martedì 7 aprile 2015

JOZSEF BOZSIK

Ogni era del calcio ha la sua squadra di riferimento e se ci focalizziamo sulle rappresentative nazionali degli anni '50 non possiamo non considerare come tale la grande Ungheria di Gusztav Sebes.
La compagine magiara del tempo è generalmente indicata come una delle squadre più forti di sempre, grazie alla qualità del gioco espresso e, soprattutto, per il talento dei grandi campioni che la compongono.
A livello di singoli non si possono non citare autentici fenomeni come Hidegkuti, Ferenc Puskas, Sandor Kocsis o il primo portiere "moderno" della storia, Gyula Grosics.
A parte quest'ultimo il riferimento va quasi inevitabilmente ai componenti del reparto offensivo, in quanto la rappresentativa ungherese può essere definita un'autentica macchina da gol.
Ma le trame del calcio danubiano sono molto più complesse e se gli attaccanti segnano con medie sbalorditive lo devono al lavoro ed alle geometrie di chi, in modo più oscuro, permette loro di mettere in mostra tutta la loro abilità.
Proprio per questo motivo Jozsef Bozsik è ricordato in patria come uno dei giocatori più importanti del periodo, essendo un'autentica colonna del centrocampo della squadra ed elemento cardine del gioco voluto da Sebes.


Nasce a Budapest nel 1925 ed ironia della sorte è vicino di casa proprio della famiglia Puskas, sviluppando con il giovane Ferenc una profonda amicizia.
L'amore per il calcio li porta ad approdare insieme nella giovanili del Kispest AC, dove iniziano la loro grande carriera agonistica.
A soli 18 anni Bozsik approda al blasonato Honved, trovando immediatamente spazio in prima squadra, grazie alle innate qualità tecnico-tattiche ed alla spiccata personalità.
Sembra il prototipo perfetto del perfetto mediano di scuola danubiana, distinguendosi per un'intelligenza calcistica di grande livello, corredata da una notevole tecnica di base.
Dotato di grande classe, è perfetto nella costruzione di gioco, alla quale si dedica con precisi passaggi, diventando in fretta il fulcro della manovra.
In campo predilige giocare sul versante destro della mediana, in una posizione leggermente abbassata per meglio sfruttare le sue indispensabili caratteristiche.
I dettami del calcio magiaro gli impongono anche un massiccio lavoro di copertura al quale assolve con determinazione e sagacia tattica; in fase di non possesso diventa un'autentica diga e si dimostra molto solido in fase di contrasto.
A livello assoluto non è esattamente velocissimo, ma sopperisce con la capacità di dare ritmo alla squadra, la quale ben presto si adatta alle sue caratteristiche e viene impostata per dargli il giusto sostegno agonistico.
L'Ungheria ha in pratica trovato uno dei primi playmaker della storia del calcio e tale ruolo diventa fondamentale anche per la forte rappresentativa nazionale.
A livello di club vince per 5 volte il titolo nazionale, con l'aggiunta delle storica Mitropa Cup vinta dall'Honved nel 1959, dopo una doppia finale con i connazionali dell'MTK.
Con i "Mighty Magiars" gioca per tutta la carriera, disputando nel solo campionato 447 partite.
I successi con la squadra lo gratificano come professionista, ma per avere accesso alla fama internazionale è decisiva la sua esperienza con la nazionale magiara.
Con quest'ultima esordisce nel 1947 in una vittoria per 9-0 contro la Bulgaria e da quel momento non abbandona i "Magyarok" fino al 1962, stabilendo con 101 partite il record ancora imbattuto di presenze per l'Ungheria.
Con la maglia del suo paese conquista la medaglia d'oro alle Olimpiadi del 1952, in un torneo letteralmente dominato dai giocatori di Sebes, che proprio ad Helsinki sbalordiscono tutti per tecnica ed affiatamento collettivo.
Nel 1953 l'Ungheria batte per 3-6 l'Inghilterra a Wembley, infliggendo ai maestri inglesi la prima sconfitta casalinga contro una squadra non appartenente al contesto britannico.
Bozsik gioca un'eccelsa partita e si toglie la soddisfazione di segnare una delle reti della propria squadra.


Tale prodezza gli consente di inserire il suo nome nel tabellino della storica vittoria, cosa particolarmente inusuale per lui, non essendo particolarmente avvezzo al gol: nell'Honved segna 33 in 19 stagioni, mentre in nazionale segna in totale 11 reti.
Alla luce di questo successo tutto il Mondo attende la performance dell'Ungheria all'imminente Mondiale del 1954, da giocarsi in Svizzera.
Le previsioni sono ovviamente molto positive, anche alla luce di un'amichevole giocata nel maggio dello stesso anno a Budapest: questa volta è l'Inghilterra a fare visita alla squadra magiara, la quale domina la rappresentativa inglese vincendo clamorosamente per 7-1.
Sebes dispone di una squadra collaudata. schierata con la sua variante del Sistema, mantenendo comunque la classica coppia di mediani composta da Bozsik e da Joszef Zakarias. A quest'ultimo spetta il compito di garantire agonismo al reparto e di supportarlo al meglio dal punto di fisico.
L'Ungheria batte per 9-0 la Corea del Sud e per 8-3 la Germania nel girone, dimostrandosi davvero di un altro livello rispetto alle concorrenti. Bozsik è uno dei migliori centrocampisti della rassegna, guadagnandosi l'unanime stima di stampa e pubblico.
Nei quarti di finale il Brasile viene battuto per 4-2, in una partita che sfocia in una rissa finale con massiccio intervento delle forze dell'ordine. A rendere aspro il confronto contribuisce stranamente proprio Bozsik, espulso al 71° con Nilton Santos per reciproche scorrettezze.
Il regolamento non prevede una squalifica ed il numero 5 magiaro è regolarmente in campo nella semifinale, dove l'Uruguay viene battuto solo ai supplementari, dopo che i tempi regolamentari si chiudono sul 2-2.
La finale mette di fronte l'Ungheria alla Germania, in una sorta di rivincita della partita giocata nel girone preliminare: la squadra di Sebes passa subito in vantaggio per 2-0, ma subisce la clamorosa rimonta tedesca e perde per 3-2.
In merito a questa partita si è detto e scritto di tutto: dal fatto che il campo fosse inzuppato per ostacolare il gioco magiaro, alle accuse di doping alla Germania fino a sospettare un preciso disegno della federazione ad impedire la vittoria dell'Ungheria, esemplificato da un gol annullato a Puskas nella finale.
Al di là dei sospetti, per la squadra ungherese è una cocente quanto inaspettata delusione, che non ha modo di essere successivamente sanata.
Nel 1956 la rivoluzione sociale ungherese ha conseguenze anche sugli equilibri della nazionale e su quelli delle squadre di club. Parecchi giocatori approfittano delle trasferte con quest'ultima per chiedere asilo politico alle nazioni ospitanti, decidendo di non fare ritorno in patria.
Solo Bozsik, Grosics ed Hidegkuti decidono di restare in patria, mentre tutti gli altri vengono per sempre esclusi dalla rappresentativa ungherese, anche nel periodo di attività calcistica.
La scelta di Bozsik è perfettamente in linea con il suo credo politico, che lo vede anche come parlamentare nelle file del partito socialista.
L'Honved è una delle squadre che più risentono di questa "fuga", tanto che dopo quest'anno non riuscirà a vincere il titolo fino al 1979.
A livello assoluto resta un'Ungheria parecchio indebolita, tanto da essere eliminata al primo turno al Mondiale del 1958, dopo un necessario spareggio contro il Galles perso per 2-1 al termine del girone iniziale. Le prestazioni del mediano ungherese risentono delle tensioni e della difficoltà della squadra, nonostante vada anche a segno nel primo match giocato contro la squadra gallese e terminato 1-1.
Nel 1962 decide di chiudere con la nazionale, proprio alla vigilia del Mondiale in Cile, quando gli acciacchi ed una condizione fisica scadente non gli consentono di proporsi ancora a grandi livelli. Per questo motivo nello stesso anno chiude definitivamente con il calcio giocato, lasciando un vuoto importante in tutto il movimento calcistico ungherese.


