lunedì 18 settembre 2017

TOMISLAV IVKOVIC, PER UN PUGNO DI DOLLARI

In tutto il mondo i giocatori di etnia slava sono conosciuti non solo per le indiscusse qualità tecniche, ma anche per una spiccata personalità, la quale a tratti può facilmente sfociare in sbruffoneria ed eccessiva sicurezza dei proprio mezzi.
Lo stereotipo più diffuso è quello del calciatore indolente e poco avvezzo al sacrificio, ma al tempo stesso talmente fiero del proprio talento da ritenerlo sufficiente a confrontarsi e a sconfiggere ogni tipo di avversario.
Addirittura neppure al cospetto dei giocatori più forti del mondo sembra venir meno la loro sicurezza (spocchia?), perché in cuor loro si sentono davvero i migliori.
Nel contesto calcistico al nome Jugoslavia siamo abituati ad associare raffinati palleggiatori o portentosi attaccanti, appunto perché la tecnica applicata alla vocazione offensiva ne rappresenta una costante peculiarità.
Considerando la sfera caratteriale vogliamo ricordare un curioso episodio che ha visto come protagonista un portiere jugoslavo, talmente impavido da sfidare addirittura il grande Maradona.
Si può dire qualsiasi cosa del girovago Tomislav Ivković, ma non che gli siano mancate la personalità e la faccia tosta.


 
A partire proprio dalla sua lunga carriera spesa in più di una nazione durata la bellezza di 21 anni terminata nel 1998 alla vigilia del trentottesimo compleanno; nell'arco della stessa ha giocato in patria (Dinamo Zagabria, Cibalia Vinkovici e Stella Rossa), in Austria (Wacker Innsbruck e Wiener Sport Club), in Belgio (Genk), in Portogallo (Sporting Lisbona, Vitoria Setúbal, Belenenses ed Estrela Amadora) ed in Spagna (Salamanca).
Talento ne ha da vendere, è un portiere completo statuario (189 cm di altezza) in grado di comandare con piglio ed autorità la retroguardia, dimostrandosi sicuro in ogni frangente.
Non mancano i colpi di testa tipici di chi decide di giocare tra i pali e se vi aggiungiamo i geni slavi il risultato che ne esce è quello di un vero e proprio personaggio.
Nel 1989  disputa la sua prima stagione con lo Sporting CP, squadra di buon livello impegnata anche in Coppa Uefa.
A tal proposito il primo turno mette di fronte i Leões al Napoli di Diego Armando Maradona, campione in carica del torneo, in un doppio match che si dimostrerà aspro e combattuto.
Dopo il pareggio a reti bianche allo stadio José Alvalade lo stesso risultato si verifica due settimane dopo al San Paolo rendendo inevitabile l'epilogo finale dei calcio di rigore.
Ivković inizia alla grande la serie respingendo il tiro di Crippa, ma anche il "collega" Giuliano Giuliani si supera sulla conclusione di Luizinho.
Arrivati all'ultima conclusione si presenta dal dischetto Maradona, con il Napoli in vantaggio ed è a quel punto che al portiere slavo viene in mente di rendere più avvincente la già delicata situazione, proponendo al Pibe de Oro di scommettere 100 dollari sul fatto che gli avrebbe parato il rigore.
Il giocatore argentino annuisce e parte con la classica rincorsa aspettando un movimento del portiere per spiazzarlo: Ivković resta fermo fino all'ultimo ed intuisce il tiro debole gettandosi sulla sua sinistra.
Invece che esultare il portiere dello Sporting si avvicina a Maradona e tirandolo per il braccio gli ricorda la validità della scommessa, ricevendo dal rammaricato argentino un cenno positivo con la testa.
Per fortuna del Napoli e di Maradona Giuliani è in serata di grazie e respinge il rigore di Fernando Gomes regalando ai partenopei il passaggio del turno.




La leggenda narra che negli spogliatoi Maradona abbia effettivamente rispettato il singolare accordo pagando quanto pattuito al portiere slavo, già soddisfatto di aver vinto la scommessa e parato un rigore al giocatore più forte del mondo, indipendentemente dall'eliminazione.
Siccome a volte il calcio regala situazione paradossali, l'anno successivo la sfida si ripete, questa volta nel contesto del campionato del mondo: Ivković è il portiere titolare della Jugoslavia, mentre Dieguito è il trascinatore di un'Argentina intenzionata a bissare il titolo conquistato quattro anni prima in Messico.
Le due squadre si incontrano ai quarti di finale, con i Plavi accreditati di essere una delle squadre più temibili della competizione, dall'alto di una tecnica sbalorditiva.
Gli uomini di Ivica Osim, guidati dalla classe di Dragan Stojković, Dejan Savićević e Robert Prosinečki sopperiscono all'espulsione di Refik Sabanadzovic mettendo in grande difficoltà la squadra sudamericana, nonostante il match non si sblocchi neanche dopo i supplementari.
Si va quindi alla lotteria dagli undici metri e dopo i primi due tentativi l'Argentina è in vantaggio per 2-1, a causa dell'errore di Stojković.
A questo punto si presenta dal dischetto Maradona, il quale con la solita sicurezza si appresta a calciare al cospetto di Ivković: non è dato sapersi se il numero dieci argentino pensasse all'errore di qualche mese addietro, fatto sta che calcia a mezzaltezza con scarsa forza rendendo semplice la parata dell'avversario, che addirittura blocca il pallone.
In questa circostanza non ci sono scommesse tra i due, anche se l'estremo difensore abbozza un tentativo in tal senso, venendo ignorato dall'avversario.
Anche stavolta il risultato finale non gli sorride, dal momento che i successivi errori di Dragoljub Brnović  e Faruk Hadžibegić mettono fine a quello che è l'ultimo Mondiale disputato dalla Jugoslavia unita.




 
Appare forse riduttivo sintetizzare la carriera di Tomislav Ivković a questo particolare episodio con Maradona, ignorando in tal senso le 38 presenze in nazionale ed il generale apprezzamento da lui ricevuto durante la lunga e movimentata carriera.
Ma la particolarità del suo carattere e la capacità di affrontare con estrema sicurezza una situazione decisiva possono in buona parte riassumerne il valore.
Potete scommetterci!!!!!



Giovanni Fasani

giovedì 14 settembre 2017

C'ERA UNA VOLTA IL SAARLAND.....

