venerdì 8 maggio 2015

IL VERO RE MAROCCHINO

Il 9 novembre 1985 è sicuramente una data che tutto il popolo calcistico marocchino ricorderà con tremendo dispiacere.
Si sta giocando la semifinale della CAF Champions League tra il FAR Rabat, squadra marocchina e lo Zamalek, una delle più famose compagini d'Egitto.
Ad un certo momento lo stadio della capitale marocchina ammutolisce; a terra c'è Mohamed Timoumi, prolifico fantasista maghrebino che a seguito di uno scontro di gioco col poco sportivo Gamal rimedia la rottura dei legamenti della caviglia.


Alla disperazione dei sostenitori della squadra delle forze armate, si unisce un popolo intero ed il perché è abbastanza facile da intuire: di lì a 8 mesi avrà luogo il mondiale messicano del 1986.
E' una tremenda mazzata per la poco quotata nazionale rossoverde che dovrà (forse) fare a meno del suo punto di riferimento, sia in mezzo al campo che fuori. Già, perché nonostante i soli 26 anni Timoumi è già un indiscusso leader, quello che tutta la nazione vede come il trascinatore, il giocatore in grado di portare i compagni alla vittoria.
Una vittoria che alla fine arriverà in quella Champions League perché i suoi compagni giocheranno anche per lui vincendo la doppia sfida finale contro gli zairesi del Bilima.
E nulla gli impedirà, proprio in quell'anno, di essere premiato con il Pallone d'Oro africano, trofeo vinto per distacco proprio grazie alle brillanti prestazioni col club e con la nazionale, trascinata in centroamerica a suon di fantasia.


Timoumi non era solo un giocatore di calcio, era un vero e proprio eroe nazionale ed a tal proposito, per lui, si mobilitò anche il Re Hassan II che, appresa l'incresciosa notizia, ordinò ad un uno dei suoi medici più fidati (Moulay Driss, colonnello dell'esercito) di operare personalmente il fuoriclasse marocchino.
Oltre al danno fisico anche quello economico, visto che il piede fatato col numero 10 guadagnava appena il doppio del salario medio marocchino (circa 3.000 franchi francesi dell'epoca) che garantiva a lui ed alla sua famiglia (mamma e 5 tra fratelli e sorelle, il papà morì prematuramente) una dignitosa vita. A seguito dell'infortunio lo stipendio si ridusse sensibilmente per un breve periodo.
Ufficialmente non era neanche considerato un calciatore, dal momento che è stato assunto dalla segreteria delle forze armate reali, anche se quell'ufficio lui non lo aveva mai visto.
Una delle diavolerie della dittatura di Hassan II che aveva un debole per il calcio e per la classe di Mohamed, ignaro o quasi di essere sfruttato da una viscida dittatura.
Nel frattempo le cure del Dottor Driss funzionano ed a tempo record Timoumi può unirsi ai compagni destinazione Messico.


Inserita nel girone F, la squadra allenata dal brasiliano Faria sorprende tutti pareggiando a reti bianche prima con la Polonia e poi con l'Inghilterra.
Timoumi non segna, ma trascina i compagni nella sorprendente vittoria per 3-1 sul Portogallo che qualifica i maghrebini come primi nel girone.
Non ancora ristabilitosi a pieno dall'infortunio, Mohamed è di gran lunga il migliore in campo dispensando giocate d'alta classe.


Il Marocco intero è in visibilio, la nazione ha ritrovato il suo figliol prodigo ed una squadra unita e sorprendentemente temibile.
Re Hassan II in un eccesso di gioia contatterà personalmente i giocatori via telefono: "Il Marocco è fiero di voi: potete chiedermi tutto ciò che volete".
La bella avventura si interromperà negli ottavi di finale, dove un gol di Matthaus al minuto 87, qualificherà i tedeschi.
Ma per Timoumi il mondiale messicano è stata un'importante vetrina che gli consentirà di vestire la maglia del Real Murcia prima e del Lokeren poi.
Disse di lui il tecnico Faria: "Se Timoumi lascerà il Marocco lo farà per un grande club". Già cercato in precedenza da club quali Siviglia e Brest, Mohamed dovette rimanere in Marocco alla corte di Re Hassan.


Le esperienze in Spagna e Belgio non furono soddisfacenti come ci si poteva aspettare e nel 1989 fece ritorno in patria all'Olympique Khourigba; quella patria in cui è cresciuto, ha sudato e ha dovuto sottostare ad un regime con cui nulla aveva che spartire; a lui interessava solo giocare a calcio e possibilmente rendere felice in primis la propria famiglia ed un intero popolo.
Quel popolo che il 9 novembre 1985 si è bloccato per lui, ma che l'11 giugno 1986, in quel di Guadalajara, ha gioito per le giocate del suo giocatore più rappresentativo.
Un calciatore in grado di unire un popolo in uno dei momenti meno splendenti del Regno Occidentale.


Matteo Maggio

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