venerdì 29 maggio 2015

LUCA CESARINI, UN ITALIANO SUI CAMPI D'ASIA E BRASILE

"Ciao, mi sono imbattuto nel tuo articolo del 2014 sulle squadre arabe e ho trovato il mio nome. Ho giocato in Giordania finché non è scoppiata la guerra in Siria e l'ambasciata ci ha suggerito di tornare in Italia. Grazie per l'articolo. Luca".

Poche e semplici righe quelle che ci sono arrivate mercoledì 20 maggio, a scriverle Luca Cesarini che riferendosi ad un nostro articolo del 2014 le mille e una squadra ha voluto ringraziarci per la piccola menzione che gli abbiamo tributato.
Luca è stato un discreto centrocampista che ha girato dal Brasile alle Filippine, passando per Thailandia e Giordania. Ne abbiamo approfittato per fargli qualche domanda sulle sue esperienze e ve ne riportiamo il risultato qui sotto.

Da dove nasce il tuo girovagare?

Nasce nel 2010 dove quasi per caso mi fu proposto di andare a fare un camp chiamato Barnaball, a Barcellona, dove si allenava il Barcellona B, da lì, i video girati durante i test hanno poi fatto il giro del mondo.
 
 
Ci puoi parlare della tua carriera calcistica e del tuo ruolo in campo?

Nasco come ala sinistra, sinistro puro e grande corsa, amo giocate al volo, con tocchi di prima e almeno durante i novanta minuti, due rovesciate e due rabone non me le risparmio, a dispetto dei compagni che poi mi urlano dietro;
dalla fascia ho poi giocato su tutto il fronte d'attacco, dalla trequarti offensiva al ruolo di punta, in Italia ho giocato nel settore giovanile della mia città, poi allievi regionali sempre con squadre del mio paese fino a passare a Roma per giocare e vincere il campionato universitario.

 
L’Avaì, dove hai giocato, è da quest’anno tornato nella massima divisione brasiliana. Ai tuoi tempi quali erano gli obiettivi della squadra?
Sono felicissimo per i ragazzi, li seguo ancora, anche perchè con facebook è facile sentirsi anche con un messaggino, sabato scorso ad esempio il capitano Marquinhos ha ricambiato i complimenti dopo il gol che ha messo a segno contro il Santos di Robinho che ci ha portato al pareggio alla prima nel Brasileirao, mentre domenica 24 maggio c’è stata la storica vittoria sul blasonato Flamengo.
Quando c’ero io si giocava il Catarinense, l’Avaì è la squadra che ne ha vinti di piu’ e l’obiettivo era laurearsi di nuovo campioni, ho avuto la fortuna di assistere anche al derby con la Figuereinse, sentitissimo, al gol di Raphael Coelho non si sentiva piu’ nulla dalle grida della gente.
 
Come hai accolto la notizia della promozione?
Sono stato molto contento anche se è molto difficile ripetersi oltre l’egemonia nel catarinense, in Brasile il campionato è strano, prima c’è un regionale, dove per esempio se sei nella regione della Val d’Aosta e vinci, a giugno ti scontri con chi ha vinto nelle altre regioni, perciò è possibile un Val d’Aosta-Juventus ed è abbastanza impari, pero’  questo fa divertire tutto il brasile, chiunque se azzecca il campionato regionale può giocare in serie A, ed ecco perché nascono bomber da 50 gol a campionato e partite da 8-0.
 
Dopo la tua esperienza in Brasile, il trasferimento in Thailandia. Differenze?
Tutto diverso tranne una cosa… Il calore della gente, mi sono venuti a prendere all aereoporto, erano in 15.000 anche agli allenamenti, i cori li senti anche mentre passi in città e si fermano intere famiglie sullo scooter per farsi la foto con te, c’è chi dorme nello stadio (anche perché non ha una casa perciò fa di necessità virtù) e ha il calcio e la sua squadra come unica fede, si va sempre sotto la curva ospite e si ringrazia inchinandosi, e loro rispondono con cori e applausi.
 
 
In Giordania hai avuto la possibilità di giocare in uno dei club più importanti, l’Al Ahli, squadra della capitale Amman. Com’è il calcio da quelle parti?
Il calcio in Giordania è molto strano, ero abituato a stare sempre con i tifosi, a farli divertire in campo e fuori, in Giordania è tutto piu serio, allo stadio c’era solo l’esercito e non ho mai visto nessuna donna; la cosa che più mi ha fatto impressione è che gli idoli locali non vengono riconosciuti mentre ogni volta che ti fermano e dicono che sei italiano tirano fuori il santino di Baggio o la foto di Schillaci... Mi è capitato di prendere taxi che avevano sbiadita la foto di Schillaci attaccata sul cruscotto!
 
 
Com’è stato abbandonare all’improvviso la Giordania a causa della guerra in Siria?
All’inizio pensavo realmente i botti fossero i fuochi d’artificio per il Ramadam, poi è stato una specie di shock, mi sono accorto che le cose non andavano quando una sera nel mio hotel arrivò la troupe della RAI, che mi spiegarono essere scappati da Damasco perche a 80 km di distanza da Amman era scoppiata la guerra, poi il messaggio dell’ambasciata che invitava tutti ad andare per evitare rapimenti o ritorsioni verso gli stranieri.