Dopo una non fortunata avventura come allenatore, muore nel 1978 a seguito di un arresto cardiaco.
Nella memoria di tutti resta il ricordo di un grande mediano, che per tutta l'Ungheria resterà per sempre "il Mediano".
Accanto a grandi campioni che con il pallone possono fare quello che vogliono, Bozsik si ritaglia un suo importante spazio, essendo in assoluto uno dei centrocampisti più forti del suo periodo ed uno dei più moderni, considerata l'evoluzione del ruolo da lui intepretato.


Giovanni Fasani

venerdì 3 aprile 2015

TALENTO POLVERIZZATO

In un immaginario giro mondiale tra le varie scuole calcio, ogni bambino risponderebbe in maniera tanto fanciullesca quanto sicura che il suo sogno sarebbe quello di vincere un trofeo o diventare come quello o quell'altro calciatore.
Purtroppo per alcuni la cosa rimarrà per sempre un sogno, per altri, più fortunati o semplicemente più bravi, si spalancheranno le porte dei più prestigiosi club del proprio paese fino ad arrivare all'apice del calcio con sacrifici e miglioramenti quotidiani.
Nella storia del calcio è comunque facile imbattersi in personaggi, che pur non avendo un eccelso talento, sono comunque riusciti ad arrivare ai massimi livelli, salvo poi buttare letteralmente nel cestino una più brillante carriera.
L'esempio più lampante e vicino ai nostri giorni, è sicuramente quello di Adriano, l'attaccante brasiliano che da giovane promessa è presto scomparso dalle cronache calcistiche a seguito della sua poco regolare vita privata.
Tornando indietro di qualche anno troviamo un altro giocatore che a causa di gravi problemi personali non ha visto la propria carriera decollare come avrebbe potuto; stiamo parlando di Mark Bosnich, portiere australiano classe 1972 che ha speso la maggior parte della sua carriera nella Premier League inglese.


Come testimonia il suo cognome ha origini europee, più precisamente croate da parte di suo papà; abbastanza curiosamente inizia la sua carriera nel Sydney Croatia, squadra del Nuovo Galles del Sud e fondata nel 1958 proprio da immigrati croati.
Sin da subito dimostra di avere un carattere forte ed una personalità che lo ergono a leader della propria squadra; le sue prestazioni balzano alle locali cronache, ma piano piano si espandono a livello regionale dove numerose testate del settore iniziano a parlare di un ragazzino che sembra avere le qualità per sfondare.
La sua elasticità ed i suoi scatti felini vengono finalmente notati dal Manchester United che nel 1989 decide di acquisire il cartellino dell'estremo difensore, con la certezza di crescere nella propria Academy un futuro campione, in un ruolo storicamente non adatto ai deboli di carattere.
Alcuni problemi burocratici fanno sì che la giovane promessa debba tornarsene in Australia dopo appena 3 anni, passati per intero a fare da spettatore, vuoi per la giovane età, vuoi perché davanti ha avuto due mostri sacri come Jim Leighton e Peter Schmeichel; ma tanto è bastato per imparare metodi e sistemi europei.
L'esilio forzato dura però appena un anno e Mark è fermamente intenzionato a tornare in Premier League; i suoi sogni si avverano nella stagione 1992/1993 quando l'Aston Villa decide di farne il titolare della propria squadra.


Sin da subito diventa idolo del Villa Park, le sue parate sono spesso decisive e dimostra di avere personalità e carattere soprattutto nei momenti decisivi. Tutto ciò vale a lui ed ai Villans la conquista di due Coppe di Lega nel 1994 e 1996. 
Bosnich regala la finale del 1994 ai suoi parando addirittura 3 rigori nella semifinale di ritorno contro il Tranmere Rovers e vincendo poi la finale proprio contro il Manchester United.


Qualcosina però inizia a scricchiolare nel carattere di Bosnich. Il portiere australiano si rende protagonista, nell'ottobre del 1996, di un episodio tanto stupido quanto demenziale. Nella gara di campionato contro il Tottenham si rivolge alla tifoseria degli Spurs con il saluto nazista scatenando la furia dei supporters di White Hart Lane, storicamente di origine ebraica.
Ma per il momento è un episodio che non pare avere un seguito e, nel 1999, dopo un'altra serie di stagioni da protagonista, torna al Manchester United per raccogliere la pesante eredità di Peter Schmeichel.
Le cose si mettono subito bene con la conquista del campionato e della Coppa Intercontinentale nella finale vinta 1-0 contro il Palmeiras.
All'inizio del millennio però, le cose iniziano a cambiare. Dopo una serie di partite poco convincenti, Alex Ferguson decide di rimpiazzarlo con Fabien Barthez.
A detta del portiere australiano, Ferguson pare averlo messo da parte proprio per le sue idee politiche poco avvezze alla tolleranza di altre razze; inizia quindi un calvario che lo relegherà ai margini dei Red Devils e che lascerà dopo appena 2 stagioni ed una ventina di presenze.
Nella stagione 2001/2002 accetta l'offerta del Chelsea andandosi a giocare il posto con Carlo Cudicini.