Al termine della Seconda Guerra Mondiale i confini territoriali subiscono un vero e proprio scossone, tale da mettere in discussione anche l'esistenza stessa di interi stati.
La Germania viene divisa in due differenti nazioni, lasciandone una sotto il controllo occidentale e l'altra sotto la pressante influenza dell'Unione Sovietica.
All'interno del territorio tedesco si trova un piccolo protettorato, finito sotto il controllo nazista nel 1935, dopo un plebiscito che lo vede assumere il nome di Westmark.
Nella generale nomenclatura tale territorio è denominato Saarland e dopo essere finito sotto il controllo francese nel 1945, arriva a conoscere 3 anni di assoluta indipendenza.
Nel 1954, infatti, Francia e Germania propendono di creare una nazione a se stante, con capitale Saarbrücken e con tutti i crismi per concorrere anche in campo sportivo.
In campo calcistico la federazione già esiste dal 1950, ma con la creazione della FIFA la prima nazionale del Saarland partecipa di diritto alle qualificazioni per il Mondiale 1954.


Con la maglia biancoblu, la piccola rappresentativa viene inserita nel Gruppo 1 con la Norvegia e soprattutto contro la Germania Ovest.

sabato 9 settembre 2017

MICHELANGELO RAMPULLA


Michelangelo Rampulla è sicuramente uno dei più ricordati ed apprezzati numeri 12 degli anni novanta.
Siciliano DOC, nasce a Patti, nel messinese, il 10 di agosto del 1962. Calcisticamente cresce nella squadra  bianconera della piccola cittadina, la Pattese, inizialmente con il ruolo di attaccante. Il padre, grande appassionato di calcio, vista la stazza (quasi 190 cm per 82 chilogrammi) lo convinse a cambiare ruolo, diventò portiere. Scelta che si rivelò fondamentale per lo sviluppo della carriera.


Esordì in prima squadra nella stagione 1979/1980 a soli 17 anni. Le buonissime prestazioni convinsero l'altrettanto giovane Direttore Sportivo del Varese Beppe Marotta ad integrare in squadra il 18enne Rampulla. In un balzo solo, dalla promozione in Serie D alla B.

mercoledì 6 settembre 2017

LO SHERIFF TIRASPOL LA SQUADRA PRINCIPE DI UNO STATO FANTASMA

Lo Sheriff Tiraspol, oggi gioca in Europa League e sentendo questo nome in molti hanno difficoltà a collocarlo su una cartina europea; se poi vi dicessimo che questa squadra rappresenta uno stato chiamato Transnitria la confusione diventa totale.
Dov'è la Transnitria? O meglio cos'è la Transnitria?
 
 
Sarebbe inutile armarsi di atlante geografica lo stato della Transnitria non lo trovereste perchè è uno stato de facto riconosciuto solo dalla Russia e mal tollerato dalla Moldavia il cui territorio dovrebbe comprendere anche quello della Transnitria. Ma per capire questa situazione così strana bisogna fare un salto indietro nel tempo e più precisamente al 1940 quando Moldavia e Transnitria passarono dall'essere l'estrema parte orientale della Romania a Repubblica costituente dell'URSS in seguito agli accordi del patto Molotov-Ribbentropp.
 
                                                             (confine Transinitria-Moldavia)
                                        
Dopo il crollo sovietico firmato perestrojka e glasnost la Moldavia si dichiarò indipendente a scapito dei cittadini russi, i quali si ritirarono oltre il fiume Dnistro dichiarando la regione indipendente con il nome di Repubblica Moldava di Pridnestrovie.

martedì 29 agosto 2017

UN GENIO SENZA REGOLE

Il talento è uno di quei parametri che non può essere insegnato, essendo un dono attribuito senza una palese ratio, indipendentemente da chi sia il fortunato possessore e dagli sforzi da lui prodotti.
Chi viene baciato da tale virtù dovrebbe coltivarla ed implementarla, al fine di sfruttare al meglio quelle naturali qualità che madre natura ha generosamente fornito.
Il talentuoso giocatore sovente investe tutto sul suo talento e lavora senza sosta per sfruttare ogni opportunità e per diventare il più forte possibile.
Tuttavia c'è anche una categoria di calciatori che si bea in senso assoluto delle proprie capacità, facendo prevalere una indole oziosa ed un po' compiaciuta, distinguendosi altresì sovente per una spiccata quanto pittoresca personalità.
La descrizione proposta sembra il ritratto perfetto di un eccelso talento danese, tanto forte quanto stravagante, protagonista del magnifico calcio anni '40/50.
Stiamo parlando del grande Helge Christian Bronée, vera e propria delizia per gli amanti dell'estetica, quanto incubo di vari allenatori per le "pazzie" in campo e fuori.



Che si tratti di un fenomeno con il pallone il pubblico danese se ne accorge ben presto, perché dalle parti della natia Nybølle e successivamente da Copenaghen un talento del genere non lo avevano davvero mai visto.

venerdì 25 agosto 2017

IL VERROU QUESTO SCONOSCIUTO

Uno dei più antichi luoghi comuni attinenti al calcio italiano è quello di ritenerlo un calcio eccessivamente difensivistico, finalizzato nel modo più pragmatico possibile all'ottenimento del risultato.
Storicamente in campo internazionale le compagini italiche sono state più volte tacciate di "catenaccio", intendo in tal senso mettere in risalto una condotta di gara rinunciataria, intervallato solamente da sporadici quanto subdoli contropiedi.
E' bene precisare, però, che tale appellativo trova la sua origine non nella nostra penisola, ma bensì in Svizzera, dove l'arguto allenatore austriaco Karl Rappan per primo ha sviluppato i presupposti del tanto bistrattato Verrou (appunto catenaccio in francese).


Ma in cosa consiste in soldoni questo famigerato catenaccio? In termini pratici risulterebbe una versione modificata del Sistema, laddove viene arretrato un centrocampista alle spalle della linea difensiva, con il compito di coprire letteralmente le spalle ai difendenti impegnati nella marcature diretta.
 

Nasce così il ruolo definito dal grande Gianni Brera come "libero", in quanto svincolato da compiti di controllo di uno specifico avversario, ma deputato agli interventi in seconda battuta ed agli indispensabili raddoppi di marcatura in determinati frangenti del match.
Nella sua accezione inglese tale mansione viene invece indicata con il nome "sweeper", letteralmente spazzatore, mettendo in risalto la principale funzione di liberare senza tanti fronzoli la propria area di rigore.
Rappan arriva a tale modulo nel 1932, quando sulla panchina del Servette riconosce con estrema umiltà i limiti della propria squadra, decidendo di rinunciare di fatto ad un giocatore nella metacampo per puntellare la difesa.
Quest'ultima prevede che i quattro componenti (libero, stopper ed i due terzini) restino di fatto bloccati, lasciando ai due mediani il compito di costruire l'azione a favore degli avanti; il numero di questi ultimi varia a seconda dell'impostazione tattica, quindi con 2 attaccanti o con 3.



