lunedì 18 settembre 2017

TOMISLAV IVKOVIC, PER UN PUGNO DI DOLLARI

In tutto il mondo i giocatori di etnia slava sono conosciuti non solo per le indiscusse qualità tecniche, ma anche per una spiccata personalità, la quale a tratti può facilmente sfociare in sbruffoneria ed eccessiva sicurezza dei proprio mezzi.
Lo stereotipo più diffuso è quello del calciatore indolente e poco avvezzo al sacrificio, ma al tempo stesso talmente fiero del proprio talento da ritenerlo sufficiente a confrontarsi e a sconfiggere ogni tipo di avversario.
Addirittura neppure al cospetto dei giocatori più forti del mondo sembra venir meno la loro sicurezza (spocchia?), perché in cuor loro si sentono davvero i migliori.
Nel contesto calcistico al nome Jugoslavia siamo abituati ad associare raffinati palleggiatori o portentosi attaccanti, appunto perché la tecnica applicata alla vocazione offensiva ne rappresenta una costante peculiarità.
Considerando la sfera caratteriale vogliamo ricordare un curioso episodio che ha visto come protagonista un portiere jugoslavo, talmente impavido da sfidare addirittura il grande Maradona.
Si può dire qualsiasi cosa del girovago Tomislav Ivković, ma non che gli siano mancate la personalità e la faccia tosta.


 
A partire proprio dalla sua lunga carriera spesa in più di una nazione durata la bellezza di 21 anni terminata nel 1998 alla vigilia del trentottesimo compleanno; nell'arco della stessa ha giocato in patria (Dinamo Zagabria, Cibalia Vinkovici e Stella Rossa), in Austria (Wacker Innsbruck e Wiener Sport Club), in Belgio (Genk), in Portogallo (Sporting Lisbona, Vitoria Setúbal, Belenenses ed Estrela Amadora) ed in Spagna (Salamanca).
Talento ne ha da vendere, è un portiere completo statuario (189 cm di altezza) in grado di comandare con piglio ed autorità la retroguardia, dimostrandosi sicuro in ogni frangente.
Non mancano i colpi di testa tipici di chi decide di giocare tra i pali e se vi aggiungiamo i geni slavi il risultato che ne esce è quello di un vero e proprio personaggio.
Nel 1989  disputa la sua prima stagione con lo Sporting CP, squadra di buon livello impegnata anche in Coppa Uefa.
A tal proposito il primo turno mette di fronte i Leões al Napoli di Diego Armando Maradona, campione in carica del torneo, in un doppio match che si dimostrerà aspro e combattuto.
Dopo il pareggio a reti bianche allo stadio José Alvalade lo stesso risultato si verifica due settimane dopo al San Paolo rendendo inevitabile l'epilogo finale dei calcio di rigore.
Ivković inizia alla grande la serie respingendo il tiro di Crippa, ma anche il "collega" Giuliano Giuliani si supera sulla conclusione di Luizinho.
Arrivati all'ultima conclusione si presenta dal dischetto Maradona, con il Napoli in vantaggio ed è a quel punto che al portiere slavo viene in mente di rendere più avvincente la già delicata situazione, proponendo al Pibe de Oro di scommettere 100 dollari sul fatto che gli avrebbe parato il rigore.
Il giocatore argentino annuisce e parte con la classica rincorsa aspettando un movimento del portiere per spiazzarlo: Ivković resta fermo fino all'ultimo ed intuisce il tiro debole gettandosi sulla sua sinistra.
Invece che esultare il portiere dello Sporting si avvicina a Maradona e tirandolo per il braccio gli ricorda la validità della scommessa, ricevendo dal rammaricato argentino un cenno positivo con la testa.
Per fortuna del Napoli e di Maradona Giuliani è in serata di grazie e respinge il rigore di Fernando Gomes regalando ai partenopei il passaggio del turno.




