venerdì 28 novembre 2014

THE OTHER FINAL

Chi di noi si ricorda cosa stava facendo il 30 giugno 2002? A meno che qualcuno non si sia sposato, abbia avuto un figlio o abbia compiuto gli anni, nessuno sa rispondere con precisione cosa stava facendo quel giorno. Ma poi perché proprio quel giorno? Molto semplice; era in programma la finale dei mondiali tra Brasile e Germania, dove, una doppietta di Ronaldo, consegnò al popolo Carioca il 5° titolo mondiale. Adesso sì che forse ci ricordiamo cosa stavamo facendo.
Quel giorno però, era in programma anche un'altra partita, molto probabilmente seguita solo dai 20.000 presenti allo stadio. Quella partita era Bhutan-Montserrat, meglio conosciuta come "The other final"


Ma perché proprio Bhutan e Montserrat? La risposta è molto semplice: se in quel momento Brasile e Germania erano considerate ed avevano dimostrato di essere le prime due forze, il piccolo stato ai piedi dell'Himalaya e la piccola isola dei Caraibi altro non erano che le ultime due nazionali del ranking FIFA.
L'idea di far disputare questa partita fu di Johan Kramer, un giornalista olandese che nel vedere la propria nazionale fuori dalla rassegna nippo-coreana, decise di produrre un documentario proprio sulle piccole nazionali; un'idea alquanto bizzarra ma che aveva raccolto molti consensi sia a livello globale che dei singoli paesi.
Il Bhutan è un piccolo stato facente parte della catena dell'Himalaya, conta circa 700.000 abitanti e la sua particolarità è quella di avere una tassa di soggiorno molto alta che tiene lontano un qualsiasi turista a meno che non sia ricco sfondato.
Montserrat è invece una piccola isola dei Caraibi di circa 100 chilometri quadrati che le qualificazioni ai mondiali le abbandona abbastanza presto; nonostante sia sconosciuta a molti di noi, sull'isola erano presenti vari studi musicali di proprietà di George Martin, il produttore dei Beatles. Negli anni d'oro sbarcarono a Montserrat i Duran Duran, i Police e tanti altri gruppi per registrare le proprie canzoni.


Il teatro di questa particolare sfida era lo stadio Changlimithang di Thimphu, capitale del Bhutan che per l'occasione vide arrivare circa 20.000 persone con la nazione ospite che ci mise quasi una settimana per arrivare, bloccata dalle forti piogge cadute sull'India che hanno fermato diversi voli.
Si decise di giocare senza alcuno sponsor, né sulle magliette, né sugli spalti, né tanto meno sul pallone proprio in contrapposizione alla finale mondiale che guarda caso metteva di fronte due colossi come Nike ed Adidas.
Arbitro della sfida Steve Bennett, uno abituato ad arbitrare le più grandi sfide della Premier League e che a fine gara dirà: "E' stata una bella partita, in Inghilterra sarebbe un livello da lega dilettanti, ma è stato entusiasmante".
Le difficoltà climatiche hanno di certo penalizzato gli ospiti, non abituati ai 2.300 metri di altitudine ed a corto di ossigeno già dopo una mezz'ora di gioco. La partita si risolse con un netto 4-0 a favore del Bhutan grazie alla tripletta del capitano Wangyel Dorji.
In un clima assolutamente amichevole ma di grande competizione i piccolo himalayani portano a casa il trofeo ed il primo ministro Wangchuk, preso dall'entusiasmo, proclamò un giorno di festa per le scuole.


Tra preghiere scaramantiche, visite ai templi, interventi ai limiti del cartellino rosso ed un cane sul terreno di gioco, è andato in scena un vero spot per il calcio, formato da due nazionali che non sapevano dell'esistenza reciproca dell'altra ed entrambe formate da giocatori non professionisti (il portiere di Montserrat, Cecil Lake, era impegnato nell'edilizia popolare).
Nelle parole di Roberto Baggio tutta l'umiltà di questo grande evento: "In un momento dove il calcio è commercializzato, questo è stato un progetto molto semplice che ha messo al primo posto l'amore per il gioco. E' stato capace di dimostrarci che il calcio è una lingua che tutti possono parlare".
Il documentario di Kramer è stato poi premiato al Film festival di Avignone nel 2003, a conferma che anche il calcio può regalare veri momenti di condivisione sociale.


Matteo Maggio

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