 
In fase di non possesso è bene notare come le mezzali abbassino invece di 20 metri la propria posizione, andando a comporre un muro di interdizione davvero molto spesso.
Appare evidente come con tale ordine tattico ci si conceda di fatto al possesso di palla avversario, a causa anche dell'inferiorità numerica a centrocampo.
Al tecnico austriaco poco importa dello spettacolo e del possesso palla e i risultati sembrano dargli ragione, dal momento che il suo Verrou porta il modesto Servette a giocarsela anche con squadre sulla carta superiori.
Addirittura Les Grenats vincono due titoli nazionali, costruiti prevalentemente su questo schema difensivo, che fa ovviamente storcere il naso agli amanti dello spettacolo, ma che risulta redditizio e fortemente efficace nel limitare l'estro dei più forti avversari.
Rappan applica il "suo" Verrou anche nel 1938, quando con una formazione poco accreditata dai critici si presenta con la nazionale svizzera al via del Mondiale in Francia.
Pur con una rosa inferiore riesce ad eliminare la Germania negli ottavi di finale, ribaltando il pronostico della vigilia e la volontà nazista di vincere il Mondiale (anche grazie all'inclusione nella rosa dei giocatori austriaci).




Dopo il pareggio per 1-1 della prima partita, si rende necessario la ripetizione della stessa, che vede la rappresentativa svizzera imporsi per 4-2.
La squadra tedesca fa davvero fatica a trovare varchi nell'attenta divisa rossocrociata, lasciando inevitabilmente il campo alle rapide manovra di ripartenza di Alfred Bickel e compagni, delle quali beneficia Andrè Abelgglen (tre reti nel doppio match).
Nonostante il prestigioso quanto impronosticabile risultato, il pubblico transalpino poco apprezza la condotta difensiva della Svizzera, tanto che in molti parlano candidamente di "non gioco".
I più attenti esaltano invece la determinazione e l'ordine tattico ottenuto con il bistrattato Verrou, che sembra davvero fungere da strumento in grado di livellare (verso il basso) le differenze tecniche.
Nel turno successivo, comunque, tale schema non riuscirà a fermare la superiorità della fortissima Ungheria, che, seppur con qualche problema, si imporrà per 2-0, facendo la gioia di ogni esteta  e di ogni amante del calcio di matrice danubiana.
Rappan prosegue senza variazioni con il suo credo calcistico, dividendosi tra la panchina del Servette e quella della nazionale, della quale è commissario tecnico nel 1954 per il Mondiale giocato in casa.
Con una versione rivista del Verrou la Svizzera passa il turno di qualificazione battendo l'Italia allo spareggio (4-1), salvo poi arrendersi all'Austria in un pirotecnico quarto di finale terminato 7-5.
Che sia finita l'era del catenaccio? La risposta è no, dal momento che versioni differenti di tale schema verranno riproposte prevalentemente in Italia, dove ancora oggi si discute su chi l'abbia introdotto per primo.
Già negli anni'40 Mario Villini con la Triestina e Ottavio Barbieri con i VV.FF. di La Spezia avevano dato concretezza al Catenaccio, ma sarà alla fine del decennio con Gipo Viani, Nereo Rocco ed Alfredo Foni che tale sistema troverà un'applicazione più strutturata. Successivamente la città di Milano vivrà un intenso dualismo interno tra il Milan di Nereo Rocco e l'Inter di Helenio Herrera, che si contenderanno vittorie puntando il larga misura sul Catenaccio scatenando un forte contraddittorio tra sostenitori dello stesso ed amanti di un calcio più offensivo.




Evitando di schierarsi dal punto di vista tattico e di attribuire la paternità del Catenaccio, va rimarcato come tale schema ha di fatto segnato buona parte della nostra storia calcistica, etichettandoci tal volta in male maniera, ma permettendoci di crescere e vincere a livello internazionale.
Per molti anni il catenaccio ha infatti rappresentato una nostra peculiarità, laddove molti tecnici in modo più o meno palese lo hanno messo in pratica con continuità, salvo poche eccezioni.
Solamente l''avvento alla fine degli anni'80 di Arrigo Sacchi ha poi rappresentato un punto di rottura in di tale visione tattica, finendo per indottrinare i tecnici futuri e portando il calcio ai dettami ancora oggi in vigore.
Ancora oggi c'è chi storce il naso al parlare di "gioco all'italiana", ma tutto è partito dalla vicina Svizzera, dove l'intuizione di un tecnico esperto ha dato il via ad un sistema di gioco criticato, poco spettacolare, ma sicuramente redditizio per buona parte del calcio del XX secolo.





Giovanni Fasani
 

sabato 5 agosto 2017

LA LEGGENDA COMINCIÒ COSÌ: IL PRIMO GOL IN CAMPIONATO DI ROBERTO BAGGIO.

È il 3 Giugno 1984 e allo Stadio "Menti" di Vicenza 10000 tifosi biancorossi hanno assiepato le tribune nella speranza di poter festeggiare la promozione dei loro beniamini in Serie B. Eh già perchè in quella afosa domenica di tarda primavera il Vicenza era in lotta con Parma e Bologna per la promozione nella serie cadetta. La classifica prima di quell'ultima giornata di campionato recitava: Bologna e Parma 46 punti, Vicenza 45.
I veneti sulla carta hanno il compito più difficile ospitando in casa il Brescia fermo a 39 punti che se anche senza ormai più velleità era una squadra costruita per vincere il campionato. Il Bologna, dal canto suo riceveva al "Dall'Ara" il dimesso e già retrocesso Trento mentre il Parma scendeva in quel di Sanremo contro i locali ormai matematicamente salvo e senza piu nulla da chiedere al campionato.
Sospinto dai tifosi il Vicenza parte subito attaccando a testa bassa e dopo pochi minuti Rondon servito da Manzin porta in vantaggio i veneti.
ll Brescia non sembra in grado di reagire ed al 20° capitola ancora a causa di un'autorete di Salvioni propiziata da Grop. La partita è virtualmente finita. Rondon si prende ancora il lusso di fallire un calcio di rigore.
I 10000 sugli spalti aspettano notizie da Bologna e Sanremo; notizie che purtroppo non sono buone. Il Bologna vince e controlla agevolmente il vantaggio mentre il Parma conduce agevolmente per 2-0. Il gelo cala sul Menti.
Al 63° Mister Giorgi richiama in panchina Grop ed inserisce un diciasetenne di belle speranze tal ROBERTO BAGGIO da Caldogno E LA LEGGENDA EBBE INIZIO.


All'83° minuto il direttore di gara assegna un'altro rigore ai biancorossi. Rondon, uno dei rigoristi della squadra, è stato appena sostituito, mentre l'altro rigorista dei vicentini è Livio Manzin che però si fa da parte consegnando il pallone al giovane Roberto Baggio che senza difficoltà batte il portiere bresciano Aliboni per il 3-0 definitivo.