La leggenda narra che negli spogliatoi Maradona abbia effettivamente rispettato il singolare accordo pagando quanto pattuito al portiere slavo, già soddisfatto di aver vinto la scommessa e parato un rigore al giocatore più forte del mondo, indipendentemente dall'eliminazione.
Siccome a volte il calcio regala situazione paradossali, l'anno successivo la sfida si ripete, questa volta nel contesto del campionato del mondo: Ivković è il portiere titolare della Jugoslavia, mentre Dieguito è il trascinatore di un'Argentina intenzionata a bissare il titolo conquistato quattro anni prima in Messico.
Le due squadre si incontrano ai quarti di finale, con i Plavi accreditati di essere una delle squadre più temibili della competizione, dall'alto di una tecnica sbalorditiva.
Gli uomini di Ivica Osim, guidati dalla classe di Dragan Stojković, Dejan Savićević e Robert Prosinečki sopperiscono all'espulsione di Refik Sabanadzovic mettendo in grande difficoltà la squadra sudamericana, nonostante il match non si sblocchi neanche dopo i supplementari.
Si va quindi alla lotteria dagli undici metri e dopo i primi due tentativi l'Argentina è in vantaggio per 2-1, a causa dell'errore di Stojković.
A questo punto si presenta dal dischetto Maradona, il quale con la solita sicurezza si appresta a calciare al cospetto di Ivković: non è dato sapersi se il numero dieci argentino pensasse all'errore di qualche mese addietro, fatto sta che calcia a mezzaltezza con scarsa forza rendendo semplice la parata dell'avversario, che addirittura blocca il pallone.
In questa circostanza non ci sono scommesse tra i due, anche se l'estremo difensore abbozza un tentativo in tal senso, venendo ignorato dall'avversario.
Anche stavolta il risultato finale non gli sorride, dal momento che i successivi errori di Dragoljub Brnović  e Faruk Hadžibegić mettono fine a quello che è l'ultimo Mondiale disputato dalla Jugoslavia unita.




 
Appare forse riduttivo sintetizzare la carriera di Tomislav Ivković a questo particolare episodio con Maradona, ignorando in tal senso le 38 presenze in nazionale ed il generale apprezzamento da lui ricevuto durante la lunga e movimentata carriera.
Ma la particolarità del suo carattere e la capacità di affrontare con estrema sicurezza una situazione decisiva possono in buona parte riassumerne il valore.
Potete scommetterci!!!!!



Giovanni Fasani

giovedì 14 settembre 2017

C'ERA UNA VOLTA IL SAARLAND.....

Al termine della Seconda Guerra Mondiale i confini territoriali subiscono un vero e proprio scossone, tale da mettere in discussione anche l'esistenza stessa di interi stati.
La Germania viene divisa in due differenti nazioni, lasciandone una sotto il controllo occidentale e l'altra sotto la pressante influenza dell'Unione Sovietica.
All'interno del territorio tedesco si trova un piccolo protettorato, finito sotto il controllo nazista nel 1935, dopo un plebiscito che lo vede assumere il nome di Westmark.
Nella generale nomenclatura tale territorio è denominato Saarland e dopo essere finito sotto il controllo francese nel 1945, arriva a conoscere 3 anni di assoluta indipendenza.
Nel 1954, infatti, Francia e Germania propendono di creare una nazione a se stante, con capitale Saarbrücken e con tutti i crismi per concorrere anche in campo sportivo.
In campo calcistico la federazione già esiste dal 1950, ma con la creazione della FIFA la prima nazionale del Saarland partecipa di diritto alle qualificazioni per il Mondiale 1954.


Con la maglia biancoblu, la piccola rappresentativa viene inserita nel Gruppo 1 con la Norvegia e soprattutto contro la Germania Ovest.

sabato 9 settembre 2017

MICHELANGELO RAMPULLA


Michelangelo Rampulla è sicuramente uno dei più ricordati ed apprezzati numeri 12 degli anni novanta.
Siciliano DOC, nasce a Patti, nel messinese, il 10 di agosto del 1962. Calcisticamente cresce nella squadra  bianconera della piccola cittadina, la Pattese, inizialmente con il ruolo di attaccante. Il padre, grande appassionato di calcio, vista la stazza (quasi 190 cm per 82 chilogrammi) lo convinse a cambiare ruolo, diventò portiere. Scelta che si rivelò fondamentale per lo sviluppo della carriera.