La tua ultima esperienza è stata nelle Filippine, non proprio un posto dove il calcio la fa da padrone. Come ti sei adattato?
Le Filippine sono state per me un pò una seconda casa, ci ho passato molto tempo visto che avevo chiesto alla mia università di preparare la tesi lì e di non dover tornare per le lezioni, è come la Thailandia dove il caldo la fa da padrone e i villaggi sono nella jungla ma i tifosi non si erano mai avvicinati al calcio, lo sport nazionale è la boxe visto che l’idolo è Manny Pacquaio e il basket, derivato dal retaggio della colonizzazione USA post guerra; solo i filippini di origine spagnola lo praticavano, poi grandi investimenti arrivati dall’Inghilterra e dagli USA (poco prima che arrivassi Beckham e i Galaxy inaugurarono lo stadio con un’amichevole) hanno creato il campionato; gadgets, eventi, portato stranieri e mano a mano avvicinato la gente a questo sport, tanto che fui scelto per il banner pubblicitario della lega.
 
 
Siamo abituati a vedere squadre che si muovono su comodi aerei e pullman. Credo che dovunque tu sia stato la logistica era ben più impegnativa. Come funzionano le trasferte nei posti dove hai giocato?
Le trasferte sono una cosa unica, si fanno 2.000 km con il pullmann, che sono tutti super pacchiani, a Songklha era a due piani, con disegni tipo murales dentro e fuori fatti dai tifosi e un toro gigante sopra, dentro colori sgargianti e musica a palla dentro e altroparlanti fuori, quando non dormivo mi divertivo come nelle gite delle medie a prendere il microfono e far ridere tutti con scherzi o cantando canzoni italiane, scherzi che facevo anche con i tifosi, ecco perchè ero cosi amato.
 
 
Hai mai subito atti di discriminazione?
Mai, anzi ero un idolo delle folle, mi capitava a fine primo tempo di essere io e il mio amico brasiliano Chayenne Santos a tirare su i numeri per la lotteria dove un tifoso vinceva il motorino a fine primo tempo. Nel Songkhla venivo chiamato “farang” all’inizio, che è il soprannome un po’ dispreggiativo con cui in Thailandia chiamano gli stranieri, come in giappone “naijing”, poi dopo aver imparato a memoria l’inno thailandese  è cambiato tutto e mi hanno da lì in poi trattato come uno di loro.
 
Quale dei posti che hai girato ti è più rimasto nel cuore?
Florianopolis, Songkhla, Kamphaengphet e Manila, seconde case, ho lasciato amici e persone che erano diventate come fratelli, l’affetto più grande però l’ho ricevuto dai tifosi del Songkhla, che addirittura pagarono il consierge dell albergo per farsi dire in che stanza ero e farmi una sopresa per il mio compleanno.
 
 
C’è un episodio che ti ha colpito in particolare dentro alle tue esperienze calcistiche?
La doccia dopo la partita in Thailandia... Non si faceva mai insieme, vista la presenza di religioni diverse (musulmana, cristiana, indù, buddista) nessuno doveva vedere l’altro nudo.
 
C’è un episodio che ti ha colpito in particolare al di fuori delle tue esperienze calcistiche?
Oltre ai diversi stili di vita mi hanno colpito in Brasile il fatto che il giorno del derby se eri di una squadra non potevi comprare le cose dove il negozio era dichiaratamente dell’altra. In Thailandia la loro gioia di vivere e il fatto che dopo la partita si mangiava tutti insieme, squadra e tifosi, tutto offerto dal presidente, e il capodanno... Il 13 aprile dove ci si tira secchiate d’acqua per 24 ore. Nelle filippine purtroppo la differenza tra ricchi e poveri nello stesso quartiere.
 
Come sono i campi da gioco?
Ti dico questa… Atterrato per la prima volta ad Hat Yai, al confine con la Malesia, per raggiungere Songkhla, ho visto degli stadi sorvolandoli, mi hanno dato la prima impressione di vecchi campi base americani visti nei film sulla guerra del Vietnam, poi come dappertutto ci sono squadre che hanno stadi da 80.000 posti ed erba sintetica come il Thunder Castle di Buriram ed altre campi di patate, la manutenzione è affidata dappertutto ai tifosi, che pitturano gli spalti e fanno murales ovunque (sotto una foto del campo all'Avaì).
 
 
Che atmosfera si respira sugli spalti o comunque tra i tifosi in generale?
Guarda, ti lascio immaginare dalla foto sotto… Descrive più di mille parole, Songkhla in Thailandia.
 
 
Quante presenze hai totalizzato e quanti gol hai fatto all’estero?
In totale ho totalizzato una 40ina di presenze, il fatto è che rimanevo poco per giocare, 1/2 mesi poi tornavo per gli studi, la stagione migliore e piu’ lunga è stato tutto il girone di ritorno della lega filippina con 5 gol e 9 assist condite da un cartellino giallo, tra cui una doppietta all’ultima partita con standing ovation dei tifosi al cambio, che sapevano sarei tornato in Italia.
 
Giochi ancora a livello professionistico o dilettantistico?
Purtroppo ho smesso di girovagare per il calcio, ho un ruolo importante all’interno di una famosa multinazionale, che ho avuto grazie anche alla capacità di adattarmi nata dalle mie esperienze, e con il calcio professionistico ho smesso, lo pratico a livello dilettantistico e con la mia azienda.
 
Qual è la tua squadra del cuore?
Sono tifoso dell’Inter... Una cosa che ti prepara per la vita… E non potevo non esserlo visto che per il mio sinistro fin da piccolo Recoba è stato il mio idolo.
 
In chiusura. C’è un posto in particolare dove avresti voluto o dove vorresti andare a giocare?
Amo i posti con la tifoseria calda, dove si vive il calcio 24h al giorno, avrei voluto giocare in Argentina, Turchia, magari nel River e segnare durante il derby con il Boca, o nel Galatasaray contro il Fenerbahce!!
 
 
Matteo Maggio

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