I tifosi biancorossi quella Domenica non festeggiarono la promozione in serie B ma senza saperlo assistettero alla nascita di uno dei più grandi giocatori di sempre: ROBERTO BAGGIO.



Danilo Crepaldi

domenica 30 luglio 2017

L'ANGUILLA DI KARLOVAC

Con la riapertura delle frontiere avvenuta nel 1980 la serie A è presto divenuta il palcoscenico per i migliori giocatori stranieri, desiderosi di essere protagonisti nel più ricco e prestigioso campionato d'Europa.
Nel corso degli anni autentici campioni sono approdati in Italia, per giocare in alcuni casi in squadre teoricamente di seconda fascia, ma al tempo stesso appetibili dal punto di vista tecnico ed economico.
Ai nostri giorni pare quasi impossibile rendersi conto di come certi fuoriclasse possano aver giocato nel nostro paese per guadagnare la salvezze o che addirittura certi di loro siano addirittura retrocessi con la squadra di appartenenza.
L'elenco in tal senso sarebbe lunghissimo e non basterebbe un libro per contenere le singole storie di tali calciatori e deli contesti nei quali sono approdati.
Al tal proposito una delle squadre più attive è l'Ascoli di Costantino Rozzi, protagonista sul mercato per l'ingaggio di giocatori quali tra gli altri Aleksandar Trifunović, Patricio Hernández, Walter Junior Casagrande fino ad arrivare a Hugo Maradona, fratello del grande Diego.
Nell'estate del 1988 il vulcanico presidente rivolge le sue attenzioni alla Prva Liga jugoslava acquistando dalla Dinamo Zagabria il libero Mustafa Arslanović e dalla Stella Rossa la mezzapunta Borislav Cvetković, capocannoniere della Coppa Campioni 1986/1987.


Del giocatore in questione è in verità difficile determinarne il ruolo, essendosi disimpegnato al meglio anche come ala, come trequartista ed anche come punta pura.

domenica 23 luglio 2017

EUSEBIO CASTIGLIANO

Quando si parla del Grande Torino risulta difficile estrapolare un singolo giocatore, essendo la rosa granata composta da autentici campioni, tutti a loro modo straordinari personaggi.
Se è vero che capitano Valentino Mazzola ne rappresenta la figura più carismatica e mediaticamente conosciuta, non vanno trascurato le singole storie di coloro che non possono essere semplicemente chiamati "gregari".
Nei nostri precedenti articoli abbiamo parlato di leggende quali Giuseppe Grezar, Ezio Loik e Virgilio Maroso, mettendone in luce la strabiliante valenza tecnico/tattica e le apprezzabili qualità umane.
Questa volta vogliamo occuparci di quello che per ruolo e carattere rappresenta il vero motore del centrocampo del Torino, vale a dire il grande Eusebio Castigliano.
 


Sin dagli esordi nella natia Vercelli dimostra di sapere interpretare la mansione di mediano in modo diverso rispetto alla classica interpretazione italiana; nella storica Pro Vercelli, pur garantendo grande quantità, dimostra doti offensive innate, particolarmente esemplificate da un tiro potentissimo, che lo rende molto temibile nelle conclusione dalla media/lunga distanza.

lunedì 17 luglio 2017

MOLTO PIU' DI UNA RISERVA

Un vecchio adagio afferma che la decisione di fare il portiere derivi da una vera e propria vocazione, talmente forte da rendere incurante il futuro atleta della propria integrità fisica e di ogni tipo di critica.
E’ quindi risaputo che ogni numero uno che si rispetti disponga di grande personalità per gestire la responsabilità e la pressione che tale ruolo comporta.
Tale fondamentale qualità non deve mancare neanche ai secondi portieri, vale a dire a quei giocatori che accettano di essere la riserva del titolare, consapevoli di potersi mettere in mostra solamente quando quest’ultimo non è disponibile o in competizioni ritenute secondarie.
A tal proposito il nome di Giulio Nuciari rappresenta una vera e propria icona della categoria, dall’alto delle 333 panchine collezionate come dodicesimo (record assoluto).
 
 
Tale primato non va visto come una mancanza di ambizione dello stesso, ma come la conferma che siamo di fronte ad un personaggio per certi versi unico del calcio italiano.

domenica 9 luglio 2017

ADOLF URBAN

Nel corso del secolo precedente i due conflitti mondiali hanno distrutto e nei casi migliori solo pesantemente alterato la vita di milioni di persone.
Il futuro di molti è stato rovinato e minato per sempre, laddove i meno fortunati hanno invece trovato la morte nei modi più crudeli e cruenti.
Ovviamente nel lungo e tragico elenco delle vittime vi sono anche calciatori, costretti ad interrompere la carriera e partire per il fronte con il desiderio di tornare sani e salvi e poi invece periti per la propria patria.
Tra i molteplici casi in tal senso va ricordato il grande Adolf Urban, eccelso attaccante tedesco dello Schalke 04, tristemente perito nel 1943 in Russia in un maldestro quanto tragico tentativo di invasione deciso dal governo tedesco.


 
Nato proprio a Gelsenkirchen nel 1914 da una famiglia emigrata dalla Prussia orientale, il giovane Adolf mostra subito grande interesse per il calcio e doti tecnico/atletiche che gli valgono l'ingresso nello giovanili dello Schalke 04.

giovedì 6 luglio 2017

IL SECONDO FOGGIA DI ZEMAN

L'avvento del Foggia zemaniano nella massima serie italiana rappresenta ancora oggi una delle massime espressioni di calcio offensivo ed integralista nella sua più concreta accezione.
Il tecnico boemo inculca nel sui giocatori le sue idee di calcio, ottenendo dapprima la promozione in serie A e successivamente un nono posto nel suddetto campionato, incantando pubblico e critica per il gioco spettacolare offerto.
Nell'estate del 1992 sono molteplici le offerte che arrivano per i giocatori rossoneri, con il presidente Casillo ben intenzionato a trarre dalle cessioni il massimo possibile.
Viene da se che la rosa del Foggia viene a dir poco rivoluzionata, con cessione anche eccellenti come ad esempio quelle di Igor Shalimov, Francesco "Ciccio" Baiano" e Giuseppe Signori, utili complessivamente ad incassare circa 57 miliardi di lire.
A sorpresa Casillio d'intesa con il direttore generale Giuseppe Pavone e lo stesso Zeman, allestiscono una nuova squadra formata prevalentemente da giocatori provenienti dalla serie C, rinunciando di fatto a quasi tutto il gruppo di giocatori precedente, mettendo addirittura fuori rosa chi non accetta la cessione.
Con una spesa risibile (si dice 128 miliardi di lire) la società foggiana mette a disposizione dello staff tecnico un gruppo di illustri sconosciuti ai più, generando a livello contabile una cospicua plusvalenza.
Pubblico ed addetti ai lavori insorgono polemici contro quella che sembra un mera operazione per lucrare sui valori della squadra, ma verranno prontamente smentiti dalla intuizioni di Zeman che con una rosa di esordienti compie davvero un autentico capolavoro.