Esordì in prima squadra nella stagione 1979/1980 a soli 17 anni. Le buonissime prestazioni convinsero l'altrettanto giovane Direttore Sportivo del Varese Beppe Marotta ad integrare in squadra il 18enne Rampulla. In un balzo solo, dalla promozione in Serie D alla B.

mercoledì 6 settembre 2017

LO SHERIFF TIRASPOL LA SQUADRA PRINCIPE DI UNO STATO FANTASMA

Lo Sheriff Tiraspol, oggi gioca in Europa League e sentendo questo nome in molti hanno difficoltà a collocarlo su una cartina europea; se poi vi dicessimo che questa squadra rappresenta uno stato chiamato Transnitria la confusione diventa totale.
Dov'è la Transnitria? O meglio cos'è la Transnitria?
 
 
Sarebbe inutile armarsi di atlante geografica lo stato della Transnitria non lo trovereste perchè è uno stato de facto riconosciuto solo dalla Russia e mal tollerato dalla Moldavia il cui territorio dovrebbe comprendere anche quello della Transnitria. Ma per capire questa situazione così strana bisogna fare un salto indietro nel tempo e più precisamente al 1940 quando Moldavia e Transnitria passarono dall'essere l'estrema parte orientale della Romania a Repubblica costituente dell'URSS in seguito agli accordi del patto Molotov-Ribbentropp.
 
                                                             (confine Transinitria-Moldavia)
                                        
Dopo il crollo sovietico firmato perestrojka e glasnost la Moldavia si dichiarò indipendente a scapito dei cittadini russi, i quali si ritirarono oltre il fiume Dnistro dichiarando la regione indipendente con il nome di Repubblica Moldava di Pridnestrovie.

martedì 29 agosto 2017

UN GENIO SENZA REGOLE

Il talento è uno di quei parametri che non può essere insegnato, essendo un dono attribuito senza una palese ratio, indipendentemente da chi sia il fortunato possessore e dagli sforzi da lui prodotti.
Chi viene baciato da tale virtù dovrebbe coltivarla ed implementarla, al fine di sfruttare al meglio quelle naturali qualità che madre natura ha generosamente fornito.
Il talentuoso giocatore sovente investe tutto sul suo talento e lavora senza sosta per sfruttare ogni opportunità e per diventare il più forte possibile.
Tuttavia c'è anche una categoria di calciatori che si bea in senso assoluto delle proprie capacità, facendo prevalere una indole oziosa ed un po' compiaciuta, distinguendosi altresì sovente per una spiccata quanto pittoresca personalità.
La descrizione proposta sembra il ritratto perfetto di un eccelso talento danese, tanto forte quanto stravagante, protagonista del magnifico calcio anni '40/50.
Stiamo parlando del grande Helge Christian Bronée, vera e propria delizia per gli amanti dell'estetica, quanto incubo di vari allenatori per le "pazzie" in campo e fuori.



Che si tratti di un fenomeno con il pallone il pubblico danese se ne accorge ben presto, perché dalle parti della natia Nybølle e successivamente da Copenaghen un talento del genere non lo avevano davvero mai visto.

venerdì 25 agosto 2017

IL VERROU QUESTO SCONOSCIUTO

Uno dei più antichi luoghi comuni attinenti al calcio italiano è quello di ritenerlo un calcio eccessivamente difensivistico, finalizzato nel modo più pragmatico possibile all'ottenimento del risultato.
Storicamente in campo internazionale le compagini italiche sono state più volte tacciate di "catenaccio", intendo in tal senso mettere in risalto una condotta di gara rinunciataria, intervallato solamente da sporadici quanto subdoli contropiedi.
E' bene precisare, però, che tale appellativo trova la sua origine non nella nostra penisola, ma bensì in Svizzera, dove l'arguto allenatore austriaco Karl Rappan per primo ha sviluppato i presupposti del tanto bistrattato Verrou (appunto catenaccio in francese).


Ma in cosa consiste in soldoni questo famigerato catenaccio? In termini pratici risulterebbe una versione modificata del Sistema, laddove viene arretrato un centrocampista alle spalle della linea difensiva, con il compito di coprire letteralmente le spalle ai difendenti impegnati nella marcature diretta.
 

