martedì 3 marzo 2015

ANGELO DOMENGHINI

Il ruolo di ala ha subito negli anni svariati stravolgimenti, dettati dall’alternanza dei vari sistemi di gioco e più in generale da un modo nuovo di intendere il calcio.
Ai nostri giorni il termine “tornante” ha perso significato. Essendo ormai abituati a disquisire di esterni bassi o alti.
Fino a qualche anno fa con questo ormai arcaico termine si voleva descrivere un giocatore di fascia che fosse in grado di percorrere tutto il settore di riferimento, proponendosi sia come mezzala, ma anche come vero e proprio terzino.
I precedenti moduli tattici ben si prestavano alla presenza di tali esterni, i quali garantivano invitanti traversoni per le punte, dimostrando di avere un compito primario nell’economia della squadra.
Potremmo citare molti giocatori che si sono distinti in tale funzione e l’Italia, nello specifico, si è sempre dimostrata una valida scuola in termini di formazione di esterni destri e sinistri. Tra i vari nomi citabili, Angelo Domenghini, è il vero e proprio simbolo del ruolo di ala destra, proprio per la precisa interpretazione del ruolo, al quale ha aggiunto grande classe ed uno spiccato senso del gol.
 
 
A soli vent’anni esordisce nell’Atalanta, mettendo subito in evidenza una corsa infinita ed una costante lucidità nei momenti delicati della partita.
Grazie alla sua progressione riesce a saltare con facilità l’esterno avversario, privilegiando la sovrapposizione al classico uno contro uno di matrice sudamericana.
Anche negli spazi stretti dimostra buona capacità di dribbling, soprattutto quando avanza il proprio raggio d'azione giocando a ridosso delle punte.
Si dimostra da subito abilissimo a tagliare verso la rete, diversificando al meglio i propri movimenti in modo da non dare riferimenti agli avversari.
Nei pressi dell'area di rigore mostra anche movimenti ed istinto da consumato centravanti, tanto che non è raro vederlo pronto a sfruttare i calci piazzati o ad impattare al meglio le respinte avversarie.
Sin dalla più giovane età mette in campo una straordinaria generosità che gli permette di ricoprire tutto l’out destro, tanto che non è raro vederlo recuperare palla e proporsi come primo riferimento per la ripartenza.
Tali doti vengono subito apprezzate in quel di Bergamo, tanto che Domenghini diventa un giocatore insostituibile per la formazione lombarda, mettendosi in evidenza come esterno dalla spinta costante e dal gol facile (ben 17 reti in campionato dal 1962 al 1964).
Il suo contributo è altresì decisivo per il finora unico successo della compagine orobica: la Coppa Italia 1962/1963.
Nella finale contro il Torino vinta per 3-1, l’ala nativa di Lallio realizza una strepitosa tripletta, permettendo alla squadra allenata da Tabanelli di alzare il trofeo nello stadio di San Siro, scenario della partita.
 
 
Nel 1964, a seguito di un’altra positiva stagione si trasferisce all’Inter, dove l’ambizioso presidente Angelo Moratti sta costruendo una squadra per vincere anche fuori dai confini italici.
La prima stagione a Milano è senza dubbio esaltante, tanto che Domenghini partecipa da protagonista alle vittorie di campionato, Coppa Campioni e della successiva Coppa Intercontinentale.
L’anno successivo bissa la vittoria dello scudetto e mette in bacheca anche la seconda Coppa Intercontinentale consecutiva.
Resta per altre tre stagioni non riuscendo a vincere altri trofei, nonostante si distingua come uno degli elementi più positivi della rosa.
 
 
Durante la sua permanenza sotto la guida di Helenio Herrera è costretto a cambiare ruolo e talvolta corsia di riferimento, essendo la fascia destra terreno di Jair.
Anche in tale situazione dimostra la sua proverbiale versatilità, dimostrandosi molto abile anche ad agire da attaccante esterno, mantenendo una notevole media realizzativa: addirittura nel campionato 1965/1966 mette a segno 12 reti, suo record personale in carriera.
Ovviamente la possibilità di giocare nel reparto offensivo gli permette di mettere in mostra le sue notevoli qualità tecniche, così come la sua propensione all'adattamento ed al sacrificio.
Nel 1969 viene ceduto al Cagliari, lasciando l’Inter dopo 134 partite di campionato condite da ben 50 reti.
La squadra milanese lo inserisce in uno scambio di mercato con Boninsegna, privilegiando i potenziali gol del celebre "Bonimba", lasciando all'inizio un po' di perplessità nel popolo nerazzurro, avvezza alle scorribande sulla fascia del giocatore ex Atalanta.
Quello che sembra a prima vista una bocciatura per il miglior esterno italiano dell’epoca, si rivela invece una nuova opportunità per la carriera di Domenghini.
A tal proposito il suo contributo è fondamentale per la vittoria dell’unico scudetto vinto dalla squadra isolana nella sua storia: con Riva e Sergio Gori forma un tridente offensivo di grandissimo livello che nel 1970 trascina i sardi al successo finale.
 