Grazie appunto all'applicazione tattica ed alla classica preparazione atletica il Foggia sorprende tutti, tornando ben presto ad incantare dopo le comprensibili difficoltà incontrate.

venerdì 30 giugno 2017

LA ROSA DEL PARON

L'Argentina è da sempre uno dei punti di riferimento del calcio nostrano, diventando in molte occasioni "terra di conquista" in termini di giocatori da ingaggiare.
Sono quasi cent'anni che i nostri dirigenti guardano al calcio albiceleste in certa di talenti o presunti tali, sfruttando anche la forte presenza di immigrati italiani nella società argentina.
Nel corso degli anni sono arrivati grandi campioni, giocatori normali e qualche proverbiale bidone, il più delle volte presi sulla fiducia, fino a la figura degli osservatori ed il fenomeno dello scouting non sono diventati un'utile prassi.
Senza possibilità di vedere sul campo un giocatore era necessario fidarsi delle recensione provenienti da oltreoceano, il più delle volte esagerate per non dire false.
Viene da se che talvolta di vero non c'era neanche il ruolo stesso del calciatore: capitava infatti che modesti difensori venissero spacciati come prolifici attaccanti o superbi centrocampisti, con il solo scopo di ingolosire l'ignaro acquirente.
In questo clima di incertezza e di mal riposta fiducia nel 1954 la Sampdoria acquista dal Rosario Central un presunto formidabile attaccante, rivelatosi però tutt'altro che prolifico.
Ignara di avere a disposizione un raffinato centrocampista, la società blucerchiata si libera dopo due stagioni del giocatore, mandandolo al Padova.
Ed è proprio qua che Humberto Rosa incontra un allenatore che gli cambierà la carriera, Nereo Rocco.


Per meglio chiarire il concetto occorre ritornare nella Rosario degli anni '50 dove un giovanissimo Rosa, detto Coco, si mette in mostra con la maglia delle Canallas, mettendo sin da subito in mostra doti tecniche di alto livello.

mercoledì 28 giugno 2017

DAL KICK AND RUN AL TIKI TAKA

Estratto dal libro "Dal Kick and Run al Tiki Taka" di Danilo Crepaldi





La storia della maledizione di GUTTMAN é una di quelle storie che rendono incredibilmente bello il gioco del calcio e che per questo anche se poco ha a che fare con la tattica vale pena di essere messa nera su bianco. Al posto del tecnico ungherese venne assunto il cileno FERNANDO RIERA che ereditò da GUTTMAN la possibilità di giocarsi un'altra finale di coppa intercontinentale.
Di fronte alle aquile di Lisbona il fortissimo SANTOS di PELÈ (altra squadra che si schierava con il 4-2-4) che vincendo entrambe le partite fece sua la coppa. Nella stagione successiva i rossi di Lisbona conquistarono la terza finale di coppa dei campioni consecutiva. A Wembley fu il MILAN di NEREO ROCCO a contendergliela. Nel primo tempo i "benfiquisti" passarono in vantaggio grazie ad una perla di EUSEBIO, la maledizione sembrava non far paura, ma nella ripresa una doppietta di ALTAFINI favorita dall'infortunio di COLUNA regalarono la coppa ai rossoneri.
Passò un'anno e lo squadrone portoghese si ripresentò, regolarmente, in finale di coppa campioni. Si giocò a Milano contro l'INTER di HELENIO HERRERA. L'anatema di BELA GUTTMAN si presentò puntuale sotto forma di temporale. Un diluvio che limitò le giocate di EUSEBIO e compagni. Nonostante fosse, molto probabilmente più forte dell'INTER, il BENFICA, dovette arrendersi ad un diagonale di JAIR favorito da un erroraccio del portiere COSTA PEREIRA.
Arriviamo al 1967-68 quando il BENFICA scese nuovamente in campo a Wembley per disputare la sua quinta finale di Coppa Campioni contro il MANCHESTER UNITED di GEORGE BEST. E, anche questa volta, niente da fare i "Red Devils" s'imposero per 4-1 dopo i tempi supplementari. A questo punto tifosi e dirigenti iniziarono a preoccuparsi e chiesero perdono al loro ex tecnico arrivando ad offrirgli anche dei soldi. La risposta di BELA fu, tuttavia, perentoria: "L'incantesimo non può essere spezzato"
Nel 1981 il tecnico magiaro morì e qualcuno ipotizzò che l'incantesimo, forse, se ne era andato con lui. Nella stagione successiva, il BENFICA, arrivò in finale di Coppa UEFA con l'ANDERLECHT. Nella finale di andata, disputata in quel di Bruxelles, fu la squadra belga ad imporsi con il minimo scarto (1-0) lasciando aperti i giochi per il ritorno. I tifosi portoghesi prima della partita portarono delle offerte sulla tomba del loro ex allenatore ma lo spirito di BELA GUTTMAN si materializzò nel destro di LOZANO che dopo due minuti pareggiò il vantaggio "benfiquista" di SHAU in uno stadio La Luz vestito a festa. A nulla valse l'assedio finale a cui il BENFICA sottopose la difesa belga. La maledizione aveva colpito ancora!.
Nel 1988 le aquile di Lisbona giunsero, di nuovo, all'atto finale della massima competizione europea trovandosi davanti gli olandesi del PSV EINDHOVEN. I tifosi pensarono bene di rivolgersi ad uno sciamano; il quale assolti i suoi riti dichiarò che la maledizione era stata spezzata per buona pace di tutti.
La partita fu brutta e noiosa e si concluse con uno scialbo 0-0. Si andò ai rigori dove fu decisivo l'errore di VELOSO che si fece parare il suo penalty dal portiere VAN BREUKLEN. Lo sciamano, dal canto suo, non fu pagato, e fu etichettato come un ciarlatano.
Anni dopo VAN BREUKLEN dichiarò che in occasione del rigore decisivo avesse avvertito una presenza che gli indicò dove avrebbe tirato VELOSO...che fosse il fantasma di BELA GUTTMAN?. Due anni dopo fu il tecnico svedese ERIKSSON a condurre il BENFICA in finale di coppa campioni ad attenderlo, sul rettangolo di gioco del Prater di Vienna, il MILAN di ARRIGO SACCHI (di cui parleremo più avanti) e qui lo spirito di BELA GUTTMAN s'incarnò in FRANKIJE RIJKAARD che, a metá secondo tempo, superò il portiere SILVINO regalando il trofeo ai rossoneri.
A nulla valse la statua inalazata allo stadio La Luz in onore del tecnico ed alcune sedute spiritiche compiute dai tifosi per cercare di mettersi in contatto con lo spirito del defunto tecnico. Passarono poi circa vent'anni e nel 2013 fu il difensore IVANOVIC del CHELSEA a far rivivere lo spirito dell'allenatore ungherese regalando l'Europa League ai "blues" di Londra.
Un anno dopo furono i guantoni del portiere portoghese del SIVIGLIA, BETO a beffare ai calci di rigore i "benfiquisti" in occasione, ancora una volta, della finale di Europa League.
La maledizione, o anatema che dir si voglia, dovrebbe concludersi nel 2062 ma il calcio, si sa, é pieno di sorprese. Ma torniamo alla tattica tema principale di questo libro. Mentre il 4-2-4 spopolava in Portogallo; in Brasile, futura patria del "futebol bailado", alcuni...






