domenica 15 luglio 2018

IL RE DEL KUWAIT

La figura dello sceicco  Fahad Al-Ahmed Al-Jaber Al-Sabah è ancora oggi il più generico quanto banale riferimento calcistico del calcio del Kuwait.
Con la sua entrata in campo durante la sfida tra la nazionale mediorientale e la Francia al Mondiale 1982, atta a far annullare un gol di Alain Giresse, ha sì creato interesse mediatico e grossolano clamore, ma, di fatto, ha tolto dalle cronache una delle storie calcistiche più belle del periodo.
Grazie alla sapiente guida di Carlos Alberto Parreira ha infatti scritto all'inizio degli anni'80 le più belle pagine delle propria storia calcistica, vincendo la Coppa d'Asia del 1980, ben figurando alle Olimpiadi dello stesso anno e cogliendo proprio nella rassegna mondiale del 1982 un inaspettato pareggio contro la Cecoslovacchia.
A garantire tale gloriosi risultati hanno contribuito in buona parte i gol di Faisal Al-Dakhil, passato alle storie dalle parti di Madīnat al-Kuwait come il Re.

 
Soprannome a parte, siamo davvero di fronte ad un'autentica gloria del calcio kuwaitiano, principalmente per i tantissimi gol fatti con la maglia della nazionale e con il Qadsia SC.

giovedì 12 luglio 2018

LETTONIA DERUBATA!

Dal 1922 al 1940 è formalmente e gloriosamente esistita una nazionale calcistica della Lettonia, capace di prendere parte ai Giochi Olimpici del 1924 e di sfiorare, non senza polemiche, la partecipazione al Mondiale del 1938, appena due anni prima di essere annessa all'Unione Sovietica.
E' inutile ricordare come il periodo in questione sia socialmente e politicamente turbolento, con gli successivi avvenimenti che andranno a rivoluzionare confini, identità nazionali e le vite di tantissime persone.
Se nel 2004 gli uomini di Aleksandrs Starkovs sono passati alla storia per aver preso parte all'Europeo in Portogallo, allo stesso modo quelli arrivati ad un passo dall'andare in Francia meritano di essere ricordati.


Per la prima volta la nazionale baltica prende parte alle qualificazioni e, ironicamente ma funzionalmente dal punto di vista logistico, viene abbinata alla vicina Lituania per disputare un doppio spareggio volto a determinare il futuro avversario dell'Austria, al tempo conosciuta come Wunderteam (Squadra delle Meraviglie).

domenica 8 luglio 2018

LO SCHMEICHEL NORVEGESE

Nei miei ricordi da bambino trova un posto particolare un partita giocata dalla nazionale italiana contro la Norvegia nel maggio del 1987
La sfida, un'amichevole d'inizio stagione, non è ricordata per nessuno motivo particolare dai più, alla luce anche del pareggio per 0-0 finale dell'Ullevaal Stadion di Oslo.
Quello che ha colpito l'attenzione di un bambino di sette anni è la figura del portiere norvegese Erik Thorstvedt ed in particolare una sua acrobatica presa nel corso del match per bloccare una conclusione di Roberto Mancini.


 
Da poco entrato nel mondo calcistico e fanatico di "Holly e Benji" non potevo non constatare ammirato di come certi gesti tecnico/atletici potessero effettivamente essere riproposti anche in un campo vero.
Nella rappresentazione grafica del grande Carmelo Silva si evince la bellezza del tuffo, così stilisticamente perfetto da imprimere nella mia giovane mente il nome del portiere norvegese, indipendentemente dalla inevitabile difficoltà fonetiche dovute alla mia giovane età.
Ricordo di essere rimasto impressionato anche dalla massiccia fisicità del numero 1 norvegese, finendo per paragonarlo a Peter Schmeichel, altro portiere scandinavo da me visto nella sfida contro la Danimarca dell'Europeo di qualche mese prima.
La similitudine creata dalla mia innocente mente si basava sul fatto che entrambi i portieri erano mastodontici, ma allo stesso tempo agili e spettacolari. Quello che ignoravo è che trent'anni dopo mi sarei ritrovato ad avvalorare ed a giustificare tale paragone.
Non volendo forzare il paragone tra carriera e valori diversi, sono però ancora oggi ammirato dalla figura di Thorstvedt meglio conosciuto come Erik il Vichingo.

 Non è solo la provenienza geografica a garantirgli tale soprannome, ma anche l'imponente statura (193 centimetri) e la corpulenta corporatura: tra i pali il "gigante" di Stavanger sembra coprire davvero tutto lo specchio della porta, completando tale aspetto con un agilità da acrobata che gli permette di volare a neutralizzare anche il tiro più angolato.
Delle sue prestazioni usufruisce inizialmente il Viking F.K. squadra della natia Stavanger, prima di passare per una stagione all'Eik Tønsberg dove si guadagna la sua prima convocazione nella nazionale maggiore.
Il susseguente ritorno al Viking e la partecipazione all'Olimpiade del 1984 rendono il suo nome conosciuto a livello internazionale, contribuendo a nominarlo come uno dei portieri più futuribili d'Europa.
Delle sue ottime prestazioni di accorge il Borussia Mönchengladbach, sua nuova squadra per la stagione 1986/1987 con la quale può mettersi in mostra ad un livello più elevato.