Nasce così il ruolo definito dal grande Gianni Brera come "libero", in quanto svincolato da compiti di controllo di uno specifico avversario, ma deputato agli interventi in seconda battuta ed agli indispensabili raddoppi di marcatura in determinati frangenti del match.
Nella sua accezione inglese tale mansione viene invece indicata con il nome "sweeper", letteralmente spazzatore, mettendo in risalto la principale funzione di liberare senza tanti fronzoli la propria area di rigore.
Rappan arriva a tale modulo nel 1932, quando sulla panchina del Servette riconosce con estrema umiltà i limiti della propria squadra, decidendo di rinunciare di fatto ad un giocatore nella metacampo per puntellare la difesa.
Quest'ultima prevede che i quattro componenti (libero, stopper ed i due terzini) restino di fatto bloccati, lasciando ai due mediani il compito di costruire l'azione a favore degli avanti; il numero di questi ultimi varia a seconda dell'impostazione tattica, quindi con 2 attaccanti o con 3.



 
In fase di non possesso è bene notare come le mezzali abbassino invece di 20 metri la propria posizione, andando a comporre un muro di interdizione davvero molto spesso.
Appare evidente come con tale ordine tattico ci si conceda di fatto al possesso di palla avversario, a causa anche dell'inferiorità numerica a centrocampo.
Al tecnico austriaco poco importa dello spettacolo e del possesso palla e i risultati sembrano dargli ragione, dal momento che il suo Verrou porta il modesto Servette a giocarsela anche con squadre sulla carta superiori.
Addirittura Les Grenats vincono due titoli nazionali, costruiti prevalentemente su questo schema difensivo, che fa ovviamente storcere il naso agli amanti dello spettacolo, ma che risulta redditizio e fortemente efficace nel limitare l'estro dei più forti avversari.
Rappan applica il "suo" Verrou anche nel 1938, quando con una formazione poco accreditata dai critici si presenta con la nazionale svizzera al via del Mondiale in Francia.
Pur con una rosa inferiore riesce ad eliminare la Germania negli ottavi di finale, ribaltando il pronostico della vigilia e la volontà nazista di vincere il Mondiale (anche grazie all'inclusione nella rosa dei giocatori austriaci).




Dopo il pareggio per 1-1 della prima partita, si rende necessario la ripetizione della stessa, che vede la rappresentativa svizzera imporsi per 4-2.
La squadra tedesca fa davvero fatica a trovare varchi nell'attenta divisa rossocrociata, lasciando inevitabilmente il campo alle rapide manovra di ripartenza di Alfred Bickel e compagni, delle quali beneficia Andrè Abelgglen (tre reti nel doppio match).
Nonostante il prestigioso quanto impronosticabile risultato, il pubblico transalpino poco apprezza la condotta difensiva della Svizzera, tanto che in molti parlano candidamente di "non gioco".
I più attenti esaltano invece la determinazione e l'ordine tattico ottenuto con il bistrattato Verrou, che sembra davvero fungere da strumento in grado di livellare (verso il basso) le differenze tecniche.
Nel turno successivo, comunque, tale schema non riuscirà a fermare la superiorità della fortissima Ungheria, che, seppur con qualche problema, si imporrà per 2-0, facendo la gioia di ogni esteta  e di ogni amante del calcio di matrice danubiana.
Rappan prosegue senza variazioni con il suo credo calcistico, dividendosi tra la panchina del Servette e quella della nazionale, della quale è commissario tecnico nel 1954 per il Mondiale giocato in casa.
Con una versione rivista del Verrou la Svizzera passa il turno di qualificazione battendo l'Italia allo spareggio (4-1), salvo poi arrendersi all'Austria in un pirotecnico quarto di finale terminato 7-5.
Che sia finita l'era del catenaccio? La risposta è no, dal momento che versioni differenti di tale schema verranno riproposte prevalentemente in Italia, dove ancora oggi si discute su chi l'abbia introdotto per primo.
Già negli anni'40 Mario Villini con la Triestina e Ottavio Barbieri con i VV.FF. di La Spezia avevano dato concretezza al Catenaccio, ma sarà alla fine del decennio con Gipo Viani, Nereo Rocco ed Alfredo Foni che tale sistema troverà un'applicazione più strutturata. Successivamente la città di Milano vivrà un intenso dualismo interno tra il Milan di Nereo Rocco e l'Inter di Helenio Herrera, che si contenderanno vittorie puntando il larga misura sul Catenaccio scatenando un forte contraddittorio tra sostenitori dello stesso ed amanti di un calcio più offensivo.




