, mettendo in risalto la principale funzione di liberare senza tanti fronzoli la propria area di rigore.
Rappan arriva a tale modulo nel 1932, quando sulla panchina del Servette riconosce con estrema umiltà i limiti della propria squadra, decidendo di rinunciare di fatto ad un giocatore nella metacampo per puntellare la difesa.
Quest'ultima prevede che i quattro componenti (libero, stopper ed i due terzini) restino di fatto bloccati, lasciando ai due mediani il compito di costruire l'azione a favore degli avanti; il numero di questi ultimi varia a seconda dell'impostazione tattica, quindi con 2 attaccanti o con 3.



 
In fase di non possesso è bene notare come le mezzali abbassino invece di 20 metri la propria posizione, andando a comporre un muro di interdizione davvero molto spesso.
Appare evidente come con tale ordine tattico ci si conceda di fatto al possesso di palla avversario, a causa anche dell'inferiorità numerica a centrocampo.
Al tecnico austriaco poco importa dello spettacolo e del possesso palla e i risultati sembrano dargli ragione, dal momento che il suo Verrou porta il modesto Servette a giocarsela anche con squadre sulla carta superiori.
Addirittura Les Grenats vincono due titoli nazionali, costruiti prevalentemente su questo schema difensivo, che fa ovviamente storcere il naso agli amanti dello spettacolo, ma che risulta redditizio e fortemente efficace nel limitare l'estro dei più forti avversari.
Rappan applica il "suo" Verrou anche nel 1938, quando con una formazione poco accreditata dai critici si presenta con la nazionale svizzera al via del Mondiale in Francia.
Pur con una rosa inferiore riesce ad eliminare la Germania negli ottavi di finale, ribaltando il pronostico della vigilia e la volontà nazista di vincere il Mondiale (anche grazie all'inclusione nella rosa dei giocatori austriaci).




Dopo il pareggio per 1-1 della prima partita, si rende necessario la ripetizione della stessa, che vede la rappresentativa svizzera imporsi per 4-2.
La squadra tedesca fa davvero fatica a trovare varchi nell'attenta divisa rossocrociata, lasciando inevitabilmente il campo alle rapide manovra di ripartenza di Alfred Bickel e compagni, delle quali beneficia Andrè Abelgglen (tre reti nel doppio match).
Nonostante il prestigioso quanto impronosticabile risultato, il pubblico transalpino poco apprezza la condotta difensiva della Svizzera, tanto che in molti parlano candidamente di "non gioco".
I più attenti esaltano invece la determinazione e l'ordine tattico ottenuto con il bistrattato Verrou, che sembra davvero fungere da strumento in grado di livellare (verso il basso) le differenze tecniche.
Nel turno successivo, comunque, tale schema non riuscirà a fermare la superiorità della fortissima Ungheria, che, seppur con qualche problema, si imporrà per 2-0, facendo la gioia di ogni esteta  e di ogni amante del calcio di matrice danubiana.
Rappan prosegue senza variazioni con il suo credo calcistico, dividendosi tra la panchina del Servette e quella della nazionale, della quale è commissario tecnico nel 1954 per il Mondiale giocato in casa.
Con una versione rivista del Verrou la Svizzera passa il turno di qualificazione battendo l'Italia allo spareggio (4-1), salvo poi arrendersi all'Austria in un pirotecnico quarto di finale terminato 7-5.
Che sia finita l'era del catenaccio? La risposta è no, dal momento che versioni differenti di tale schema verranno riproposte prevalentemente in Italia, dove ancora oggi si discute su chi l'abbia introdotto per primo.
Già negli anni'40 Mario Villini con la Triestina e Ottavio Barbieri con i VV.FF. di La Spezia avevano dato concretezza al Catenaccio, ma sarà alla fine del decennio con Gipo Viani, Nereo Rocco ed Alfredo Foni che tale sistema troverà un'applicazione più strutturata. Successivamente la città di Milano vivrà un intenso dualismo interno tra il Milan di Nereo Rocco e l'Inter di Helenio Herrera, che si contenderanno vittorie puntando il larga misura sul Catenaccio scatenando un forte contraddittorio tra sostenitori dello stesso ed amanti di un calcio più offensivo.




Evitando di schierarsi dal punto di vista tattico e di attribuire la paternità del Catenaccio, va rimarcato come tale schema ha di fatto segnato buona parte della nostra storia calcistica, etichettandoci tal volta in male maniera, ma permettendoci di crescere e vincere a livello internazionale.
Per molti anni il catenaccio ha infatti rappresentato una nostra peculiarità, laddove molti tecnici in modo più o meno palese lo hanno messo in pratica con continuità, salvo poche eccezioni.
Solamente l''avvento alla fine degli anni'80 di Arrigo Sacchi ha poi rappresentato un punto di rottura in di tale visione tattica, finendo per indottrinare i tecnici futuri e portando il calcio ai dettami ancora oggi in vigore.
Ancora oggi c'è chi storce il naso al parlare di "gioco all'italiana", ma tutto è partito dalla vicina Svizzera, dove l'intuizione di un tecnico esperto ha dato il via ad un sistema di gioco criticato, poco spettacolare, ma sicuramente redditizio per buona parte del calcio del XX secolo.