L'esperienza è agrodolce dal momento che sono solo 16 le apparizioni in campionato, denotando forse che il suo processo di piena maturazione è ancora in corso.
Serve una positiva esperienza in una realtà diversa e la chiamata del Göteborg sembra arrivare nel momento giusto:  la squadra svedese lo sceglie come successore di Thomas Wernersson e viene premiata da un grandissima stagione, quella della sua definitiva consacrazione.
Un ulteriore e meritato salto di qualità gli è garantito dall'allenatore del Tottenham Terry Venables, il quale, nel 1988 decide di investire £ 400.000 per il suo cartellino, non soddisfatto della prestazioni di Bobby Mimms.
Per l'estremo difensore norvegese il poter giocare in Inghilterra è un sogno che si realizza, tant'è che al momento che presentazione con gli Spurs dichiara:"in Norvegia siamo cresciuti con il calcio inglese in TV ed è stato bellissimo per noi. Avevo tutte le foto della prima squadra sul muro che ho raccolto da Shoot !, Goal and Match Magazine ed ero molto orgoglioso!!"

Ci mette un po' a trovare il giusto feeling con una città come Londra, così come ad adattarsi al calcio praticato in Inghilterra in quel periodo: non mancano in tal senso mugugni sulle tribune di White Hart Lane, scaturiti dalla scarsa fiducia riposta nei sui mezzi e da alcune incertezze durante le prime uscite stagionali.
In particolare incappa in un brutto errore contro il Nottingham Forrest, quando si lascia sfuggire un tiro di Nigel Clough, per giunta in diretta televisiva.
Thorstvedt appare affranto dall'errore ed al termine dell'incontro dirà:"È il peggior errore che abbia mai commesso, non avevo mai fatto niente del genere prima d'ora".
Anche la stampa più o meno velatamente inizia a criticarlo e titoli anche ironici come "Thor Blimey!"" sembrano mettere in discussione la sua idoneità come portiere titolare del Tottenham
A mettere a posto le cose di pensa lo straordinario rapporto con i compagni, in particolare con Paul Gascoigne, i quali idealmente lo "adottano" e lo aiutano ad inserirsi positivamente nella nuovo realtà.
Personaggi come il grande Gazza, suo iniziale coinquilino, Paul Walsh, Paul Stewart , Mitchell Thomas, Gary Mabbutt e Gary Lineker sono elementi trainanti di uno spogliatoio forte che lo supporta sin dal primo momento.
Il suo primo Clean Sheet nella gara contro il Southampton viene festeggiato con il lancio dei guanti al pubblico, gesto da lui più volte ripetuto, come a sancire l'inizio di un reciproco rapporto di stima.
Per gli Spurs sono anni di buoni piazzamenti e parziali soddisfazioni, dove mancano però vittorie che possano rinverdire i fasti di un tempo; la rosa a disposizione di Venables è però di ottimo livello e nella stagione 1990/1991 arriva l'ottavo successo in FA, dopo una dura finale contro il Nottingham Forrest di Brian Clough.




Thorstvedt è una dei grandi protagonisti della vincente cavalcata, laddove però la sua gioia e quella dei compagni viene mitigata dal grave infortunio subito da Paul Gascoigne nel primo tempo del match finale.
Il portiere norvegese dedica idealmente il successo allo sfortunato compagno, da lui etichettato come il fattore decisivo per l'ottenimento dell'agognata finale. Da buon scandinavo ha candidamente ammesso di essere stato un po' in imbarazzo durante la successiva festa, preferendo stare in disparte ad ammirare la medaglia commemorativa conquistata.




Gli anni successivi sono avari di soddisfazioni per gli Spurs, con la cessione di Gascoigne a confermare la non buona situazione economica del club: arriveranno infatti mediocri piazzamenti, frutto di una rosa non più all'altezza dei migliori club inglesi.
Thorstvedt si toglie la soddisfazione di partecipare al suo primo ed unico campionato del mondo, quando nel 1994 la Norvegia prende parte al torneo negli Stati Uniti.
La rappresentativa allenata da Egil "Drillo" Olsen termina l'avventura dopo il girone iniziale, terminando a pari punti con Messico, Eire ed Italia, ma pagando a caro prezzo la sconfitta per 1-0 proprio contro la formazione di Arrigo Sacchi.
Fermo restando la delusione per l'eliminazione, il ritorno ad una fase finale di un Mondiale dopo 56 anni è la prova concreta della rinnovata qualità del movimento calcistico norvegese: a tale ripresa Thorstvedt partecipa in modo parziale, essendo la sua efficienza fisica minata da quello che viene chiamato "Jumpers Knee", vale a dire una brutta patologia alla rotula del ginocchio.
Nonostante le tante terapie e varie infruttuose operazioni, nel 1996 il portierone norvegese si arrende al problema fisico, lasciando per sempre il campo giocato, abbandonando il Tottenham, dove viene progressivamente rimpiazzato da Ian Walker, ma anche la nazionale dopo ben 97 presenze.