 
In tale sistema di gioco fa tesoro delle precedenti esperienze e si rivela un’ala ficcante e perfettamente in sintonia con i partner d’attacco.
E' pur vero che Scopigno costruisce la vittoria sulla difesa, rivelatasi la meno battuta del torneo (11 reti), ma il Cagliari ha anche il secondo miglior attacco ed il numero 7 contribuisce al meglio ad entrambe le fasi.
Dopo un’altra eccellente stagione sembra calare il livello delle sue prestazioni, decidendo di abbandonare la Sardegna per passare alla Roma dopo 99 presenze e 18 gol in campionato.
I tifosi della squadra giallorossa possono ammirare un Domenghini provato dalle mille corse sulla fascia ed il suo rendimento è distante da quello offerto negli anni precedenti.
Nella capitale resta solo una stagione per poi passare al Verona ed al Foggia, prima di terminare la carriera in serie C con le maglie di Olbia e Trento.
Se a livello di club ha scritto pagine importanti per almeno 3 squadre, a livello di nazionale il suo nome è a dir poco accomunabile  a quello di una leggenda.
In tale contesto fa il suo esordio nel 1963, in una partita contro l’URSS valida per le qualificazione all’Europeo del 1964.
Diventa, ovviamente, un punto fermo della rappresentativa italiana e nel 1968 si dimostra al solito decisivo, contribuendo al meglio alla vittoria nel campionato europeo.
Dopo aver superato le semifinali solo grazie al favorevole lancio della monetina, la squadra di Valcareggi affronta la Jugoslavia in una dura ed equilibrata finale.
Dzajic porta in vantaggio i balcanici, ma ci pensa Domenghini con una rete all’80° minuto a portare alla ripetizione della partita, così come vuole il regolamento del periodo.
Due giorni più tardi le reti di Riva ed Anastasi regalano il successo agli azzurri, unico trionfo con la nazionale per l’esterno al momento in forza all’Inter.
Ma il torneo che più lega Domenghini alla maglia azzurra è indubbiamente il Mondiale del 1970, dove diventa una sorta di eroe per il pubblico italiano, sull’onda di una cavalcata interrotta solo dal Brasile nell’atto finale.
Schierato con un insolito numero 13, il laterale italiano segna un fondamentale gol contro la Svezia nel girone eliminatorio, regalando un importante successo per l’undici azzurro.
 
 
L’ala italiana segna con un tiro sporco, favorito da un'incertezza del portiere svedese, che il grande Gianni Brera definisce “ciabattata”, aggiungendo un altro termine al suo famigerato gergo calcistico.
Il Mondiale del 1970 è per noi italiani quello di Italia-Germania e proprio in quella partita Domeghini regala emozioni più di ogni altro atleta, grazie alle innumerevoli sgroppate sulla fascia ed al suo spirito indomito.
Anche oggi rivedendo il match si resta stupiti di come a più di 2000 metri riesca a correre per 120 minuti, incurante anche del caldo e delle botte subite in uno dei match più agonistici della storia del calcio.
La sua avventura con la Nazionale termina nel 1972, dopo 33 presenze impreziosite da 7 reti, a conferma del suo costante fiuto per il gol.
 
 
Quando si pensa al calcio degli anni 60-70 si è abituati riferirsi ai soliti giocatori, dimenticandosi invece di altri che allo stesso modo sono entrati nella storia e hanno esaltato i tifosi.
Domenghini è indubbiamente uno di questi, che con prestazioni sontuose ed importanti gol è entrato nel cuore di tutti i tifosi, non solo di quelli delle squadre di club nelle quali ha giocato.
Con la maglia azzurra è diventato per tutti "Domingo" e con tale soprannome sarà per sempre ricordato con piacere da chi ha avuto la fortuna di vederlo giocare.
Nell'attesa che il ruolo di ala venga nobilitato e che la stessa possa essere nuovamente chiamata "tornante".
 

Giovanni Fasani

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