A vincere la contesa è proprio il portiere italiano che diventerà titolare inamovibile della compagine di Stamford Bridge. Per Bosnich solamente 3 presenze per via di alcuni acciacchi fisici.
All'inizio della seconda stagione con la maglia dei Blues arriva il momento che interrompe per sempre l'ascesa definitiva dell'ormai 29enne estremo difensore: viene trovato positivo alla cocaina dopo un controllo antidoping.
Il Chelsea quindi non può che stracciare il contratto, mentre la federazione gli comminerà una squalifica di 9 mesi, la più lunga nella storia della massima divisione inglese.
L'unica giustificazione di Bosnich sarà quella di averne fatto uso per via di una dura batosta sentimentale. Vero o no, il Chelsea chiude definitivamente la porta.
Terminata la squalifica il portiere australiano non vuole più sentir parlare di campi da calcio rifiutando numerose offerte tra cui quella del Walsall allenato da Paul Merson.
Tornerà a calcare i campi da calcio nel 2008 all'età di 36 anni andando a difendere, in patria, la porta del Central Coast; l'avventura dura però appena 6 minuti. Bosnich deve abbandonare il terreno di gioco per un grave infortunio agli adduttori, calando così il sipario sulla propria carriera sportiva.
Oltre ai trofei vinti con Aston Villa e Manchester United, può anche vantare un discreto curriculum con la nazionale Aussie: nelle 22 presenze (potevano essere molte di più se non avesse rifiutato diverse convocazioni per concentrarsi al meglio con la squadra di club) è riuscito anche a segnare un gol su calcio di rigore in un'amichevole vinta 13-0 contro le Isole Salomone. Può inoltre vantarsi di essere stato eletto miglior calciatore australiano nel 1997, anno in cui conquista anche un secondo posto alla Confederation Cup.


Per quanta aspettativa c'era e per quanti trofei ha vinto, Mark Bosnich entra a pieno merito in quella categoria di giocatori che hanno buttato via il proprio talento, schiavi di vizi e lati del proprio carattere che mal si sposano con l'ambiente calcio.
Peccato siano arrivati in concomitanza con l'apice della propria carriera; una carriera che sarebbe potuta andare in diverso modo, magari diventando parte importante della storia di Manchester United o Chlesea; ma forse a Bosnich va bene così, al Villa Park ci sarà sempre spazio per un pezzo importante della storia dell'Aston Villa.


Matteo Maggio

martedì 31 marzo 2015

SUL FILO DI LANA

La nazionale di calcio è l’unica rappresentativa che riesce a riunire ed a mettere d’accordo tutti gli appassionati della penisola, troppo volte divisi da campanilismi o da accese rivalità tra squadre di club.
Solo quando l’Italia scende in campo si può far affidamento sul tifo incondizionato di tutti i tifosi, che magari solo per 90 minuti sono disposti ad applaudire e ad incitare giocatori che storicamente ritiene rivali, solo perché militanti in squadre antagoniste.
Le grandi imprese della nostra squadra sono negli occhi di tutti i tifosi e quando le partite sono importanti, il pubblico italico le vive ancora con maggior passione e dimentica del tutto campanilismi ed astiosità.
Andando a ritroso nel tempo è possibile portare alla mente grandi partite consegnate alla leggenda, per sempre presenti nei ricordi di chi le ha vissute o nella memoria di chi magari non era ancora nato.
Pochi si ricordano però quando e come la nostra nazionale abbia fatto il proprio esordio nel contesto internazionale, essendo passato più di un secolo da tale storico evento.
Più precisamente la compagine italiana gioca la sua prima partita ufficiale il 15 maggio del 1910, confrontandosi con quella che storicamente può essere indicata come una sua storica rivale: la Francia.
All’Arena Civica di Milano le due squadre scendono in campo per tale primo scontro, con i giocatori italiani in maglietta bianca, essendo la tanto ambita maglia azzurra ancora lontana dall’essere introdotta.
La federazione italiana punta molto su questo incontro e decide di nominare una commissione tecnica per selezionare gli undici titolari. Quest’ultima programma addirittura una doppia sfida tra possibili titolari e probabili riserve, proprio al fine di essere sicuri che la formazione titolare sia la migliore in assoluto (tenuto conto che i forti rappresentanti della Pro Vercelli non possono partecipare causa squalifica).


L’incontro termina con un altisonante 6-2 per l’Italia, che proprio in questo contesto fa la conoscenza di Pietro Lana, autore del primo storico gol dell’incontro e mattatore dello stesso con una formidabile tripletta.
Il commissario tecnico indicato dalla federazione, Umberto Mezza, lo propone in un tridente con il compagno di squadra Aldo Cevenini ed Arturo Boiocchi della US Milanese, regalando al 4000 presenti un apprezzabile spettacolo, nonostante Lana sia l'unico attaccante in campo ad andare a segno.
Tale exploit si colloca alla perfezione nella carriera di questa piccola e guizzante mezzala sinistra, che in campo si distingue per una tecnica elevata e per la grande rapidità.
Soprannominato “Fantaccino”, proprio per il fisico minuto, Lana spende la quasi totalità della sua attività nel Milan, del quale diventa uno dei giocatori simbolo ad inizio carriera.
I primi tifosi della squadra rossonera hanno la fortuna di ammirare un giocatore dal passo veloce e dal tiro preciso, in grado di mettere in difficoltà l’avversario diretto e di far divertire la “platea”.
In questo periodo dove il calcio necessita di acquisire popolarità, le sue giocate sono un involontario quanto piacevole veicolo pubblicitario.
In lui è innato un certo gusto per il numero ad effetto, tanto che le cronache dell’epoca lo descrivono come improvvisato giocoliere sulle spiagge italiche, dove con piacere intrattiene grandi e piccoli con giocate e calibrati tiri indirizzati verso le finestre delle cabine balneari.
Non si tratta di un autentico uomo gol, considerato che nelle sei stagioni giocate nel Milan segna 18 reti in 51 apparizioni di campionato, facendosi apprezzare maggiormente come rifinitore per i compagni, magari dopo fulminee iniziative personali o con precisi ed inaspettati passaggi.



Sulla base di questi numeri, la sua tripletta all’esordio con la nazionale assume ancora di più i contorni dell’impresa.
Tuttavia non è nuovo a segnare in partite importanti, come dimostra il primo storico gol da lui segnato in un derby di Milano: la partita si gioca in Svizzera ed il Milan vince per 2-1, con Lana che sblocca il risultato con un gol che la Gazzetta dello Sport definisce da "sicario".
Appare chiaro che il personaggio è sicuramente particolare e la sua personalità emerge anche nella famosa “fuga” di giocatori milanisti dissidenti, che nel 1908 abbandonano il club per formare i futuri rivali dell’Internazionale.
Come era prassi all'epoca, la maggior parte dei giocatori sono anche soci del club nel quale militano e nel suddetto anno insieme ad altri 44  "colleghi" scontenti mette il suo nome tra quelli dei fondatori dei futuri "cugini".
Lana si pente quasi subito di questa scelta e conferma il suo affetto per la compagine rossonera rientrando dopo poco nei ranghi della società, dimostrando grande senso di appartenenza e fedeltà alla società che ha contribuito a consolidare nel panorama italiano.
In quei tempi potenziali giocatori o dirigenti alle prime armi hanno la possibilità di fondare nuove squadre con assoluta facilità, ignari che le nuove squadre da loro create diventeranno nel tempo tra le più importanti del panorama calcistico italiano.
La grande prestazione alla sua prima uscita con la nazionale non diventa però viatico per un’eccelsa carriera con la stessa, che termina esattamente 12 giorni dopo la sonora sconfitta per 6-1 in amichevole contro l’Ungheria.
Il calcio pionieristico è quanto di più lontano ad un’idea di professionismo e moltissimi calciatori sono impegnati in altre principali professioni che sottraggono tempo ed energie al calcio.
Anche Lana non sfugge a questa tendenza, interpretando come “un passatempo per gentiluomini” l’attività calcistica.
In anni nei quali è difficile codificare e dare un senso al nascente movimento calcistico, anche per un commissario tecnico non è facile trovare giocatori liberi da impegni e costruire un vero e proprio gruppo di riferimento.
Nonostante le prime cronache sportive lo propongano come uno dei primi nomi altisonanti del calcio italiano, la sua esperienza con la nazionale si ferma a queste due esperienze.


