domenica 15 ottobre 2017

FERENC HIRZER, MEGLIO DI LEWANDOWSKI

Il 22 settembre 2015 il grande centravanti polacco Robert Lewandowski stupisce il mondo realizzando 5 reti in 9 minuti contro il Wolsburg, dando nuovamente prova del proprio talento e del proprio fiuto del gol.
All'indomani della prodigiosa prodezza realizzativa i media ne hanno giustamente esaltato il valore, alcuni sostenendo altresì come nessuno prima di lui fosse riuscito a centrare un "pokerissimo" in così pochi minuti.
In realtà c'è chi è riuscito a fare addirittura meglio, mettendo a segno le 5 segnature in appena 7 minuti.
Il prolifico attaccante in questione è l'ungherese Ferenc Hirzer e per rinverdire i fasti di tale record di segnature dobbiamo andare indietro nel tempo di molti anni, precisamente al 20 giugno 1926.



L'ambito di riferimento è il campionato italiano, del quale si gioca la ventunesima giornata, con la Juventus, futura vincitrice del torneo, impegnata sul campo del Mantova.

giovedì 12 ottobre 2017

RIGORE ALLA.....PACIOCCO!

Nel corso del tempo il calcio di rigore, da semplice tiro di massima punizione, è diventato oggetto di varie forme di realizzazione, con le quali campioni o presunti tali hanno dimostrato la propria classe e la propria inventiva.
Abbiamo così imparato a fare conoscenza con tiri con lunga rincorsa, calciati da fermo, eseguiti dopo audaci finte e via dicendo.
Nel 1976 Antonín Panenka ha sorpreso il mondo con il suo "cucchiaio", ripreso in molte occasioni anche di recente, visto da tutti come un vero e proprio azzardo, ma, al tempo stesso, sinonimo di estrema sicurezza nei proprio mezzi.
Il leggendario Johan Cruijff nel 1982 ha mostrato al mondo come il penalty possa essere trasformato dopo due tocchi con un compagno, sfruttando in tal senso un disposizione del regolamento che pochi conoscono.
Il Profeta del gol ha ispirato nel 2016 Leo Messi e Luis Suarez e forse anche Robert Pires e Thierry Henry qualche anno prima, anche se il risultato per i due francesi è stato quantomeno comico.
Cosa manca all'appello? Quale altra particolare trovata si può applicare per quello che è nato come un tiro da undici metri con il solo portiere ad evitare la realizzazione?
Mancherebbe all'appello un rigore calciato con la "rabona", vale a dire quel particolare vezzo tecnico con la quale si calcia incrociando di fatto le gambe.


Di derivazione castigliana, la paternità di tale giocata viene attribuita da alcuni a Riccardo Infante, che nel 1948 segnò in tale modo durante un'azione di gioco.
Possibile che nella lunga storia del calcio nessuno abbia mai pensato ad una simile modalità di esecuzione dagli undici metri?
Qualcuno in effetti si è cimentato con successo in tale tentativo: nel 1985 Ricardo Paciocco decide la sfida tra Reggina e Triestina trasformando con la rabona il rigore del 2-1 a favore degli amaranto.


Il giocatore nato in Venezuela è alla prima stagione nel capoluogo e viene da discrete esperienze in seria A con le maglie di Pisa e Lecce, dove non è mai riuscito però ad imporsi come attaccante titolare.
Pur non essendo un prolifico realizzatore è dotato di tecnica ed estro, oltre che di grande perizia tattica e di spirito di sacrificio.
Lo si può definire il classico giocatore sempre apprezzato dagli allenatori, i quali sono disposti a chiudere un occhio sul carattere fumantino e su qualche bonaria "pazzia".
Nell'estate del 1989 il nuovo tecnico Bruno "Maciste" Bolchi punta su di lui e sull'attaccante Fulvio Simonini, supportati dalla promessa Massimo Orlando, per ottenere la promozione nella massima serie, dopo che l'anno precedente la stessa era sfuggita a seguito dello spareggio contro la Cremonese
La  coppia di attaccanti non conferma però sul campo il potenziale realizzativo della vigilia, con Paciocco che segna solamente 7 reti nelle 29 partite disputate. Ma, come anticipato, una di queste merita di essere ricordata per la maniera con la quale è stata realizzata.
Siamo alla trentacinquesima giornata e la Reggina è in piena lotta promozione quando al Granillo si presenta la Triestina, a sua volta impegnata nella corsa alla salvezza.
Al 75° minuto sul risultato di 1-1 viene decretato un calcio di rigore a favore dei padroni di casa e sul dischetto si presenta, come detto, Paciocco.




