venerdì 19 giugno 2015

VADO AL MAKSIMIR

Vi ricordate quando qualche tempo fa parlammo di Iran-Stati Uniti, la partita che a Francia ’98 segnò una sfida che andava ben aldilà del calcio? Tutto si risolse nel migliore dei modi con la partita che filò liscia fino al 90’ e senza che in campo si verificassero scontri di nessuna natura.
Tutto ciò purtroppo non si verificò qualche anno prima, quando allo stadio Maksimir di Zagabria la Dinamo ospitava la Stella Rossa in un match che stava per chiudere il campionato jugoslavo del 1990, vinto proprio dalla squadra biancorossa, autentica dominatrice in patria in quegli anni.
 
 
Che i paesi dell’est europeo siano un’autentica polveriera dal punto di vista politico è risaputo, ma che il conflitto che segnò gli anni ’90 ebbe come miccia una partita di calcio nessuno potè immaginarselo, nonostante Dinamo e Stella Rossa non erano rivali solo sul campo, lo erano anche in base alla proprie ideologie ed alle proprie radici. Per riassumere si potrebbe parlare di “due popoli, due religioni”.
Per capire cosa successe quel 13 maggio 1990 dobbiamo riavvolgere il nastro di una settimana. Per la prima volta dalla fine della seconda guerra mondiale si tennero le prime elezioni libere in Croazia (allora ancora sotto l’egemonia jugoslava) e la vittoria andò al partito di Franjo Tudjman, un ultra nazionalista che guidò il popolo croato per 10 anni fino al 1999, anno della sua morte.
Tale notizia non fece piacere agli jugoslavi che volevano tenere Zagabria in territorio serbo a tutti i costi; di lì a poco scoppiò quindi la miccia che culminò nei disordini del 13 maggio.
La tensione era palpabile sin dalle prime ore della mattina, con i tifosi ospiti che, arrivati a Zagabria, iniziarono ad intonare cori contro Tudjman e la Croazia intera. Inevitabile che poi, all’interno dello stadio, i Delje (Eroi, soprannome dei tifosi della Stella Rossa) guidati da Zeljko Raznatovic, quel giorno presente a bordo campo in un insolito abito da cerimonia, iniziarono un fitto lancio di qualsiasi cosa capitasse loro sotto mano.
Più di qualche inchiesta confermò che Raznatovic era stato "arruolato" dagli alti papaveri jugoslavi per creare una Grande Serbia in luogo di una ormai logora Jugoslavia, il tutto con l'ausilio dei presunti tifosi accorsi quel giorno al Maksimir, degli autentici teppisti pronti a mettere a ferro e fuoco tutto ciò che gli si parava davanti.
 
 
La polizia reagì solamente quando i tifosi della Dinamo invasero il campo per difendere i propri giocatori, divenuti autentici bersagli; in poco tempo il terreno di gioco diventò un’arena dove poliziotti, tifosi e giocatori se le diedero di santa ragione.
Alcuni di loro se la presero con le forze dell'ordine, rei di essere intervenuti con particolare calma al momento del lancio di oggetti della tifoseria ospite.
 
 
Nei pregi caratteriali di Zvonimir Boban, la calma è di sicuro uno dei punti di forza dell’ex stella del Milan; proprio per questo motivo, l’allenatore Vlatko Markovic gli affidò la fascia di capitano; niente male per un ragazzo di 22 anni, destinato poi ad avere una carriera colma di successi.
Ci pensò in particolare un poliziotto a far perdere la pazienza a Zorro, il quale si scagliò contro di lui sferrandogli un calcio che passò alla storia del calcio tramite una foto tra le più viste dell’epoca.
 
 
Il motivo era riconducibile al fatto che le forze dell’ordine se la stavano prendendo duramente con gli ultras della Dinamo (i Bad Blue Boys), mentre nulla o quasi era stato fatto contro i Delje al momento del lancio di oggetti in campo, segno tangibile che la polizia non aspettava altro che attaccare i croati.
Qualche tempo dopo il poliziotto ricevette le scuse di Boban il quale dichiarò: "Ho reagito ad una grande ingiustizia, semplicemente non potevo rimanere indifferente e non reagire in nessun modo. Anche da parte mia ci furono provocazioni."
Il pomeriggio del Maksimir passerà dunque alla storia come il giorno in cui la Jugoslavia iniziò il suo lento declino, con l'unico comun denominatore che gli scontri tra ultras non furono che una semplice scusa per combattere in favore di un ideale ben più alto del semplice tifo.


Matteo Maggio

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