Giovanni Fasani
 

sabato 5 agosto 2017

LA LEGGENDA COMINCIÒ COSÌ: IL PRIMO GOL IN CAMPIONATO DI ROBERTO BAGGIO.

È il 3 Giugno 1984 e allo Stadio "Menti" di Vicenza 10000 tifosi biancorossi hanno assiepato le tribune nella speranza di poter festeggiare la promozione dei loro beniamini in Serie B. Eh già perchè in quella afosa domenica di tarda primavera il Vicenza era in lotta con Parma e Bologna per la promozione nella serie cadetta. La classifica prima di quell'ultima giornata di campionato recitava: Bologna e Parma 46 punti, Vicenza 45.
I veneti sulla carta hanno il compito più difficile ospitando in casa il Brescia fermo a 39 punti che se anche senza ormai più velleità era una squadra costruita per vincere il campionato. Il Bologna, dal canto suo riceveva al "Dall'Ara" il dimesso e già retrocesso Trento mentre il Parma scendeva in quel di Sanremo contro i locali ormai matematicamente salvo e senza piu nulla da chiedere al campionato.
Sospinto dai tifosi il Vicenza parte subito attaccando a testa bassa e dopo pochi minuti Rondon servito da Manzin porta in vantaggio i veneti.
ll Brescia non sembra in grado di reagire ed al 20° capitola ancora a causa di un'autorete di Salvioni propiziata da Grop. La partita è virtualmente finita. Rondon si prende ancora il lusso di fallire un calcio di rigore.
I 10000 sugli spalti aspettano notizie da Bologna e Sanremo; notizie che purtroppo non sono buone. Il Bologna vince e controlla agevolmente il vantaggio mentre il Parma conduce agevolmente per 2-0. Il gelo cala sul Menti.
Al 63° Mister Giorgi richiama in panchina Grop ed inserisce un diciasetenne di belle speranze tal ROBERTO BAGGIO da Caldogno E LA LEGGENDA EBBE INIZIO.


All'83° minuto il direttore di gara assegna un'altro rigore ai biancorossi. Rondon, uno dei rigoristi della squadra, è stato appena sostituito, mentre l'altro rigorista dei vicentini è Livio Manzin che però si fa da parte consegnando il pallone al giovane Roberto Baggio che senza difficoltà batte il portiere bresciano Aliboni per il 3-0 definitivo.


I tifosi biancorossi quella Domenica non festeggiarono la promozione in serie B ma senza saperlo assistettero alla nascita di uno dei più grandi giocatori di sempre: ROBERTO BAGGIO.



Danilo Crepaldi

domenica 30 luglio 2017

L'ANGUILLA DI KARLOVAC

Con la riapertura delle frontiere avvenuta nel 1980 la serie A è presto divenuta il palcoscenico per i migliori giocatori stranieri, desiderosi di essere protagonisti nel più ricco e prestigioso campionato d'Europa.
Nel corso degli anni autentici campioni sono approdati in Italia, per giocare in alcuni casi in squadre teoricamente di seconda fascia, ma al tempo stesso appetibili dal punto di vista tecnico ed economico.
Ai nostri giorni pare quasi impossibile rendersi conto di come certi fuoriclasse possano aver giocato nel nostro paese per guadagnare la salvezze o che addirittura certi di loro siano addirittura retrocessi con la squadra di appartenenza.
L'elenco in tal senso sarebbe lunghissimo e non basterebbe un libro per contenere le singole storie di tali calciatori e deli contesti nei quali sono approdati.
Al tal proposito una delle squadre più attive è l'Ascoli di Costantino Rozzi, protagonista sul mercato per l'ingaggio di giocatori quali tra gli altri Aleksandar Trifunović, Patricio Hernández, Walter Junior Casagrande fino ad arrivare a Hugo Maradona, fratello del grande Diego.
Nell'estate del 1988 il vulcanico presidente rivolge le sue attenzioni alla Prva Liga jugoslava acquistando dalla Dinamo Zagabria il libero Mustafa Arslanović e dalla Stella Rossa la mezzapunta Borislav Cvetković, capocannoniere della Coppa Campioni 1986/1987.


Del giocatore in questione è in verità difficile determinarne il ruolo, essendosi disimpegnato al meglio anche come ala, come trequartista ed anche come punta pura.

domenica 23 luglio 2017

EUSEBIO CASTIGLIANO

Quando si parla del Grande Torino risulta difficile estrapolare un singolo giocatore, essendo la rosa granata composta da autentici campioni, tutti a loro modo straordinari personaggi.
Se è vero che capitano Valentino Mazzola ne rappresenta la figura più carismatica e mediaticamente conosciuta, non vanno trascurato le singole storie di coloro che non possono essere semplicemente chiamati "gregari".
Nei nostri precedenti articoli abbiamo parlato di leggende quali Giuseppe Grezar, Ezio Loik e Virgilio Maroso, mettendone in luce la strabiliante valenza tecnico/tattica e le apprezzabili qualità umane.
Questa volta vogliamo occuparci di quello che per ruolo e carattere rappresenta il vero motore del centrocampo del Torino, vale a dire il grande Eusebio Castigliano.
 