L’imminente conflitto bellico si impone ovviamente come altro pesante ostacolo alla sua carriera, che subisce varie pause durante gli orrori prodotti dai campi di battaglia
Proprio durante i duri anni della guerra decide di mantenersi in un buon livello di forma fisica, trasferendosi al Brescia, dove però gioca solo alcune partite amichevoli, essendo precluse le attività ufficiali nel suddetto periodo.
Questi incontri sono gli ultimi da lui disputati a livello di club e dal 1917 non è dato sapere di così si occupi, anche se la sua passione per l’alpinismo possa essere considerata una valida possibilità.
La nascita del movimento calcistico italiano ci mette di fronte a personaggi come Lana, che, involontariamente, sono i fautori del calcio che tanto ci appassiona ai nostri giorni.
Nonostante possa essere dimenticato o poco considerato, il suo nome resta a carattere indelebile nella storia della nostra nazionale.
Magari alla prossima gara dell'Italia ci ricorderemo tutti di Fantaccino e realizzeremo che quanto stiamo vedendo lo dobbiamo anche a lui.

Giovanni Fasani

venerdì 27 marzo 2015

ATTIMI FINALI

Quante emozioni ci regala il calcio? Tante, tantissime... Ad ogni partita apprezziamo una giocata, una disposizione tattica, una bella azione corale; insomma, sono tanti gli aspetti nell'arco di una partita.
Le emozioni più grandi le viviamo ovviamente quando in campo c'è la nostra squadra del cuore, quella per cui ogni "domenica" siamo disposti a sacrificare un paio d'ore del nostro tempo.
La storia del calcio poi, ci racconta molto spesso emozioni che vanno oltre l'immaginario regalandoci momenti di gioia (o dolore) che mai se ne andranno dalla nostra memoria.
Qualsiasi tifoso non coinvolto direttamente dev'essersi parecchio divertito nei minuti finali di una delle partite più assurde che la storia ha partorito.
La sera del 26 maggio 1999 Bayern Monaco e Manchester United si affrontarono per portare a casa la 44° edizione della Coppa Campioni (o Champions League).


Per entrare a far parte del tabellone principale, agli inglesi fu sufficiente un 2-0 ad Old Trafford per sbarazzarsi dei polacchi del Widzew Lodz, mentre i tedeschi erano stati decisamente meno buoni rifilando un sonoro 4-0 agli jugoslavi dell'Obilic.
Ironia della sorte entrambe furono sorteggiate nello stesso gruppo, il D, considerato uno dei più ostici vista la poco comoda presenza del Barcellona; a completare il quartetto i danesi del Brondby.
E proprio in terra vichinga inizia la sciagurata avventura del Bayern Monaco che all'esordio deve arrendersi 2-1 in una sfida rivelatasi decisamente più complicata del previsto.
Nell'altro incontro il pirotecnico pareggio 3-3 tra inglesi e spagnoli fa capire che per guadagnarsi la qualificazione ci saranno da sudare le proverbiali sette camicie.
Nella seconda gara un insolito autogol di Sheringham fa pari e patta sul 2-2 nella prima delle tre sfide tra Red Devils e Die Roten..
Il 21 ottobre 1998 il Manchester United decide di dare un chiaro segnale alle rivali andando a vincere 6-2 a Brondby in una partita stradominata dai ragazzi di Ferguson e dove trova la via della rete anche Roy Keane, solitamente poco avvezzo a presentarsi dalle parti della porta avversaria.


Nella doppia sfida al Barcellona, i tedeschi si prendono 6 punti frutto dell'1-0 dell'Olympiastadion e del 1-2 del Camp Nou dove vanno a segno Alexander Zickler (12 anni in Baviera) e Hasan Salihamidzic (breve passato anche alla Juventus).
Mentre i bavaresi spendono parecchie energie per conquistare lo scalpo blaugrana, lo United ne rifila altri 5 al Brondby con David Beckham ad aprire la festa dell'Old Trafford.
Un altro spettacolare match è quello del 25 novembre dove nella serata spagnola Rivaldo ed Andy Cole realizzano le doppiette che fissano il secondo 3-3 tra Barcellona e United. Alla fine della competizione risulterà essere una delle più belle partite andate in scena nella massima competizione europea.
La vittoria 2-0 del Bayern sul Brondby qualifica di fatto tedeschi ed inglesi (questi ultimi come miglior seconda), lasciando al Barcellona una deludentissima terza piazza che le costa l'uscita dalla manifestazione.
La seconda sfida tra le due future finaliste si risolve con un altro pareggio firmato, ancora una volta, da Keane e Salihamidzic.


Dopo la consueta pausa invernale, la Champions League riapre i battenti il 3 marzo 1999 con le sfide dei quarti di finale.
Entrambe vincono il rispettivo incontro 2-0 con Dwight Yorke a realizzare la doppietta che sconfigge l'Inter, mentre nella sfida tutta tedesca al Kaiserslautern Elber ed Effenberg realizzano i gol che stendono i campioni di Germania in carica.
Nella gara di ritorno il Bayern esagera rifilando 4 sberloni ai Teufel e nella gara di San Siro basta un 1-1 con gol di Scholes a spedire i Red Devils in semifinale.
Nelle gare di andata vanno in scena due pareggi; certamente il più spettacolare è quello dell'Olimpiyskiy di Kiev dove i bavaresi soffrono non poco la doppietta di un giovane Andriy Shevchenko che trascina gli ucraini al 3-3 finale. Ancora una volta è Stefan Effenberg a realizzare uno dei gol tedeschi. Lo United invece pareggia 1-1 all'Old Trafford contro la Juventus.
Certamente più clamorosa la gara di ritorno dove dopo 11 minuti la Juventus è già avanti di due gol per merito di Filippo Inzaghi che spacca la difesa presidiata da Stam e Johnsen.
Uno frastornato United non si perde comunque d'animo e prima del 45' perviene al pareggio grazie a Keane e Yorke. Con la Juventus rivolta all'attacco, i Red Devils chiudono la sfida a 7 minuti dalla fine grazie ad Andy Cole che realizza nella porta sguarnita.
Un gol di Mario Basler regala lo striminzito quanto utile 1-0 del Bayern sulla Dinamo Kiev.


