lunedì 15 gennaio 2018

AVVISAGLIE DI MARACANAZO

Non è raro vedere come i fallimenti in campo sportivo possano essere anticipati da avvenimenti o risultati che in qualche modo possono preannunciare la nefasta conclusione di una competizione.
Ovviamente tali previsioni trovano fondamento con il molto abusato "senno di poi", laddove si decida di andare a ritroso per indagare su quelle che possono essere viste come avvisaglie della sconfitta o dell'avverso risultato.
Nel 1950 il Brasile padrone di casa sembra avviato trionfalmente al primo storico successo in un Mondiale, sulle ali del grande sostegno del tarantolato pubblico e grazie ad una rosa di altissimo livello.
Come sappiamo la squadra di Flávio Costa perde l'ultima partita contro l'Uruguay, lasciando proprio alla Celeste il titolo di campione del mondo, gettando nel baratro e nell'angoscia il proprio pubblico: tra suicidi, infarti e perdite ingenti alle scommesse, il 16 luglio 1950 diventa per i brasiliani un giorno da dimenticare, con annessi tentativi di esorcizzarlo mediante il definitivo cambio cromatico delle maglietta.
Prima di arrivare a quello che viene ancora oggi "maledetto" dalla Seleçao come Maracanazo, il cammino della nazionale brasiliana è entusiasmante, con squadre come Messico, Jugoslavia, Svezia e Spagna spazzate via dalla giocate di Ademir, Zizinho, Jair, Fraça e via dicendo.
In mezzo a tali eccelse prestazioni vi è però un pareggio, contro la Svizzera, quando una doppietta di Jacques Fatton impatta due volte il vantaggio brasiliano, creando un inascoltato campanello d'allarme.
 
 
L'ala sinistra del Servette è in effetti il maggior talento della formazione elvetica, dall'alto della grande confidenza con la rete e di una tecnica di base ben al di sopra della media dei compagni di squadra.

sabato 13 gennaio 2018

GRABOWSKI, LA CLASSE OPERAIA VA IN PARADISO

Il nostro gusto estetico ci costringe sovente a destinare la nostra ammirazione per i giocatori tecnici, finendo per venire ammaliati dalla giocate di classe, trascurando allo stesso tempo il contributo quantitativo dei "gregari".
Prendiamo volentieri in prestito dal ciclismo tale termine per descrivere un contesto calcistico relativo a quei calciatori in grado di correre e sgobbare per i compagni, finendo per ricevere solo in minima parte gli onori che i copiosi oneri meriterebbero.
La storia del calcio è sì piena di fuoriclasse, ma è altresì densa di giocatori dalla grande ed inesauribile corsa, dalla ferrea tenacia e dalla generosità praticamente infinita.
Tra i tanti e meritevoli esempi in tal senso, uno dei più completi è sicuramente Jürgen Grabowski, esterno offensivo inesauribile, nonché dotato di acume tattico ed ottima tecnica.
 

Nato in Germania Ovest, precisamente a Wiesbaden, dimostra sin da subito doti fisico/atletiche eccezionali, in particolare per quando riguarda l'attività podistica dove mette in mostra una resistenza allo sforzo sorprendente.

giovedì 11 gennaio 2018

LA LEYENDA DEL HOMBRE CASA

 
 


 
"El Flaco" Menotti era preoccupato. Irrequieto. La mia squadra, l'Huracán, era in ritiro in albergo per preparare al meglio la partita del giorno dopo. Però? C'era un però. Una delle grandi stelle di quella squadra meravigliosa non c'era. E credete a me, nel millenovecentosettantatre nel "Globo" giocavano fior di futbolistas: Alfio Basile, Jorge Carrascosa, Miguel Brindisi, Omar Larrosa, Carlos Babington.
 
E io. Quello che mancava all'appello ero per l'appunto io, René Orlando Houseman   
No. No. Non fatevi ingannare dal cognome Inglese. Di
britannico ho solo quello. Sono Argentino. Fin dentro le
ossa.
Mi chiamavano "El Loco". Ma sapete come siamo noi Argentini,
c'è un "loco" ogni dieci giocatori di fútbol, Hugo Gatti per
esempio, o Marcelo Bielsa. Poi a me non è che piacesse
granché ad essere onesti. Mi è sempre piaciuto di più "El Hombre Casa", anche perché spazzava via quello stridente inglesismo che è il mio cognome.
 