Resterà nel mondo del calcio come preparatore dei portieri, ma nei miei occhi di amante del calcio ormai cresciuto la figura del portierone norvegese è irremovibile.
Ancora oggi la mia reminiscenza infantile lo identifica come una combinazione di Benji Price e Peter Schmeichel.....



Giovanni Fasani

mercoledì 4 luglio 2018

LA COMPAGINE DEL DIAMANTE NERO

Le selezione brasiliana all'opera al Mondiale 1938 è probabilmente una delle più sottovalutate a livello globale, vuoi per il poco gratificante terzo posto finale, vuoi per le successive e vincenti generazioni che hanno glorificato il calcio verdeoro.
Risulta facile identificare la rappresentativa allenata da Adhemar Pimenta con la figura del grande Leônidas da Silva, attaccante talmente forte da essere soprannominato in patria El Diamante Negro, in virtù di una tecnica formidabile abbinata ad una velocità e ad una spettacolarità mai viste all'epoca.
 


 
Famoso anche per l'abilità nell'effettuare la celebre Bicicleta, la punta in forza al Flamengo è il simbolo assoluto di una nazionale vogliosa di imporsi nella manifestazione anche per dimenticare la pessima figura rimediata quattro anni prima, rappresentata dall'eliminazione ai quarti di finale per mano della Spagna di José Iraragorri, Isidro Langara e del Divino Ricardo Zamora.

domenica 1 luglio 2018

IL MANDATO BRITANNICO DELLA PALESTINA PROVA AD ANDARE AI MONDIALI

Con la sconfitta dell'Impero Ottomano nella Prima Guerra Mondiale ed il successivo trattato di Sykes-Picot, nel 1920 la Palestina passa sotto il contro della Gran Bretagna, dando vita al Mandatory Palestine destinato a durate fino al 1948.
L'area di riferimento comprende l'attuale Palestina, lo Stato di Israele e la Giordania, ai tempi espressione di circa 1 milione e 500 mila abitanti, in maggioranza mussulmani, ma rappresentati anche una comunità ebraica coincidente più o meno con il 10% dell'intera popolazione. 
Tra le ingenti ripercussioni politiche e sociali vi è anche la formazione di una rappresentativa nazionale, se così si può chiamare, denominato appunto Mandatory Palestine national football team.

Nel 1932 la FIFA assegna all'Italia l'organizzazione del secondo Mondiale della storia da disputarsi due anni dopo, al quale ambiscono a parteciparvi ben più delle sedici squadre previste.

martedì 26 giugno 2018

PAUL "SAYAL" MOUKILA

Nel magnifico universo del calcio africano il Congo non rientra certo nel novero delle cosiddette "grandi", vale dire quelle squadre che in tempi diversi ne hanno dominato la scena continentale.
Il regime politico e le pesanti tensioni sociali hanno reso la nazione a cavallo dell'equatore niente più che una pugnace sparring partner o al più un'imprevedibile rivelazione.
Tuttavia negli anni'70 la relativa nazionale ha conosciuto un periodo di grande splendore, culminato con la vittoria della Coppa d'Africa nel 1972; simbolo di tale straordinaria ascesa è una generazione di talenti irripetibile, nella quale spicca la figura di Paul "Sayal" Moukila, senza ombra di dubbio uno dei giocatori più forti mai espressi dal continente africano.


Dall'alto di una tecnica di base eccelsa e di una lettura degli spazi offensivi sbalorditiva, il nativo di Souannkè ci mette poco a mettersi in mostra nel Kara Brazzaville, esordendo ben presto in prima squadra.

domenica 24 giugno 2018

L'ALLENATORE ARBITRO

Durante la prima edizione del Mondiale disorganizzazione e situazioni grottesche la fanno da padrone, in un torneo dove i tempi tirati e l'omerica traversata delle squadre europee per raggiungere Montevideo hanno intralciato non poco i piani di Jules Rimet.
Il calcio è a poco uscito da una fase pioneristica, cosicché ci sono ancora dubbi sull'interpretazione del regolamento e sugli strumenti utilizzati per veder rispettato lo stesso, con l'inevitabile conseguenza che l'improvvisazione ed un bonario dilettantismo trovino uso durante le partite.
Difficile parlare di "classe arbitrale" nel periodo, laddove accanto al mitico direttore di gara John Langenus operano anche una serie di più o meno credibili colleghi, alcuni dei quali qualificati anche come allenatori.
Uno di questi è Ulises Saucedo, arbitro boliviano designato per la partita tra Argentina e Messico, ma al tempo stesso anche commissario tecnico della Bolivia, anch'essa presente al via del Mondiale.
 
Con quest'ultima compagine si presenta al via senza che la stessa possa vantare una copiosa storia calcistica, essendo il calcio poco sviluppato ed in voga nel paese andino.