Il 26 maggio sono ben 90.000 le persone che gremiscono gli spalti del Camp Nou, un campo che entrambe conoscono molto bene e dove non hanno lasciato che le briciole al Barcellona.
Non c'è una favorita, entrambe arrivarono all'atto finale con la consapevolezza di poter far bene e vincere la sfida.
Lo United non può schierare Keane e Ferguson si vede costretto a spostare Giggs sulla destra con Beckham a fare il centrale accanto a Nicky Butt; la fascia sinistra è affidata allo svedese Blomqvist. Per il resto tutto confermato con Schmeichel tra i pali, Irwin e Gary Neville sulle corsie, Stam e Johnsen in marcatura e davanti i Calypso Boys Cole e Yorke.
Il Bayern dal canto suo può schierare la formazione titolare con Kahn in porta, Matthaus a fare il libero, Tarnat e Babbel sulle fasce con Linke e Kuffour ad arginare le scorribande dei Calypso Boys. La coppia Effenberg-Jeremies a fare diga e gioco davanti alla difesa; il tridente d'attacco vede Basler e Zickler in appoggio di Carsten Jancker.


Chi comincia meglio sono i bavaresi che dopo appena 5 minuti si ritrovano in vantaggio grazie alla punizione di Basler su cui Schmeichel si fa trovare (una volta tanto) impreparato.
Per tutti i primi 45 minuti lo United non riesce a reagire e non pervengono pericoli dalle parti di Kahn.
L'intervallo non rinvigorisce i ragazzi di Ferguson che nonostante l'ingresso di Sheringham non si rendono mai propositivi concretamente, lasciando al Bayern le opportunità migliori come nell'occasione capitata a Mehmet Scholl che colpisce il palo o Jancker che centra la traversa da pochi passi.
A 10 minuti dalla fine Ferguson tenta il tutto per tutto inserendo Ole Gunnar Solskjaer, sinora un solo gol nella manifestazione nella tennistica trasferta di Brondby. Hitzfeld risponde togliendo Matthaus per buttare nella mischia Torsten Fink.
Quando tutto sembra ormai archiviato, con Hitzfeld che regala a Basler la standing ovation, ecco che gli dei del calcio decidono di entrare in campo con la maglia dei Red Devils.
Al minuto 91 Neville butta in mezzo il cross della disperazione con Effenberg che spazza in calcio d'angolo.
A saltare arriva anche Peter Schmeichel, la palla è indirizzata verso di lui ma la difesa bavarese riesce a liberare... Sui piedi Giggs che caccia in mezzo il pallone trovando nel nulla Teddy Sheringham che fa 1-1. Il settore presieduto dai tifosi dello United non ci può credere, partita riacciuffata a pochi minuti dal termine.
A questo punto al Bayern tremano le gambe; lo United riconquista palla, Irwin pesca in profondità Solskjaer che viene anticipato da Kuffour. Ancora calcio d'angolo con i decibel della curva inglese che si fanno sempre più assordanti.
E' ancora Beckham a calciare in mezzo e trovare la testa di Sheringham che spizza verso la testa di Kahn, i bavaresi sono immobili ed a quel punto si materializza Solskjaer che con un tocco di assoluta furbizia manda in estasi la curva dietro alla porta.
Con i tedeschi praticamente sulle gambe ed in preda alla disperazione, Collina mete il fischietto in bocca per sancire il treble del Manchester United che si laurea Campione d'Europa per la seconda volta nella sua storia.



Ci vorrà molto tempo prima che il Bayern dimentichi la tremenda notte di Barcellona, una tragica fatalità ha tolto ai tedeschi la conquista del massimo trofeo continentale.
Agli appassionati neutrali come noi resterà sempre il ricordo di un finale di partita davvero memorabile.
Con tutta onestà: chi non avrebbe voluto essere un tifoso dello United quella sera?


Matteo Maggio

martedì 24 marzo 2015

FINALMENTE LA COLOMBIA!

Il calcio colombiano ha sempre prodotto grandi giocatori ed in alcuni periodi si è distinto come uno dei più importanti e trainanti di tutto il contesto sudamericano.
Nel continente i risultati non sono però arrivati, ed anche in Copa America si può ricordare il secondo posto nell'edizione del 1975 e qualche altro successivo piazzamento.
Chi ha buona memoria si ricorda della nazionale colombiana degli anni '80, che sull'ossatura del Nacional Medellin ha costruito una forte quanto sfortunata nazionale.
Addirittura alla vigilia del Mondiale del 1994 Pelè conferisce alla suddetta nazionale il titolo di favorita assoluta della competizione, salvo ricredersi a seguito della precoce eliminazione di Valderrama e compagni nel girone eliminatorio.
Proprio il periodo tra gli anni '80 e gli anni '90 sembra essere il migliore in termini di giocatori prodotti, ma i risultati non arrivano.
Possiamo quindi dire che tutta la storia della rappresentativa colombiana si fonda su di un "vorrei ma non posso" che è diventata anno dopo anno una filastrocca ripetitiva e poco felice in quel di Bogotá.
Negli anni recenti se si pensa alla nazionale colombiana non si può non fare riferimento a Francisco Maturana, vero e proprio guru del calcio del suo paese, ma al cui nome sono legati gli insuccessi appena ricordati.
Nel 2001 la federazione colombiana decide di organizzare la quarantesima edizione della Copa America, nonostante le palesi difficoltà sociali nelle quali versa il paese, dilaniato da una delinquenza dilagante e da un aspro conflitto con i guerriglieri delle FARC, che fino all'ultimo mette in dubbio la disputa della competizione. A tal proposito Canada ed Argentina decidono di non prendere parte al torneo, suscitando più di una polemica, mentre Brasile ed Uruguay propendono per presentare formazioni prive dei giocatori principali.
Lo scopo del governo è quello di rivalutare l'immagine della Colombia nel contesto internazionale nonché quello di vincere il torneo, per regalare una grande soddisfazione al caloroso pubblico locale.
In tal senso, quando si tratta di scegliere il commissario tecnico la federazione opta ancora per Francisco Maturana, l'unico in grado di gestire al meglio la grande tensione e gestire al meglio tutti i dettagli tecnici ed umani.
La scelta si rivela vincente, perché la Colombia vince effettivamente la Copa America 2001.


Il tecnico di Quibdo non ha a disposizione i precedenti campioni come in altre sue esperienze, ma costruisce un gruppo compatto e tignoso, composto in prevalenza da giocatori ancora in forza a squadre colombiane.
Sul campo chiede l'applicazione delle sue teorie e chiede grande sacrificio e predisposizione alla fase difensiva.
La squadra viene impostata con un elastico 4-3-1-2, particolarmente flessibile ed interpretabile, assolutamente mutabile durante la gara.