Danilo Crepaldi

mercoledì 21 giugno 2017

PRESENTAZIONE SORTEGGI EUROPA LEAGUE E CHAMPIONS LEAGUE 2017/2018

È incominciata ufficialmente, con i sorteggi dei preliminari di EUROPA LEAGUE e CHAMPIONS LEAGUE, la stagione calcistica 2017/18.
Molti i club ai nastri di partenza e se per la maggior parte si tratta di piccole squadre i grandi nomi non mancano ed anche le sfide a grande effetto. Al preliminare di EUROPA LEAGUE troviamo società blasonate quali: DINAMO BUCAREST, RANGERS GLASGOW, STELLA ROSSA BELGRADO ma anche VOJVODINA (uno degli ultimi campioni della Jugoslavia unita), DINAMO MINSK, gli ungheresi del VIDEOTON autori di una grande cavalcata europea in Coppa UEFA nela stagione 1985/86 in cui si arresero solamente in finale di fronte al Real Madrid, FK SARAJEVO, SLOVAN BRATISLAVA e LECH POZNAN. Fra le sfide più interessanti spicca sicuramente quella fra il BEITAR GERUSALEMME ed il VASAS BUDAPEST...squadre con un grande seguito nei due rispettivi paesi ed il ritorno in Europa a sei anni di distanza del RANGERS GLASGOW contro i lussemburghesi del PROGRES.
Nel secondo turno entreranno in scena anche i turchi del GALATASARAY già accoppiati agli svedesi dell' OSTERSUND, l' HAJDUK SPALATO che se la vedrà con la vincente di LEVSKI SOFIA-SUTIJESKA altra sfida interessante del primo turno che mette di fronte bulgari e montenegrini.
Direttamente al secondo turno BRONDBY e UTRECHT. Anche in CHAMPIONS LEAGUE troviamo già al primo turno preliminare alcune ex grandi d' Europa tra cui: L' ex squadra di Ferenc Puskas la HONVED BUDAPEST, il PARTIZAN BELGRADO, il MALMO, Il CELTIC GLASGOW ed il ROSENBORG.
Da non sottovalutare anche i polacchi del LEGIA VARSAVIA, il COPENAGHEN, l' APOEL NICOSIA ed il SALISBURGO.
Fra le sfide spicca sicuramente PARTIZAN BELGRADO- BUDUCNOST ovvero le squadre rappresentanti degli ultimi due "pezzi" della Jugoslavia unita in una partita che, a livello europeo, fino al 2009 non era possibile in quanto le due società militavano nello stesso campionato. Un " derby" che potrebbe riaccendere vecchie e mai del tutto cicatrizzate ferite figlie della guerra e di una convivenza a tratti forzata.
Da non perdere anche HAPOEL BEER SHEVA- HONVED con la squadra ungherese chiamata al confronti con i giustizieri dell' INTER nell' ultima EUROPA LEAGUE.
Da seguire anche ZRIJNSKI- MARIBOR altro derby dell' ex Jugoslavia che mette di fronte bosniaci e sloveni in un match che promette scintille.
Ma la partita davvero da non perdere è quella, a patto che i nordirlandesi del LINFIELD eliminino i modesti sanmarinesi del LA FIORITA guidati da DAMIANO TOMMASI, fra il CELTIC e lo stesso LINFIELD. Questo perchè i Nordirlandesi sono praticamente il RANGERS dell' Irlanda del Nord di cui condividono idee politiche e religiose infatti anche loro sono protestanti e cercano di non accogliere fra le loro file giocatori cattolici. I tifosi gemellati con quelli di Ibrox Park sono l' emanazione del nazionalismo nordirlandese mentre i tifosi del Celtic rappresentano i cattolici e l' EIRE più che uno Scozia- Irlanda del Nord il match rappresenta un EIRE- IRLANDA DEL NORD...l' ennesimo scontro fra protestanti e cattolici insomma un "Old Firm" in miniatura ma non per questo meno a rischio d' incidenti.
Fra l' altro la gara d' andata, FIORITA permettendo, si dovrebbe giocare a Belfast il 12 Luglio, non, di certo, un ottima idea visto che è l' anniversarioil 12 luglio della battaglia del Boyne e delle marce orangiste. Servirà a nulla magari, ma fossi la UEFA un pensiero allo spostamento della data lo farei. Una partita insomma che va oltre al calcio...



Danilo Crepaldi

domenica 18 giugno 2017

BOMBER D'ISRAELE

Seppur seguito con spasmodico entusiasmo nei confini nazionali, il calcio israeliano ha storicamente incontrato difficoltà a trovare una degna collocazione nel panorama calcistico internazionale.
A livello di nazionale la rappresentativa Biancoblu ha toccato il suo apice nel 1970, quando ha raggiunto per la prima ed ultima volta la fase finale di un Mondiale, così come raccontato in un nostro articolo.
Il nostro blog ha anche parlato del grande Eli Ohana, giocatore dalla tecnica squisita, protagonista anche in Europa, soprattutto con la maglia del KV Mechelen (o Malines nella dizione francese).
Probabilmente risulterà ai più sconosciuto colui che detiene il record di gol segnati nel campionato, vale a dire Alon Mizrahi.