La scelta del tipo di esecuzione e quello che succede dopo è entrato di fatto nella leggenda popolare e molte sono state le interpretazioni e indiscrezioni sulla vicenda.
Il giocatore, intervistato anni dopo, spiega in questo modo la decisione di fare la rabona.
“ Quel rigore fu un attimo di pazzia. Quando guardai il portiere, prima di tirare, lo vidi fermo di fronte a me. Mi raccontarono che il mister disse, “calcia di sinistro?”. Gli rispose Cascione, “no, mister, fa la rabona”. Stavo per tirare e sentii un urlo disperato, “no!”. Troppo tardi. Feci la rabona, la palla gonfiò la rete e l’atmosfera negli istanti immediatamente successivi fu surreale. La nostra gente quasi non realizzava quanto fosse successo. Per me è stato solamene un modo per spiazzare il portiere e fare gol” (Fonte www.strettoweb.com).
Si inizia a parlare anche di una possibile scommessa che il giocatore avrebbe proposto all'allenatore Bolchi in un allenamento prima della partita:" Mister, scommettiamo che domenica se ci danno un rigore lo calcio con la rabona?".
Il tecnico milanese, dall'alto della grande esperienza e personalità, non da peso alle parole del suo giocatore, mettendo fine alla discussione con un bonario " va bene, però adesso pensa a lavorare".
Non è dato sapersi se Paciocco abbia preso la risposta dell'allenatore come un'autorizzazione, fatto sta che nel momento fatidico non mostra reticenza nel mettere in atto il suo particolare piano.
L'eccezionalità del gesto è tale che anche i giornalisti presenti allo stadio non si accorgono subito della rabona, dando solamente notizia dell'avvenuta trasformazione. Saranno solo i replay e l'occhio attendo degli appassionati a notare che Paciocco ha di fatto calciato con il sinistro, incrociando le gambe.
Un moto atipico per lasciare il proprio nome nella storia del calcio italiano, in attesa che qualche altro spavaldo calciatore si cimenti in un rigore con la rabona.
O per meglio dire un rigore "alla Paciocco".




Giovanni Fasani 






domenica 8 ottobre 2017

EL CHIVO ANDREOLO

Se provassimo ad associare le parole centromediano ed oriundo nella nostra mente apparirebbe la massiccia figura di Luisito Monti, eccellenza nel ruolo e campione del mondo nel 1934 con l'Italia, dopo essere arrivato secondo quattro anni prima con l'Argentina.
In realtà in Sudamerica è sbocciato un altro fulgido talento di tale mansione, arrivato anche lui in Italia ed anche lui vincitore del Mondiale in maglia azzurra.
Parliamo del grande Miguel Angel Andreolo, autentico fuoriclasse nato in Uruguay da genitori emigrati dalla provincia di Salerno e diventato leggendario con la maglia del Bologna e con quella della nazionale di Vittorio Pozzo.


Nato a Carmelo in terra uruguagia nel 1912, mette subito in mostra doti fisico/tecniche che lo mettono all'attenzione del Nacional, nel quale cresce a livello giovanile e con il quale esordisce nel 1932.

domenica 1 ottobre 2017

CLODOALDO L'EQUILIBRATORE

Alla vigilia del Mondiale 1970 il commissario tecnico Mário Zagallo si trova nella piacevole quanto non facile situazione di dover far coincidere a livello tattico sette giocatori dalla tecnica sopraffina e dall'ovvia inclinazione offensiva.
Accanto al mito Pelé troviamo il prolifico Tostão, ai lati dei quali giocano l'imprendibile Jairzinho sulla destra ed il fromboliere Rivelino, il cui sinistro è probabilmente uno dei migliori mai visti nella storia del calcio.
Dietro questo quartetto, accanto all'altrettanto grande Gérson, troviamo l'elemento in grado di dare l'equilibrio ad un squadra sa sogno, dall'alto di un intelligenza tattica straordinaria.
Pur avendo doti tecniche proprie del trequartista, Clodoaldo si erge nel classico ruolo di Volante, passandone alla storia come uno dei più forti di sempre.