Tra i pali il titolare è Oscar Cordoba portiere di buona affidabilità in forza al Boca Juniors. Nel 2002 giocherà 15 partite con la maglia del Perugia, prima di avere esperienze nel campionato turco.
Agli esterni bassi viene chiesto di accompagnare l'azione con continuità, alzando continuamente la propria posizione, ma al tempo stesso devono essere pronti a proporsi come disciplinati terzini in fase di non possesso.
Sia Ivan Lopez che Gerardo Bedoya sono in possesso anche di buoni fondamentali tecnici, tanto che quest'ultimo è impiegato come centrocampista nelle varie squadre di club di appartenenza. L'impiego di Jersson Gonzalez assicura una maggior corsa, essendo il laterale, al momento all'America de Cali, un autentico "motorino" sulla corsia di riferimento.
Nello schema tattico le sovrapposizioni dei due laterali sono fondamentali per garantire una proficua gestione della palla e per avere la superiorità numerica su entrambe le corsie
La coppia di centrali è rappresentata da due difensori davvero di vecchio stampo, ai quali viene chiesto di francobollare i centravanti di riferimento con marcature arcigne .
Mario Yepes è un difensore completo in tutti i fondamentali ed anche in Europa si impone per attenzione e grande carisma. Nonostante l'età avrà positive esperienze anche nel campionato italiano.
Ivan Cordoba è il vero leader del reparto e della squadra, tanto da esserne il capitano; la sua importanza al centro del reparto è fondamentale e l'esperienza acquisita nelle file dell'Inter lo rende un valore aggiunto. Pur non essendo altissimo è in possesso di una strepitosa elevazione che gli permette di fronteggiare al meglio attaccanti meglio piazzati fisicamente. Inoltre si dimostra velocissimo, riuscendo a tenere il passo anche di mezzepunte rapide e sguscianti.
Maturana chiede alla sua squadra grande rapidità nei passaggi e grande densità nella zona mediana. La palla deve quindi circolare con grande precisione e velocità, tanto che Fabian Vargas, Freddy Grisales e Juan Carlos Ramirez sono chiamati a garantire un continuo movimento per proporsi come costanti punti di riferimento. I primi due in particolare sono soliti variare di continuo la propria posizione, mettendo in luce anche buone soluzioni offensive, grazie in particolare ad un buon senso dell'inserimento.
Giovanni Hernandez viene proposto in un utile ruolo di trequartista, chiamato sia a puntare la porta centralmente, sia a defilarsi per sfruttarne al meglio l'abilità nel dribbling.
Lo scopo principale è quello di non dare punti di riferimento agli avversari, diversificando lo sviluppo della manovra e coinvolgendo più giocatori possibile per lo sviluppo della stessa.
La maggior parte di tale mole di gioco è volta a rifornire la punta centrale, Victor Aristizabal, attaccante dalla tecnica elevata e assolutamente letale nei sedici metri avversari.


In aera di rigore dimostra un tempismo perfetto ed è abilissimo nel liberarsi al tiro, sfruttando una grande coordinazione ed un formidabile fiuto nel gol. A tal proposito risulta ancora essere il miglior realizzatore di tutti i tempi del campionato colombiano, oltre ad essere il miglior realizzare straniero del campionato brasiliano, in virtù delle esperienze con San Paolo, Santos, Vitoria, Coritiba e Cruzeiro.
Accanto a lui si alternano Elkin Murillo ed Eudalio Arriaga, entrambi dotati di ottimo dribbling e perfettamente funzionali a garantire sostegno ad Aristizabal. Anche a loro viene chiesto un continuo movimento, al fine di rendere imprevedibile gli intenti costruttivi, perfettamente coordinati con il dinamico reparto di centrocampo.
I "Cafeteros" sono inseriti nel girone A con Cile, Ecuador e Venezuela, con il quale gioca la sua gara d'esordio. Quest'ultima termina 2-0 per la squadra di Maturana, grazie ad un gran tiro da fuori di Grisales e ad un rigore di Aristizabal.
Tre giorni dopo viene battuto l'Ecuador, grazie ad un guizzo ancora di Aristizabal, abile a trovare la porta dopo una corta respinta del portiere.
L'ultima partita contro il Cile vale il primo posto nel girone e per l'occasione il commissario tecnico schiera per la prima volta nel torneo il secondo portiere Miguel Calero.
La Colombia si dimostra ancora una volta superiore, vincendo il match per 2-0 grazie ad un rigore a "cucchiaio" del solito Aristizabal e ad un'azione solitaria di Arriaga nel recupero.
Nei quarti di finale l'avversario da affrontare è il coriaceo Perù allenato da Uribe, qualificatosi come seconda miglior terza.
Ad Armenia i padroni di casa giocano una partita perfetta, dominando letteralmente l'incontro, vinto per 3-0. Ancora grande protagonista risulta Aristizabal con una pregevole doppietta, inframezzata dal gol di Hernandez
La semifinale mette di fronte i padroni di casa all'Honduras di Amado Guevara, autentico trascinatore della "Bicolor" nelle precedenti partite e nominato al termine del torneo come miglior giocatore di tutta la competizione.
Ancora una volta la squadra colombiana ha la meglio, portandosi in vantaggio già al 6° minuto con Bedoya, che con un gran tiro di sinistro da posizione defilata trova l'incrocio dei pali. Il raddoppio arriva nel secondo tempo, ad opera nuovamente di Aristizabal, pronto a concludere a rete un traversone proveniente dalla destra.
Ad attendere la squadra di Maturana per la finale del 29 luglio c'è il Messico di Javier Aguirre, squadra estremamente pratica, che viene da una combattuta semifinale contro l'Uruguay, battuto 2-1.
La compagine messicana per tutto il torneo si dimostra squadra solida e "scorbutica", in grado di adattarsi tatticamente al gioco avversario: la riprova la si può trovare nella vittoria per 1-0 ottenuta contro il Brasile nel girone iniziale.
L'atto finale della Copa America 2001 si decide al 65° minuto quando Ivan Cordoba è abile a deviare di testa una calcio di punizione di Ivan Lopez dalla destra, decretando la vittoria finale.
Al di là del risultato, la Colombia domina la partita e costruisce più di un'occasione, nonostante l'infortunio di Arisitizabal al 30° minuto e solo le parate di Oscar Perez tengono in corsa il Messico fino alla fine.
Le sei vittorie consecutive dei "Cafeteros" rappresentano un ruolino di marcia straordinario, ottenuto grazie al preciso canovaccio tattico creato da Maturana.




Il primo dato che balza all'occhio analizzando la cavalcata della Colombia è quello relativo alla totale impermeabilità difensiva: nelle sei partite disputate Oscar Cordoba non subisce nemmeno un gol, a riprova di come il collettivo sia alla base del successo descritto.
Il commissario tecnico ottiene da ogni singolo giocatore il massimo possibile ed ogni incontro della rappresentativa colombiana sorprende in positivo per agonismo e sincronismi tattici perfetti.
A livello di singoli non si può non citare il capocannoniere della suddetta Copa America, Victor Aristizabal, apparso nel torneo al top della carriera.
I giudizi negativi vertono sul basso livello medio della Copa America 2001, priva delle stelle uruguaiane e brasiliane ed orfana dell'Argentina; tale analisi è indubbiamente veritiera, ma non rende merito alla prestazione della squadra vincitrice, meritevole di lodi per quanto mostrato sul campo.
Senza celebrati campioni ed in un periodo apparentemente di transizione del proprio movimento calcistico, la Colombia nel 2001 dimostra che la tattica, le motivazioni e lo spirito di squadra sono ancora fondamentali per vincere.