 
 
Comunque, i minuti scorrevano inesorabili e inesorabile cresceva l'ansia di Menotti. Ad un certo punto Luis chiama da parte il suo collaboratore.
Confabulano per qualche minuto. Poi si fiondano fuori dall'albergo, direzione Bajo Belgrano. Luis era certo che fossi lì, nella "villa" dov'ero cresciuto.
Beh, ad essere onesto sono nato a La Banda, poi da piccolino ci trasferimmo tutti nella "villa" di Bajo Belgrano nei dintorni di Buenos Aires. I miei genitori pensavano di darmi più opportunità trasferendosi nella capitale.
Una "villa"non è quel qualcosa di lusso che potete immaginare. Una "villa" è molto più semplicemente un'umile baraccopoli.
Il mio destino venne segnato in giovanissima età: oltre a rincorrere un pallone rincorrevo la povertà.

Arrivati a Bajo Belgrano trovano subito quello che stanno cercando. Una pachanga! Un partidillo de barrio.
Non era certo un'eccezionalità la partitella, anzi, era un appuntamento fisso di ogni fine settimana. Luis inizia a guardare tutti i giocatori in campo. In campo non ci sono. Tira un profondo sospiro di sollievo. Da una parte “El Flaco” è contento di non avermi trovato a giocare una pachanga. Avrei potuto farmi male .

 

Dall'altra invece è quasi terrorizzato. È ridotto alla disperazione. A questo punto non sa più dove cercarmi. Potrei essere a bere in uno qualsiasi dei bar della "villa". Potrei essere ubriaco fradicio, svenuto da qualche parte. Potrei essere andato a donne.

Stanno quasi per andare via, rassegnati, quando lo sguardo del “Flaco” si sposta sui giocatori in panchina. Tira un altro sospiro di sollievo. Almeno mi ha trovato. Luis fa il giro dello scalcinato e polveroso campo teatro della pachanga. Si avvicina alla panchina dov'ero seduto con gli altri panchinari e mi chiede con un'occhiata, un'occhiata sola: "Cosa ci fai qui?".
Gli rispondo: "Cosa vuoi che ci faccia in panca? Ma hai visto come gioca l'undici?".
El Flaco mi guarda, non crede alle sue orecchie.
Io sinceramente pensavo fosse arrabbiato per il fatto che stessi in panchina mica perché l'indomani c'era una partita di Primera División e io stavo giocando una partitella con gli amici del barrio. Cosa volete, io sono fatto così. Per me la vita ed il fútbol sono la stessa identica cosa. Un gioco.
Sono stato considerato uno dei migliori esterni destri di tutto il fútbol Argentino.
“El Flaco” Menotti ha detto che ero "una sintesi perfetta tra Garrincha e Maradona".
Il mio amico e compagno all'Huracán "El Inglés" Carlos Babington parlava di me come "del giocatore più forte di tutti".
Ma la ciliegina sulla torta l'ha messa "El Gitano" Miguel Ángel Juáre: "Per me" ha detto "non
esiste un giocatore con le qualità di Houseman. Pelé, nonostante fosse un talento incredibile, non era in grado di fare le giocate che faceva René in velocità. René correva senza nemmeno toccare il campo. Io ammiro Pelé,intendiamoci, ma René è più dotato, più imprevedibile, più geniale. René con il pallone in corsa non ha eguali."
Questo diceva il campo e questo dicevano di me.
Poi c'era la vita fuori dal campo, imprevedibile tanto quanto il mio fútbol. Una vita vissuta pericolosamente, sempre al massimo. Eccessi a più non posso. Non ho mai nascosto di essere un "villero", sono sempre stato orgoglioso delle mie umili origini.
Giocavo per gli amici del barrio e tutti gli altri poveri Argentini, un "villero" che almeno li riscattava su un prato verde con un pallone fra i piedi.
E dopo averli resi orgogliosi sul campo mi bevevo con loro tutto quello che guadagnavo. Nella "villa" avevo diviso la fame, figuriamoci se non dividevo i miei pesos!
Ho iniziato a giocare al fútbol nelle giovanili della squadra per cui ho sempre fatto il tifo, il Club Atlético Excursionistas di Belgrano.
Non hanno creduto in me, ma la verità è che si vergognavano del mio essere fiero villero. Che controsenso per una squadra il cui nomignolo è proprio Los Villeros.
Così ne approfittarono quelli del Club Atlético Defensores de Belgrano, i rivali di sempre. Con El Dragón in Segunda División ho giocato dal Settantuno al Settantatré, cioè fino a quando Luis El Flaco Menotti non diventa allenatore dell'Huracán. Allora inizia il nostro sodalizio. Già al primo anno vinciamo il Campeonato Metropolitano.
L'anno dopo raggiungiamo la semifinale di Copa Libertadores e l'anno dopo ancora quella del Subcampeonato.
Dal Settantatré all'Ottanta ho vissuto gli anni più belli e vittoriosi dell'Huracán.
Dal Settantatré all'Ottanta l'Huracán ha vissuto i miei anni migliori.
Ma come avete sentito non sopportavo i ritiri. Restare chiuso in un albergo il venerdì e il sabato per concentrarmi su una partita. Io gioco al fútbol mica sono un asceta!
Chiamatela mancanza di professionalità, indisciplina. Chiamatela un po come cazzo volete. Io scappavo per andare a giocare al fútbol nel barrio con gli amici e poi andavo a far festa. E che festa!
Quante volte ho sentito raccontare che scendevo in campo ubriaco. Non è vero, o almeno è vero solo in parte. È successo solo una volta che fossi ubriaco fradicio e poi ho segnato la rete più bella della mia carriera.
L'Huracán affrontava il River Plate per un incontro del Metropolitano del Settantasette.
La partita si giocava al mattino e non in serata com'era solito. Io arrivo in albergo alle undici in condizioni pietose. Non ho il tempo né di dormire né di recuperare dalla durissima nottata in cu si era trasformato il compleanno di mio figlio.
Mi buttano in campo dove faccio numero. Vago.  Poi ricevo la palla. Non riesco a spiegarvi cos'è accaduto quando mi è arrivato il pallone fra i piedi, ho semplicemente fatto quello che mi veniva meglio: un paio di finte, un dribbling e i due centrali dei “Millionarios” Perfumo e Ártico me li sono bevuti. Davanti a me c'è solo “El Pato” Fillol, hop un'altra finta, hop un altro dribbling ed ecco uno dei goal più belli della storia del calcio.
Poi, dopo poco, ho chiesto il cambio. Ho fatto finta di essermi fatto male. Non volevo che andarmene a casa a dormire. Poi Il River ha pareggiato.
 