E' proprio la sua presenza che consente al tecnico di Maceió di schierare tutte le sue stelle contemporaneamente, offrendo un calcio esteticamente sublime quanto straordinariamente redditizio.

giovedì 28 settembre 2017

FIGLI DELLA JUGOSLAVIA

Dopo FOOTBALLSLAVIA, Danilo Crepaldi, ci riporta nei Balcani, una terra che produce più storia di quella che riesce a consumare.
Dopo la disgregazione della Jugoslavia ancora una volta il calcio s'intreccia alla politica ed alla storia dei nuovi stati slavi in maniera viscerale venendo usato dal potente di turno per i propri interessi personali.
In questo libro Crepaldi Danilo ci racconta il difficile rapporto fra calcio, tifo e politica in una parte di mondo che non sembra volere e potere trovare un equilibrio definitivo.
FIGLI DELLA JUGOSLAVIA è il fedele resoconto, storico-calcistico della storia balcanica dopo lo scioglimento della Jugoslavia.
Una storia che, ancora oggi, è profondamente legata al ricordo dello stato socialista governato da Tito.Una storia di calcio, guerre e violenze che sembrano non voler dar pace agli ex cittadini jugoslavi.

 
 
 L'estratto è preso dal capitolo 4 "Francia '98 Fra orgoglio e nazionalismo" sotto titolo "La zlatna Generacija del calcio croato".

domenica 24 settembre 2017

ANTONIN PUC IL GUASTAFESTE

Il Mondiale del 1934 è ricordato per la prima storica affermazione della nazionale italiana, avvenuta in un ambiente costruito ad arte dal governo fascista, con lo scopo di esaltarne il prestigio e la visibilità internazionale.
Grazie alla maestria di Vittorio Pozzo, abile ad allestire una rosa fortissima, coniugata con qualche neanche tanto velato favore, gli azzurri raggiungono la finale di Roma da disputarsi contro la Cecoslovacchia.
Anche la nazionale di di Karel Petrů è però una rappresentativa fortissima, capitanata da František Plánička (protagonista di un nostro vecchio articolo) con un quintetto offensivo fortissimo, dove spicca la classe di Oldřich Nejedlý (anch'egli già raccontato nel nostro blog).
Nella finalissima di Roma gli "ospiti" non si limitano a fare da sparring partner, tanto da passare in vantaggio al 71° minuto con un gol di un attaccante tanto piccolo quanto letale e decisivo, Antonín Puč.

 
 

La sua rete getta nello sconforto il pubblico italiano accorso allo Stadio Nazionale del PDF, impreparato anche solo a temere di non poter vincere il torneo.

lunedì 18 settembre 2017

TOMISLAV IVKOVIC, PER UN PUGNO DI DOLLARI

In tutto il mondo i giocatori di etnia slava sono conosciuti non solo per le indiscusse qualità tecniche, ma anche per una spiccata personalità, la quale a tratti può facilmente sfociare in sbruffoneria ed eccessiva sicurezza dei proprio mezzi.
Lo stereotipo più diffuso è quello del calciatore indolente e poco avvezzo al sacrificio, ma al tempo stesso talmente fiero del proprio talento da ritenerlo sufficiente a confrontarsi e a sconfiggere ogni tipo di avversario.
Addirittura neppure al cospetto dei giocatori più forti del mondo sembra venir meno la loro sicurezza (spocchia?), perché in cuor loro si sentono davvero i migliori.
Nel contesto calcistico al nome Jugoslavia siamo abituati ad associare raffinati palleggiatori o portentosi attaccanti, appunto perché la tecnica applicata alla vocazione offensiva ne rappresenta una costante peculiarità.
Considerando la sfera caratteriale vogliamo ricordare un curioso episodio che ha visto come protagonista un portiere jugoslavo, talmente impavido da sfidare addirittura il grande Maradona.
Si può dire qualsiasi cosa del girovago Tomislav Ivković, ma non che gli siano mancate la personalità e la faccia tosta.