Sin dagli esordi nella natia Vercelli dimostra di sapere interpretare la mansione di mediano in modo diverso rispetto alla classica interpretazione italiana; nella storica Pro Vercelli, pur garantendo grande quantità, dimostra doti offensive innate, particolarmente esemplificate da un tiro potentissimo, che lo rende molto temibile nelle conclusione dalla media/lunga distanza.

lunedì 17 luglio 2017

MOLTO PIU' DI UNA RISERVA

Un vecchio adagio afferma che la decisione di fare il portiere derivi da una vera e propria vocazione, talmente forte da rendere incurante il futuro atleta della propria integrità fisica e di ogni tipo di critica.
E’ quindi risaputo che ogni numero uno che si rispetti disponga di grande personalità per gestire la responsabilità e la pressione che tale ruolo comporta.
Tale fondamentale qualità non deve mancare neanche ai secondi portieri, vale a dire a quei giocatori che accettano di essere la riserva del titolare, consapevoli di potersi mettere in mostra solamente quando quest’ultimo non è disponibile o in competizioni ritenute secondarie.
A tal proposito il nome di Giulio Nuciari rappresenta una vera e propria icona della categoria, dall’alto delle 333 panchine collezionate come dodicesimo (record assoluto).
 
 
Tale primato non va visto come una mancanza di ambizione dello stesso, ma come la conferma che siamo di fronte ad un personaggio per certi versi unico del calcio italiano.

domenica 9 luglio 2017

ADOLF URBAN

Nel corso del secolo precedente i due conflitti mondiali hanno distrutto e nei casi migliori solo pesantemente alterato la vita di milioni di persone.
Il futuro di molti è stato rovinato e minato per sempre, laddove i meno fortunati hanno invece trovato la morte nei modi più crudeli e cruenti.
Ovviamente nel lungo e tragico elenco delle vittime vi sono anche calciatori, costretti ad interrompere la carriera e partire per il fronte con il desiderio di tornare sani e salvi e poi invece periti per la propria patria.
Tra i molteplici casi in tal senso va ricordato il grande Adolf Urban, eccelso attaccante tedesco dello Schalke 04, tristemente perito nel 1943 in Russia in un maldestro quanto tragico tentativo di invasione deciso dal governo tedesco.


 
Nato proprio a Gelsenkirchen nel 1914 da una famiglia emigrata dalla Prussia orientale, il giovane Adolf mostra subito grande interesse per il calcio e doti tecnico/atletiche che gli valgono l'ingresso nello giovanili dello Schalke 04.

giovedì 6 luglio 2017

IL SECONDO FOGGIA DI ZEMAN

L'avvento del Foggia zemaniano nella massima serie italiana rappresenta ancora oggi una delle massime espressioni di calcio offensivo ed integralista nella sua più concreta accezione.
Il tecnico boemo inculca nel sui giocatori le sue idee di calcio, ottenendo dapprima la promozione in serie A e successivamente un nono posto nel suddetto campionato, incantando pubblico e critica per il gioco spettacolare offerto.
Nell'estate del 1992 sono molteplici le offerte che arrivano per i giocatori rossoneri, con il presidente Casillo ben intenzionato a trarre dalle cessioni il massimo possibile.
Viene da se che la rosa del Foggia viene a dir poco rivoluzionata, con cessione anche eccellenti come ad esempio quelle di Igor Shalimov, Francesco "Ciccio" Baiano" e Giuseppe Signori, utili complessivamente ad incassare circa 57 miliardi di lire.
A sorpresa Casillio d'intesa con il direttore generale Giuseppe Pavone e lo stesso Zeman, allestiscono una nuova squadra formata prevalentemente da giocatori provenienti dalla serie C, rinunciando di fatto a quasi tutto il gruppo di giocatori precedente, mettendo addirittura fuori rosa chi non accetta la cessione.
Con una spesa risibile (si dice 128 miliardi di lire) la società foggiana mette a disposizione dello staff tecnico un gruppo di illustri sconosciuti ai più, generando a livello contabile una cospicua plusvalenza.
Pubblico ed addetti ai lavori insorgono polemici contro quella che sembra un mera operazione per lucrare sui valori della squadra, ma verranno prontamente smentiti dalla intuizioni di Zeman che con una rosa di esordienti compie davvero un autentico capolavoro.



Grazie appunto all'applicazione tattica ed alla classica preparazione atletica il Foggia sorprende tutti, tornando ben presto ad incantare dopo le comprensibili difficoltà incontrate.