venerdì 10 ottobre 2014

IL SILURO BRASILIANO

"Per avere del talento, dobbiamo essere convinti di possederne". Questa frase non è nient'altro che un aforisma di Gustave Flaubert, il noto scrittore francese dell'800.
Il mondo del calcio è stato, è e sarà pieno di giocatori talentuosi, l'elenco è infinito e potremmo stare a discuterne per ore intere davanti ad un paio di birre.
Tanti di questi calciatori sono consapevoli di avere un talento infinito, per fare due esempi dei giorni nostri, Cristiano Ronaldo e Messi rientrano in questa categoria a pieni voti; se pensiamo al passato non possono che saltare alla mente i nomi di Pelè e Maradona, piuttosto che di Zidane o Ronaldo o perché no quelli di Beckenbauer o Baresi, tutti nomi che la storia del calcio ricorderà a lungo.
Ma ci sono stati altri calciatori che nell'arco della loro carriera hanno avuto un particolare talento ma che ogni tanto fatichiamo a ricordare nonostante abbiano calcato anche i campi della nostra Serie A. In questa categoria non può che rientrare Claudio Ibrahim Vaz Leal, meglio conosciuto come Branco, fulmineo e pungente terzino sinistro brasiliano che ha speso la maggior parte della propria carriera negli anni 80 e 90.


Oltre ad una buona corsa che faceva di Branco un ottimo terzino sinistro (nel calcio moderno sarebbe un esterno nel 3-5-2), il suo particolare talento era quello di avere, nel suo piede sinistro, un autentico e proprio missile terra-aria che spesso bucava barriere e portieri avversari. Essere sulla traiettoria di un tiro del terzino verde-oro non era per niente un'ottima cosa, lo sguardo di chi si metteva in barriera era spesso di terrore e qualcuno ne fece anche le spese nel mondiale italiano del 1990.
La sua carriera ha inizio nell'Internacional di Porto Alegre, prima che il classe 1964 diventi un idolo indiscusso del popolo Tricolor del Fluminense negli anni dal 1982 al 1986 con cui vince 3 campionati carioca ed il Brasilerao del 1984.
Arriva così la chiamata del Brescia con cui rimane per due anni collezionando 50 presenze e 2 gol; per la verità l'esperienza con la maglia bianco-blu non è delle più entusiasmanti (arriverà una retrocessione in B), soprattutto per il netto cambio di stile di gioco e per un ambiente che è l'opposto di quello in Brasile.
Nel 1989 decide di tesserarlo il Porto, rimanendo comunque in Europa ma trovando un clima di certo più similare a quello brasiliano. Con i Dragoes mette insieme 60 presenze impreziosite da 7 gol, la maggior parte dei quali grazie al devastante sinistro che madre natura gli ha concesso. A testimonianza di un ambiente più adatto (sia calcisticamente che geograficamente) vince un campionato ed una supercoppa portoghese.
Oltre ai titoli, Branco cresce anche professionalmente, diventa un terzino completo in grado di garantire spinta e copertura in ogni fase della partita e ambientandosi in maniera netta ai dettami dell'allenatore Artur Jorge.


Il destino del terzino carioca si incrocia ancora con l'Italia, quando nel 1990, partecipa con la Selecao al mondiale di casa nostra.
Nella terza gara contro la Scozia, giocata a Torino il 20 giugno e vinta 1-0 grazie al gol di Muller, Branco si rende protagonista grazie al suo talento più spiccato. A seguito di un calcio di punizione fischiato da circa 25 metri, un siluro dell'asso carioca colpì in pieno volto Murdo MacLeod, centrocampista scozzese che a seguito del violento impatto finì in ospedale. Ci vollero alcuni giorni di terapie per far riprendere la normale vita al mediano allora in forza al Borussia Dortmund.
Passato il girone arrivò la sfida più sentita, quella contro l'Argentina, da sempre rivale arcistorico della Selecao brasiliana.
Era un pomeriggio molto caldo a Torino, la partita non si sbloccò e durante uno dei tanti stop con giocatori a terra, nella fattispecie Troglio, Giusti passò a Branco una borraccia "corretta". Il difensore brasiliano si sentì strano e quasi narcotizzato, denunciò il fatto ad arbitro e guardialinee ma non venne ascoltato. Anni dopo Maradona confesserà il singolare episodio, facendo prendere a Branco una parziale rivincita (la partita terminò 1-0 grazie al gol di Caniggia a 10 minuti dalla fine).


Conclusosi anzitempo il mondiale, per l'ormai 26enne nato a Bagè è tempo di prendere una decisione nel pieno della sua carriera. E fu così che nell'estate del 1990 l'allora presidente Aldo Spinelli lo portò al Genoa.
L'amore con la tifoseria rossoblu fu netto sin da subito, il suo micidiale sinistro continuava ad incantare ed il Grifone rastrellava vittorie sia in Italia che in Europa, dove Skuhravy (arrivato anch'esso nella stessa estate) ed Aguilera trascinarono la squadra di Bagnoli fino alla semifinale di Coppa Uefa del 1992 persa contro l'Ajax che poi battè in finale anche il Torino.
Per Branco tante prove di carattere, a differenza dell'esperienza bresciana, l'asso brasiliano si ambientò sin da subito nella realtà genoana, era più maturo e la fiducia nei suoi mezzi era tale da renderlo uno dei titolari inamovibili dello schema di Osvaldo Bagnoli.
Nella memoria dei tifosi genoani (ed anche di semplici appassionati di calcio) sono due le perle indelebili, quelle tatuate nel cuore e che per sempre si porteranno dentro. Il primo è un gol al Liverpool nell'andata dei quarti di finale della Uefa 91-92, il secondo è un gol alla Sampdoria, non un avversario a caso.



                                                                 

Con la maglia rossoblu colleziona in totale 71 presenze e 8 gol, prima di tornare in Brasile per vestire dapprima la maglia del Gremio, tornando poi al Fluminense con una piccola tappa anche dai rivali del Flamengo.
Nel 1994 vince il mondiale statunitense racimolando 3 presenze. Se ancora una volta ci fosse bisogno di capire se Branco era decisivo o meno basta dare un'occhiata al prossimo video. La partita era Brasile-Olanda, il punteggio era 2-2 ed il cronometro segnava 81 minuti. La posta in palio era l'accesso alla semifinale.


Dopo la massima conquista mondiale, Branco decise di tentare nuove esperienze, prima al Middlesbrough e poi ai Metro Stars di New York. Entrambe non diedero buoni frutti e decise quindi di tornare in Brasile per chiudere la carriera nel 1998 con la maglia della squadra che l'ha lanciato, quel Fluminense che sarà per sempre parte della sua vita.
Nel corso degli anni ho capito anche che Branco aveva altri talenti, diversi da quel siluro che possedeva e che hanno accompagnato la sua carriera. Era un grande professionista, dotato di correttezza e lealtà dentro e fuori dal campo.


Matteo Maggio

Nessun commento:

Posta un commento