Evitando di schierarsi dal punto di vista tattico e di attribuire la paternità del Catenaccio, va rimarcato come tale schema ha di fatto segnato buona parte della nostra storia calcistica, etichettandoci tal volta in male maniera, ma permettendoci di crescere e vincere a livello internazionale.
Per molti anni il catenaccio ha infatti rappresentato una nostra peculiarità, laddove molti tecnici in modo più o meno palese lo hanno messo in pratica con continuità, salvo poche eccezioni.
Solamente l''avvento alla fine degli anni'80 di Arrigo Sacchi ha poi rappresentato un punto di rottura in di tale visione tattica, finendo per indottrinare i tecnici futuri e portando il calcio ai dettami ancora oggi in vigore.
Ancora oggi c'è chi storce il naso al parlare di "gioco all'italiana", ma tutto è partito dalla vicina Svizzera, dove l'intuizione di un tecnico esperto ha dato il via ad un sistema di gioco criticato, poco spettacolare, ma sicuramente redditizio per buona parte del calcio del XX secolo.





Giovanni Fasani
 

sabato 5 agosto 2017

LA LEGGENDA COMINCIÒ COSÌ: IL PRIMO GOL IN CAMPIONATO DI ROBERTO BAGGIO.

È il 3 Giugno 1984 e allo Stadio "Menti" di Vicenza 10000 tifosi biancorossi hanno assiepato le tribune nella speranza di poter festeggiare la promozione dei loro beniamini in Serie B. Eh già perchè in quella afosa domenica di tarda primavera il Vicenza era in lotta con Parma e Bologna per la promozione nella serie cadetta. La classifica prima di quell'ultima giornata di campionato recitava: Bologna e Parma 46 punti, Vicenza 45.
I veneti sulla carta hanno il compito più difficile ospitando in casa il Brescia fermo a 39 punti che se anche senza ormai più velleità era una squadra costruita per vincere il campionato. Il Bologna, dal canto suo riceveva al "Dall'Ara" il dimesso e già retrocesso Trento mentre il Parma scendeva in quel di Sanremo contro i locali ormai matematicamente salvo e senza piu nulla da chiedere al campionato.
Sospinto dai tifosi il Vicenza parte subito attaccando a testa bassa e dopo pochi minuti Rondon servito da Manzin porta in vantaggio i veneti.
ll Brescia non sembra in grado di reagire ed al 20° capitola ancora a causa di un'autorete di Salvioni propiziata da Grop. La partita è virtualmente finita. Rondon si prende ancora il lusso di fallire un calcio di rigore.
I 10000 sugli spalti aspettano notizie da Bologna e Sanremo; notizie che purtroppo non sono buone. Il Bologna vince e controlla agevolmente il vantaggio mentre il Parma conduce agevolmente per 2-0. Il gelo cala sul Menti.
Al 63° Mister Giorgi richiama in panchina Grop ed inserisce un diciasetenne di belle speranze tal ROBERTO BAGGIO da Caldogno E LA LEGGENDA EBBE INIZIO.


All'83° minuto il direttore di gara assegna un'altro rigore ai biancorossi. Rondon, uno dei rigoristi della squadra, è stato appena sostituito, mentre l'altro rigorista dei vicentini è Livio Manzin che però si fa da parte consegnando il pallone al giovane Roberto Baggio che senza difficoltà batte il portiere bresciano Aliboni per il 3-0 definitivo.


I tifosi biancorossi quella Domenica non festeggiarono la promozione in serie B ma senza saperlo assistettero alla nascita di uno dei più grandi giocatori di sempre: ROBERTO BAGGIO.



Danilo Crepaldi