 

Sono diventato un calciatore di fama internazionale, grazie alla nazionale argentina. Mi ci ha portato nel Settantatré un mostro sacro del fútbol, un certo Enrique Omar Sivori.
Era il seleccionador della Nazionale e mi convocò per una partita di Copa Lipton contro l'Uruguay.
Da allora sono diventato titolare della numero sette dell'Albiceleste.
Ho preso parte alle edizioni dei Mondiali di Germania nel Settantaquattro, dove ho realizzato una rete fantastica all'Italia, e a quelli casalinghi del Settantotto. Quelli che abbiamo tristemente vinto.
Guidati in campo da Menotti e fuori dal campo da quel maiale di Videla.

 

Ma come vi ho detto gli eccessi erano troppi, tanti e la mia stella ha iniziato ad offuscarsi a soli ventisette anni.
In cinque stagioni ho giocato per il River Plate, il Colo-Colo in Cile, per l'AmaZulu in Sud Africa, per l'Independiente, con cui ho vinto la Copa Libertadores e poi finalmente per la squadra per cui ho sempre fatto il tifo, l'Excursionistas.
Una partita, una sola nel millenovecentottantacinque, poi ho annunciato il ritiro. La perfetta quadratura del cerchio.
Riuscite a capire quanto romantico sia il fútbol? Il club che mi aveva rifiutato è stato anche quello che mi ha visto dare l'addio al calcio.
Sobre la hora cuando los flojos lloran y está cerquita el fin, quiero ver sobre la cancha aquellos que se bancan tener alma de wing”.
Così canta Ariel Prat in "Sobre la hora”, canzone che è dedicata a me, a "El loco”, a "El Hombre Casa".
Come dite? Chi è Ariel Prat?
E' il leader di una band musicale.
Dimenticavo.
Il nome della band è Houseman René Band.




Francesco Mistrulli

 
 
 
fonti fotografiche:

header Houseman: flashbak.com

Daniel Passarella, Rene Houseman, Jorge Olguin, Alberto Torantini, Mario Kempes,

Ubaldo Fillol. Ruben Gallego, Ossie Ardiles, Leopoldo Luque, Daniel Valencia, Luis

Galvan.

figurina Houseman Coppa del Mondo Argentina '78: revistadoctorgonzo.com.ar

Houseman copertina El Grafico: taringa.net

Houseman in azione: pcsd.forumfree.it
Brindisi, Babington, Larrosa, Avallay e Houseman: pcsd.forumfree.it