Giovanni Fasani

venerdì 20 marzo 2015

DOS ES MEJOR QUE UNA

Il calcio moderno si sa, è ormai troppo spesso comandato da televisioni ed emittenti varie, con la naturale conseguenza che ogni giorno, sugli schermi di tutto il mondo, ci sia per lo meno una partita di calcio.
Qualche tempo fa fu coniato l'appellativo di "calcio spezzatino" per definire una giornata di campionato distribuita su più giorni; passi insomma che una squadra anticipi il proprio impegno in vista dell'impegno europeo, ma purtroppo siamo sempre più abituati a vedere un turno del locale torneo distribuito in almeno tre giorni.
"Si gioca praticamente ogni tre giorni". Già, tre giorni, ormai la classica (e più che veritiera) frase che gli allenatori tirano fuori ogni qual volta i carichi di lavoro risultano quasi insostenibili.
Alla comunque buona organizzazione europea, fa da contraltare la proverbiale disorganizzazione sudamericana che vede nel torneo argentino di quest'anno l'ultima diavoleria di Julio Grondona, ex presidente dell'AFA (la federazione argentina) scomparso nel luglio scorso all'età di 83 anni.
L'idea di quest'ultimo è stata quella di organizzare una Primera Division con ben 30 squadre al via, con il non trascurabile particolare che al termine di questo, ancora non si sa (al momento di scrivere) chi prenderà parte alla Copa Libertadores 2016 e come sarà l'eventuale formula del successivo campionato, visto che più di un malumore è stato sollevato dagli addetti ai lavori.
Insomma, anche in Argentina (come nel resto del continente) si gioca ogni tre giorni anche se con una ben diversa "organizzazione" dei campionati.
Ma ciò che successe domenica 2 marzo 1997 ebbe ancora più dell'incredibile: erano in programma la 2° giornata del torneo Clausura e la 3° giornata dei gironi di Copa Libertadores, con la conseguenza che Racing e Velez dovettero giocare due partite nello stesso giorno.



Entrambe impegnate nella massima competizione continentale (per di più nello stesso girone, il 2), Racing e Velez dovettero affrontare una doppia trasferta in Ecuador e giocare l'una contro l'altra nel proprio paese. La follia più completa.
L'Academia era impegnata a Quito contro l'El Nacional, mentre il Fortin doveva vedersela contro l'Emelec in quel di Guayaquil.
Ma com'è possibile una cosa del genere? Non si poteva spostare (ragionevolmente) la partita per il Clausura? No, perché purtroppo il calendario era così fitto che nessun altro giorno poteva essere impiegato per recuperare una delle partite.
Le due squadre presero decisioni opposte: il Racing mandò le riserve a giocare la Libertadores, mentre il Velez decise di scendere in campo con i titolari per affrontare l'Emelec in testa al raggruppamento.
Con la squadra quindi farcita di giovani riserve, la squadra di Alfio Basile perse il proprio match per 2-0.



Non c'è tempo però per rimuginare sulla sconfitta, esattamente un'ora dopo i titolari devono scendere in campo contro il Velez, prendendosi un'alquanto strana rivincita per 2-0 grazie alle marcature di Claudio Marini e Marcelo Delgado.



A questo punto manca l'impegno del Velez a Guayaquil a completare una delle giornate più strane che l'intera storia del calcio abbia mai vissuto.
Giusto il tempo di una cerveza per los hinchas de la V e si torna a soffrire per i propri colori; i ragazzi di Osvaldo Piazza centrano una spettacolare vittoria per 3-2 grazie alla doppietta di Patricio Camps ed al gol di Martin Posse.


A testimonianza di quanto sia strano il destino, entrambe furono eliminate dallo stesso avversario: i peruviani dello Sporting Cristal, che prima ebbe la meglio sul Velez negli ottavi e poi battè in semifinale il Racing.
Il torneo Clausura andò invece al River Plate che dominò per tutto il semestre.
Ricordando questo episodio sembra quasi utopistico "lamentarsi" per le tante partite ravvicinate, ma siamo pur sempre in Sudamerica, futbolisticamente (e non solo) il continente più strano ed incredibile.


Matteo Maggio

martedì 17 marzo 2015

JAN TOMASZEWSKI

Il rapporto dell'Inghilterra con la Coppa del Mondo è stato da subito particolare ed a tratti tormentato: la sua prima partecipazione avviene nel 1950, dopo che per anni si era crogiolata su di una presunta e poco veritiera superiorità.
La pessima figura rimediata in Brasile ha costretto la federazione inglese ad un lungo lavoro di ricostruzione  che ha portato all'organizzazione del torneo del 1966, conclusosi proprio con la vittoria della selezione guidata da Alf Ramsey.
Da quello storico successo i "Leoni" hanno fatto fatica a rinverdire quei meravigliosi fasti, non ottenendo in alcune occasioni nemmeno la qualificazione alla fase finale.
Molto clamore ha destato la mancata partecipazione al Mondiale del 1974, sia per il valore della rosa e sia per come tale nefasto risultato è maturato.
Ad di là delle ovvie colpe della squadra inglese, la qualificazione in questione va appannaggio della sorprendente Polonia, che nello decisivo scontro diretto trova in Jan Tomaszewski un eroe inaspettato e da lì in poi uno dei più grandi portieri della storia del calcio.
 
 
Già da giovanissimo si mette in evidenza come una sorta di predestinato del ruolo, grazie ad un fisico imponente (193 cm) al quale abbina grande reattività ed una incredibile agilità.
Le sue doti naturali gli consentono di essere titolare di tutte le rappresentative giovanili e nel 1971 a 23 anni ha la grande opportunità di esordire nella nazionale maggiore.
Alla vigilia di un match contro la Germania Ovest sia il titolare Jan Jimola che il suo secondo Piotr Czaja risultano infortunati, lasciandogli di fatto la possibilità di difendere i pali della Polonia.
Quella che sembra una fortunata casualità si trasforma in una sfortunata prestazione da parte del giovane estremo difensore, additato come maggiore colpevole della sconfitta per 1-3.
Nonostante il brutto esordio e le inevitabili critiche, Tomaszewski non si perde d'animo e grazie alle brillanti prestazioni con il Lodz, sua squadra di club, resta nel giro della nazionale e si conferma titolare durante le qualificazione per il Mondiale del 1974.
Il sorteggio inserisce la Polonia nel girone 5 con il Galles ed appunto la favorita Inghilterra.
Alla vigilia dell'ultima giornata la rappresentativa polacca è prima con un punto di vantaggio sulla compagine inglese, in attesa che si disputi a Wembley proprio Inghilterra-Polonia.
Pubblico e stampa inglese sono sicuri di ottenere i due punti necessari per il passaggio del turno, non credendo nel valore della squadra allenata da Gorsky.
Le critiche non risparmiano nemmeno Tomaszewski, che nelle ore prima della partita viene etichettato come "clown" da Brian Clough, nelle vesti di opinionista televisivo.
L'inghilterra fa da subito la partita ed attacca con continuità, ma è la Polonia a passare in vantaggio grazie a Domarski, prima di subire il pareggio inglese ad opera di Clarke su calcio di rigore.
Da lì in poi la porta della Polonia viene presa d'assalto ed in tale contesto Tomaszewski sale in cattedra con formidabili parate, che mantengono il risultato in parità e valgono la sospirata qualificazione alla fase finale.
 