Tale primato lo ottiene giocano per 17 anni nelle principali squadre della Ligat ha'Al, cambiando a tal proposito ben 9 club nel suddetto periodo.

mercoledì 14 giugno 2017

PER QUEL BAMBINO A CUI E' STATA RUBATA L'INFANZIA. LA VITA E LA SPERANZA


Seguendo le notizie, riguardanti bambini che vengono mandati a morire in guerre assurde e a lavorare per il continuo benestare di ricchi signori, notizie che arrivano violente, secche e che a noi paiono quasi normali e vengono inascoltate dalle nostre orecchie distratte da valori fatti di luccichio effimero e di parole vuote, vacue ed insensate; io voglio dire BASTA. Dico VERGOGNA, VERGOGNA e mille volte VERGOGNA! e VERGOGNA anche per me che scrivo impotente soggiogato dal mio apparente status di uomo libero che affronta la vita con un falso senso di serenitá. Vergogna per te che leggi queste parole patetiche, disperate e vacue. Vacue perché rimbalzeranno dagli occhi alla mente e, senza sfiorarne, la coscienza, si perderanno nell'oceano infinito dei pensieri incompiuti.

domenica 11 giugno 2017

IL COLOSSO DIARRA

L'evoluzione progressiva del calcio ha comportato un implemento delle caratteristiche dei singoli giocatori, ai quali viene chiesto di essere multitasking, ossia di saper fare più cose in modo ottimale, senza trascurare l'iniziale impostazione del ruolo
Ad esempio ad un centrocampista difensivo vengono richieste prestanza fisica, fiato inesauribile, acume tattico, discrete doti tecniche e come surplus anche un buon feeling con il gol.
Espressa in tale modo sembra che il profilo sia quello di un ipotetico superuomo, assolutamente in grado di eccellere sia dal punto di vista qualitativo che quantitativo.
Tuttavia ci sono esempi recenti e non di mediani in grado di rispecchiare in pieno tali prerogative, finendo per essere considerati dei veri e propri campioni.
Agli inizi degli anni 2000 un prestante centrocampista maliano incanta tutta Europa per l'efficacia e la capacità di essere nel posto giusto al momento giusto.
A livello assoluto Mahamadou Diarra è stato, almeno per chi scrive, uno dei migliori interpreti di quello che definiamo grossolanamente centrocampista di quantità, diventando un perno fondamentale per le migliori squadre del continente europeo


La natìa Bamako è il primo palcoscenico del giovane Mahamadou che impressiona da subito per il grande fisico e per la sagacia tattica con la quale gestisce ogni fase di gioco.

giovedì 8 giugno 2017

PAT JENNINGS È UN SOGNO CHIAMATO IRLANDA.


Ci sono storie noiose, banali, strumentalizzate che parlano di piccoli giocatori che vogliono apparire grandi; poi ci sono storie di grandi giocatori che nella loro modestia appaiono piccoli anche se in verità sono dei colossi: è questo il caso di Pat Jennings leggendario portiere dell' Irlanda del Nord.
Pat giocava un calcio diverso dal nostro, un calcio che noi non seguiremmo mai, un calcio dove non si poteva mandare la palla direttamente fuori dal campo, e tanto meno trattenerla o farla rimbalzare due volte o fare quattro passi di corsa senza affidarsi all'aiuto di un compagno insomma dopo quattro passi la palla dovevi per forza passarla.
Quel calcio era conosciuto in tutta l' Irlanda con il nome di "calcio gaelico". Ed era il calcio gaelico, quello che tutti i giovani d' Irlanda amavano e seguivano quasi come una religione ed il giovane Pat Jennnings irlandese d' Irlanda non faceva eccezione. Il calcio degli inglesi non gli piaceva perchè per lui, ragazzo di Belfast, era il calcio dei padroni degli invasori venuti un giorno dal mare per conquistare la sua gente. Questo prima che andasse a difendere i pali delle porte del "White Hart Lane" casa del Tottenham e di "Highbury" tempio pagano e dimora dell’Arsenal e soprattutto quelli della porta dell’Irlanda del nord.


Non ha mai rinnegato il calcio gaelico e quando qualcuno gli diceva che era uno sport violento rispondeva: "Io non credo. Dipende dagli occhi con cui lo guardate. Se vi mettete a giudicare il calcio gaelico con lo sguardo che posate sul calcio, vi parrà forse una piccola barbarie. Ma se lo osservate come quando andate al rugby, quel rugby di cui tanto bene parlate, allora il mio calcio gaelico è un soffio, un vento leggero, un minuetto"

domenica 4 giugno 2017

DAL CIAD ALLA CONQUISTA DELLA FRANCIA

La parte nordorientale dell'Africa, tristemente segnata dal conflitto denominato "Guerra del Darfur' è in assoluto una delle più povere del pianeta, dove sopravvivere rappresenta già un enorme successo.
Desertificazione, carestie e scarsità di risorse rendono la vita nei suddetti paesi a dir poco difficile, lasciando ben poco spazio allo sport, nonostante il calcio rappresenti lo sport più popolare.
Se da un lato un paese come il Sudan ha comunque raggiunto traguardi importanti a livello di nazionale (storica la conquista della Coppa d'Africa 1970), dall'altro la stessa cosa non si può dire degli storici nemici del Ciad.
In una nazione dove la speranza di vita è bassissima e dove il reddito pro-capite è esiguo come si può pensare al gioco del calcio?
Mancando strutture ed organizzazione diventa impossibile coltivare i talenti e permettere alle giovani generazioni, già provate da condizioni socio/sanitarie pessime, di praticare e riuscire nello sport più famoso del mondo.
Tuttavia tra mille difficoltà qualcuno è riuscito a imporsi ad alti livelli, diventando calciatore professionista in Francia, paese colono del Ciad fino al 1960.
Nel nostro libro abbiamo parlato di Japhet N'Doram, brillante attaccante del Nantes, ma vale la pena parlare anche di un altro importante talento nativo di N'Djamena, Nabatingue Toko.


Fortissimo fisicamente e molto alto (187 cm), il giovane attaccante ciadiano sembra in grado di controllare e proteggere qualsiasi pallone, dimostrandosi adatto a fungere da totem di riferimento offensivo, ma anche a partire da più lontano sfruttando doti atletiche di altissimo livello.

mercoledì 31 maggio 2017

ROY LASSITER


Era la metà dell' ultimo decennio del '900, il Genoa, come succedeva da un po’ d' anni a quella parte, aveva fallito i suoi obbiettivi stagionali che parlavano di ritorno in Serie A. Genova  era avvolta da una cappa di caldo insopportabile e tutti correvano, appena potevano, a refrigerarsi nelle acque del mar Ligure che non saranno state blu come quelle dei Caraibi ma che da sempre riuscivano a regalare allegria e fresco a turisti ed indigeni.
Non tutti, però, erano sulle spiagge; gli ultras del Genoa erano a Pegli incuranti del calore che il sole buttava loro addosso appiccicandogli sciarpe e maglie rossoblu alla pelle. Erano arrabbiati non tanto per la mancata promozione quanto per la vendita agli odiati cugini blucerchiati dell' "aereoplanino" Vincenzo Montella idolo del tifo del Grifone. Vittime della protesta il presidente Spinelli e la sua dirigenza, rei di aver ancora una volta illuso e tradito il popolo genoano il cui pensiero andava ancora ai tempi gloriosi di Aguilera e Skuhravy, che, nonostante fossero ancora recenti, apparivano lontani anni luce proprio come i nove scudetti di cui il Genoa si fregiava.
Spinelli aveva pochi soldi e poche idee per calmare i tifosi e l' esperimento che aveva portato Alexi Lalas a Padova, due anni prima, aveva garantito un buon giocatore più soldi e pubblicità per il club veneto...Decise quindi di buttarsi anche lui sull' esotico mercato statunitense ingaggiando un bomber a stelle e strisce: Roy Lassiter. Roy era un giocatore di colore che in quel momento nelle file del Tampa Bay stava segnando grappoli di gol. Negli States era considerato il futuro dell' ancora acerbo calcio statunitense; colui che avrebbe dato gloria alla nazionale di Washington D.C.
Gloria sempre cercata e mai ottenuta.