 
A partire proprio dalla sua lunga carriera spesa in più di una nazione durata la bellezza di 21 anni terminata nel 1998 alla vigilia del trentottesimo compleanno; nell'arco della stessa ha giocato in patria (Dinamo Zagabria, Cibalia Vinkovici e Stella Rossa), in Austria (Wacker Innsbruck e Wiener Sport Club), in Belgio (Genk), in Portogallo (Sporting Lisbona, Vitoria Setúbal, Belenenses ed Estrela Amadora) ed in Spagna (Salamanca).
Talento ne ha da vendere, è un portiere completo statuario (189 cm di altezza) in grado di comandare con piglio ed autorità la retroguardia, dimostrandosi sicuro in ogni frangente.
Non mancano i colpi di testa tipici di chi decide di giocare tra i pali e se vi aggiungiamo i geni slavi il risultato che ne esce è quello di un vero e proprio personaggio.
Nel 1989  disputa la sua prima stagione con lo Sporting CP, squadra di buon livello impegnata anche in Coppa Uefa.
A tal proposito il primo turno mette di fronte i Leões al Napoli di Diego Armando Maradona, campione in carica del torneo, in un doppio match che si dimostrerà aspro e combattuto.
Dopo il pareggio a reti bianche allo stadio José Alvalade lo stesso risultato si verifica due settimane dopo al San Paolo rendendo inevitabile l'epilogo finale dei calcio di rigore.
Ivković inizia alla grande la serie respingendo il tiro di Crippa, ma anche il "collega" Giuliano Giuliani si supera sulla conclusione di Luizinho.
Arrivati all'ultima conclusione si presenta dal dischetto Maradona, con il Napoli in vantaggio ed è a quel punto che al portiere slavo viene in mente di rendere più avvincente la già delicata situazione, proponendo al Pibe de Oro di scommettere 100 dollari sul fatto che gli avrebbe parato il rigore.
Il giocatore argentino annuisce e parte con la classica rincorsa aspettando un movimento del portiere per spiazzarlo: Ivković resta fermo fino all'ultimo ed intuisce il tiro debole gettandosi sulla sua sinistra.
Invece che esultare il portiere dello Sporting si avvicina a Maradona e tirandolo per il braccio gli ricorda la validità della scommessa, ricevendo dal rammaricato argentino un cenno positivo con la testa.
Per fortuna del Napoli e di Maradona Giuliani è in serata di grazie e respinge il rigore di Fernando Gomes regalando ai partenopei il passaggio del turno.




La leggenda narra che negli spogliatoi Maradona abbia effettivamente rispettato il singolare accordo pagando quanto pattuito al portiere slavo, già soddisfatto di aver vinto la scommessa e parato un rigore al giocatore più forte del mondo, indipendentemente dall'eliminazione.
Siccome a volte il calcio regala situazione paradossali, l'anno successivo la sfida si ripete, questa volta nel contesto del campionato del mondo: Ivković è il portiere titolare della Jugoslavia, mentre Dieguito è il trascinatore di un'Argentina intenzionata a bissare il titolo conquistato quattro anni prima in Messico.
Le due squadre si incontrano ai quarti di finale, con i Plavi accreditati di essere una delle squadre più temibili della competizione, dall'alto di una tecnica sbalorditiva.
Gli uomini di Ivica Osim, guidati dalla classe di Dragan Stojković, Dejan Savićević e Robert Prosinečki sopperiscono all'espulsione di Refik Sabanadzovic mettendo in grande difficoltà la squadra sudamericana, nonostante il match non si sblocchi neanche dopo i supplementari.
Si va quindi alla lotteria dagli undici metri e dopo i primi due tentativi l'Argentina è in vantaggio per 2-1, a causa dell'errore di Stojković.
A questo punto si presenta dal dischetto Maradona, il quale con la solita sicurezza si appresta a calciare al cospetto di Ivković: non è dato sapersi se il numero dieci argentino pensasse all'errore di qualche mese addietro, fatto sta che calcia a mezzaltezza con scarsa forza rendendo semplice la parata dell'avversario, che addirittura blocca il pallone.
In questa circostanza non ci sono scommesse tra i due, anche se l'estremo difensore abbozza un tentativo in tal senso, venendo ignorato dall'avversario.
Anche stavolta il risultato finale non gli sorride, dal momento che i successivi errori di Dragoljub Brnović  e Faruk Hadžibegić mettono fine a quello che è l'ultimo Mondiale disputato dalla Jugoslavia unita.




 
Appare forse riduttivo sintetizzare la carriera di Tomislav Ivković a questo particolare episodio con Maradona, ignorando in tal senso le 38 presenze in nazionale ed il generale apprezzamento da lui ricevuto durante la lunga e movimentata carriera.
Ma la particolarità del suo carattere e la capacità di affrontare con estrema sicurezza una situazione decisiva possono in buona parte riassumerne il valore.
Potete scommetterci!!!!!



Giovanni Fasani