 
Nella partita in questione il portiere polacco mette in mostra un grande senso del piazzamento, che gli permette di essere sempre sicuro nelle respinte.
In più stupisce il pubblico per come vola da un palo all'altro a dispetto dell'altezza, deviando in più di un'occasione i precisi tiri dei giocatori inglesi.
Stilisticamente non sembra perfetto, ma è tremendamente efficace, tanto da respingere il pallone con ogni parte del corpo, senza mostrare nessun timore a buttarsi a capofitto in temerarie uscite.
Un'altra sua proverbiale caratteristica è la grande tranquillità con la quale gestisce ogni momento critico, trasmettendo sicurezza a tutta la retroguardia, messa sotto pressione dagli attacchi inglesi.
La grande personalità ed un certa propensione alla spacconeria lo accompagnano da sempre e lo rendono un personaggio particolare ed abile a gestire qualsiasi delicato momento della sua carriera.
In una sola gara diventa l'idolo calcistico del proprio paese, che ha ormai dimenticato il non positivo esordio e gli rende stavolta merito come principale artefice del sofferto risultato.
A fine partita viene rivelato un particolare che rende ancor di più leggendaria la prestazione del portiere polacco: a circa venti minuti dalla fine la sua mano viene calpestata da Clarke, provocandogli un intenso dolore ad un dito. Tomaszewski continua a parare sopportando il dolore e solo a fine gara gli viene diagnosticata la rottura del suddetto dito.
Quanto da lui fatto in quella storica notte a Wembley non sorprende invece Gorsky, che ben conosce le eccelse qualità del suo portiere, nel frattempo cresciuto sotto tutti i punti di vista.
La partita con l'Inghilterra lo rende più sicuro e gli conferisce quella consapevolezza nei propri mezzi che gli permette di costruire una carriera di altissimo livello.
Nella rassegna del 1974 è ovviamente uno dei portieri più attesi e le sue prestazioni non tradiscono le rosee attese, tanto da consentirgli, in aggiunta, di stabilire un prestigioso primato.
La Polonia si conferma subito come una delle nazionali emergenti a livello calcistico, tanto da vincere il suo girone a punteggio pieno, battendo Argentina (3-2), Haiti (7-0) e l'Italia (2-1).
La squadra di Gorsky attira su di se ammirazione e simpatia ed anche nel secondo girone vende cara la pelle, giocandosi fino alla fine la possibilità di disputare la semifinale.
Dopo aver battuto Svezia (1-0) e Jugoslavia (2-1) l'ultima giornata la mette di fronte alla Germania, anch'essa a punteggio pieno.
I futuri campioni del Mondo si dimostrano nei 90 minuti superiori ed hanno la meglio per 1-0.
Tomaszewski è tra i migliori in campo e tiene in partita i compagni parando un calcio di rigore ad Uli Hoeness.
 
 
Nel corso della rassegna è già riuscito nella medesima prodezza, intercettando il penalty dello svedese Staffan Tapper. Queste due parate lo rendono il primo portiere ad aver parato due calci di rigore nello stesso Mondiale.
Nell'Olimpiade del 1976 c'è ancora la Germania Ovest sul cammino della Polonia e di Tomaszewski: in questo caso la partita vale la medaglia d'oro e la squadra tedesca si impone per 3-1, con il portiere polacco che resta in campo solo per 16 minuti, con il risultato già sul 2-0.
Nonostante sia considerato uno dei portieri più forti in circolazione, viene costretto a continuare la sua carriera in Polonia, essendo presente un regolamento che vieta agli atleti polacchi di lasciare il paese prima dei trent'anni.
Le offerte non mancherebbero, ma nonostante anche le insistenze del Lodz, che ben guadagnerebbe da una sua cessione, il governo polacco mantiene in essere le suddette e coercitive disposizioni.
Solo nel 1978 ha la possibilità di tentare l'esperienza oltre confine, per giocare con la maglia dei belgi del Beerschot, sorprendendo che si sarebbe aspettato il suo approdo in un grande club.
Nello stesso anno ha la possibilità di partecipare al suo ultimo mondiale, volando con la propria rappresentativa in Argentina, con la volontà di replicare quanto di buono mostrato quattro anni prima.
La squadra è affidata dal 1976 a Jacek Gmoch e può contare sulle prestazioni del giovane astro nascente Zbigniew Boniek.
La Polonia vince come prima il girone iniziale, subendo una sola rete contro il Messico, ma nel secondo raggruppamento subisce una sconfitta per 2-0 contro l'Argentina che costa anche il posto a Tomaszewski. Il tecnico polacco punta su Zygmunt Kukla, il quale dopo aver mantenuto la porta inviolata nella vittoria contro il Perù, prende tre gol contro il Brasile, che determinano l'eliminazione della rappresentativa polacca.
Tale torneo resta l'ultimo evento di grande livello al quale prende parte, tenuto conto anche delle scelte da lui fatte in termini di club che non gli permettono di mettersi nuovamente in mostra a livello internazionale.
Con la maglia del Beerschot vince la Coppa del Belgio 1978/1979, ma la successiva partecipazione alla Coppa delle Coppe si ferma al primo turno per mano del Rijeka.
Il rapporto con il commissario tecnico si conferma sempre problematico, tanto che non viene più proposto titolare e nel 1981 mette fine al suo rapporto con i "biancorossi" dopo 63 presenze, che lo rendono il portiere con più presenze della suddetta rappresentativa.


Nel 1981 passa all'Hercules, ma l'integrità fisica risulta menomata e vive una stagione da comprimario, giocando solamente 12 partite.
Neanche il ritorno in patria nelle file del Lodz gli permette di riproporsi ad alto livello e dopo due stagioni tormentate dai problemi fisici decide di abbandonare l'attività nel 1984.
Gli ultimi anni non rendono merito ad una carriera vissuta ai massimi livelli, giocata per lo più in patria, salvo le brillanti prestazioni con la maglia della nazionale polacca.
Il suo grande carisma unito a grandi qualità fisiche lo rendono degno di attenzione laddove si voglia ricordare i portieri che hanno fatto la storia del calcio.
Per alcuni a lui è bastata la partita del 17 ottobre 1973, dove per tutti è diventato "The Man That Stopped England".


Giovanni Fasani