Lassiter era nato a Washington e da bambino si trasferì nel North Carolina, dove si avvicinò allo sport: giocò inizialmente, da buon americano a Basket e a Baseball, sognando dapprima l' NBA e poi la Major League ma il buon Dio aveva altri piani per lui.

domenica 28 maggio 2017

IL COMMIATO DELLA DDR

Con la formale caduta del muro di Berlino del 9 novembre 1989 cessa di fatto la divisone della Germania in due differenti nazioni, con ovvie ripercussioni anche sul versante sportivo, recepite con qualche mese di ritardo.
Calcisticamente parlando si aprono le porte per la creazione di un'unica rappresentativa nazionale, costruita principalmente sul forte blocco occidentale.
Alla luce di tale immane cambiamento, la rappresentativa orientale cessa ufficialmente di esistere il 12 settembre del 1990 con un prestigioso atto finale.


L'occasione è una partita con il Belgio a Bruxelles, inizialmente valida per le qualificazioni all'Europeo 1992 e successivamente "declassata" a partita amichevole, proprio per l'imminente scomparsa della rappresentativa della DDR.

giovedì 25 maggio 2017

EL REY DE COPAS RADDOPPIA

Domenica 9 dicembre 1990 il Milan di Arrigo Sacchi conquista la sua seconda Coppa Intercontinentale consecutiva infliggendo un pesante 3-0 ai malcapitati avversari.
"Non c'è stata partita" è l'opinione comune, con la stampa italiana che incensa, giustamente, la squadra rossonera e denigra quella sudamericana vista esclusivamente come una compagine di corridori avvezzi anche al rude contatto fisico.
Quello che in pochi sanno è che la squadra in questione, il Club Olimpia (chiamato anche Olimpia Asuncion) è una delle migliori squadre del Sudamerica, soprattutto per il modo con il quale ha conquistato la Copa Libertadores la stagione precedente.



La compagine paraguaiana ottiene infatti il suo secondo successo nella manifestazione contro pronostico, condotta in panchina dal grande tecnico uruguaiano Luis Alberto Cubilla, già alla guida del Rey de Copas anche nel primo successo del 1979.

domenica 21 maggio 2017

BARESI CAPOCANNONIERE....

Il nome di Franco Baresi è sinonimo di eccellenza qualora ci si riferisca al ruolo di libero o più in generale quando si vuole citare un immenso campione.
L’immensità che diventa regola come era solito chiamarlo Carlo Pelegatti è stato davvero un difensore leggendario ancora oggi preso ad esempio per la pulizia degli interventi, la sagacia tattica ed il carisma.
Nell'arco di una lunghissima carriera gli sono state attribuite le più lusinghiere qualità, ma difficilmente qualcuno lo può ricordare per i gol fatti, così come sembra apparentemente non appartenergli un titolo di capocannoniere.
Pochi ricordano però che nell'edizione della Coppa Italia 1989/1990 il libero di Travagliato è risultato il miglior realizzatore con 4 gol, grazie alle sua precisione dal dischetto, fondamentale che lo ha reso invece sfortunato protagonista al Mondiale del 1994.


Baresi è sempre stato un buon rigorista, dall'alto di una storica freddezza che lo ha sempre accompagnato in ogni giocata; durante la sua militanza nel Milan solamente la presenza di provetti tiratori, su tutti Van Basten, non gli ha permesso di essere nominato tiratore principale.

giovedì 18 maggio 2017

ANTONIO RATTIN

La scena di Antonio Rattin che ci mette 11 minuti ad uscire dal campo durante la sfida tra Inghilterra ed Argentina nel Mondiale 1966 è saldamente ancorata nelle memoria di tutti gli sportivi.
Ancora oggi non ci si spiega come un arbitro tedesco possa aver espulso un giocatore argentino per ingiurie, quando i due non avevano una lingua in comune.
Pare che il grande El Rata avesse uno sguardo minaccioso e che il signor Kreitlein non fosse poi dispiaciuto di espellere un argentino in detta partita, visto il gioco rude praticato dell'Albiceleste al cospetto dei padroni di casa.
Dietrologie e polemiche a parte il numero dieci argentino resta nell'immaginario collettivo per quella serafica uscita dal rettangolo di gioco, nonché per la successiva scelta polemica di sedersi proprio sul tappeto rosso riservato alla famiglia reale.



Un episodio pittoresco ed opinabile che rischia di gettare nebbia su quello che è stata una vera e propria icona del calcio argentino, in special modo del Boca Juniors al quale Rattin ha dedicato tutta la carriera.


Classico Volante di grande fisicità, fa della concretezza la suo dote migliore, ergendosi sin da giovanissimo come insuperabile diga di centrocampo, mettendo altresì in mostra una spiccata personalità.

sabato 13 maggio 2017

GIOVANNI DE PRA', A DIFESA DI UNA FEDE

In un mondo del calcio ormai schiacciato da interessi economici e non solo la locuzione "altri tempi" viene utilizzata in relazione ad aspetti del lato nobile di quello che è (era?) lo sport più bello del mondo.
Fedeltà alla maglia, rispetto dei tifosi ed attaccamento ad un contesto sportivo sembrano concetti ormai obsoleti, facilmente accantonabili di fronte a lauti guadagni ed a promesse di celebrità.
Togliendo le ormai rarissime "mosche bianche" occorre andare indietro nel tempo per scovare personaggi disposti a cucirsi idealmente una maglia sulla pelle, fino a considerarla parte essenziale della propria vita.
Negli anni '20 il Genoa ha l'onore di schierare in porta quello che per ogni tifoso rossoblù è un'autentica leggenda, tale da essere ricordato ad oltre cent'anni dalla sua nascita.
Giovanni De Prà è in tal senso un esempio concreto di come si possa sposare per tutta la vita una causa sportiva, per giunta essendo uno dei più grandi portieri della storica del calcio italiano.



Talento purissimo e precoce, muove i primi passi calcistici nella natìa Genova, mettendo in mostra doti innate nello Spes Football Club, compagine fondata nel 1913 e militante nelle categorie secondarie del panorama calcistico italiano pre-girone unico.