martedì 16 giugno 2015

MA QUELLO ERA VICTORINO?

Il rapporto del nostro campionato con i calciatori stranieri è sempre stato particolare ed altamente variabile, oscillando dalla figura del celebrato campione a quella del deriso bidone.
Ai nostri giorni il fenomeno dello scouting consente di vedere in tempo reale qualsiasi tipo di campionato e di essere aggiornati su qualsiasi potenziale talento.
Nell’era pre-internet i riferimenti principali sono le recensioni dei vari intermediari o su quanto appreso da taccuini e tabellini.
Nel corso del tempo le nostre società fanno la conoscenza dei più disparati personaggi, talvolta azzeccando l’acquisto, altre volte portando a casa il classico abbaglio, rivelatosi inutile alla squadra.
In alcuni casi i suddetti giocatori arrivano come illustri conosciuti, altre volte invece come presunti fenomeni in patria, finendo magari per avere lo stesso deludente rendimento a stagione in corso.
Gli anni ’80 sono un periodo d’oro per il calcio italiano, in quanto rappresenta un punto di arrivo appetibile in termini di blasone e di livello economico per ogni calciatore.
I club italiani hanno un grandissimo appeal e sembrano godere di un canale privilegiato qualora intendano imbastire un trattativa con calciatori provenienti da tornei lontani, con particola riferimento al Sudamerica.
Nell’estate del 1982 la dirigenza del Cagliari sfrutta tale fenomeno per tesserare un attaccante che sulla carta le consentirebbe un evidente salto di qualità.
Con l’acquisto di Waldemar Victorino, la società sarda inserisce in rosa una prolifica punta uruguaiana, al tempo uno delle più appetibili a livello internazionale.


Cresce calcisticamente nel Cerro e nei primi anni di carriera ha la possibilità di giocare anche per Progreso, River Plate Montevideo prima di entrare nell’orbita del Nacional, con il quale scrive le pagine più belle della sua carriera.
Sin dai primi anni di attività viene soprannominato El Piscador, nomignolo che lo accompagna in ogni sua esperienza e che lo identifica agli occhi di tifosi ed addetti ai lavori.
Traducibile come “mietitore”, sembra rendere al meglio la sua implacabilità davanti alla porta avversaria
In tali compagini si dimostra un attaccante prolifico che fa della rapidità la sua arma migliore, sfruttando al meglio la sua bassa statura.
La sua corporatura minuta, esemplificata dai soli 167 centimetri di altezza, lo rende abile nell’area di rigore, dove si distingue per il grande tempismo e per un notevole fiuto del gol.
In pratica è il classico centravanti che partecipa pochissimo all’azione, ma sembra essere letale qualora gli arrivino palloni giocabili.
Nel 1979 con la maglia del Nacional vince la classifica cannonieri, succedendo in ordine temporale ad un autentico mito del calcio uruguaiano come Fernando Morena.
L’anno successivo è davvero magico per il piccolo centravanti, in quanto lo vede vincere ben tre trofei: titolo nazionale, Coppa Libertadores e Coppa Intercontinentale.
Proprio lui decide la doppia finale contro i brasiliani dell’Internacional, segnando al 35' della gara di ritorno la rete che regala il secondo successo in tale competizione ai Tricolores.


Il modulo a tre punte ben si addice alle sue caratteristiche, in quanto il lavoro svolto dai compagni di reparto Alberto Bica e Julio Cesar Morales gli consente di giocare stabilmente da punta centrale, sgravandosi da diversi compiti tattici.
Al termine della competizione l'attaccante nativo di Montevideo si laurea anche capocannoniere con 6 reti.
Tale successo consente alla formazione uruguaiana di disputare la Coppa Intercontinentale contro il Nottingham Forrest, vincitore dell'ultima edizione della Coppa dei Campioni.
Il match in questione, disputato per la prima volta a finale unica, viene deciso da un guizzo di Victorino che al 10' minuto segna l'unica rete dell'incontro.


Il 1980 è però un anno speciale anche per quanto da lui fatto con la maglia della nazionale, specialmente in un particolare torneo denominato Mundialito o Coppa d'Oro.
A tale evento vengono invitate tutte le rappresentative in grado di vincere almeno un titolo mondiale: la formula è quella  con due gironi di tre squadre ciascuno, dove le prime classificate si sfidano in un'unica finale.
Il paese ospitante è l'Uruguay, in quanto organizzatore e vincitore della prima edizione del Campionato del Mondo nel 1930.
La Celeste rende onore a tale celebrazione, aggiudicandosi il suddetto torneo, trascinata dai gol di Victorino.
L'attaccante del Nacional segna nel girone contro l'Olanda e contro l'Italia, per poi ripetersi nella finalissima con il Brasile, dove la sua rete all'80' minuto vale il definitivo 2-1.


Tale marcatura gli consente di essere nominato anche miglior realizzatore della competizione.
Ancora una volta si dimostra uomo dal gol decisivo e l'eco delle sue imprese fa il giro del mondo, tanto che nel 1981, anno in cui termina il Mundialito, l'America de Cali gli fa una sontuosa offerta che lo induce ad abbandonare per la prima volta l'Uruguay.
L'avventura in Colombia termina dopo solo un anno, con poche occasioni di scendere in campo, ma con una media gol sempre notevole.
Nel 1982 il giocatore fa ritorno al Nacional dove dopo pochi mesi arriva la proposta del Cagliari e per Victorino si spalancano le porte della serie A italiana.


Nell'estate dello stesso anno i giornali e le televisioni salutano positivamente l'arrivo della punta uruguaiana, che con il peruviano Uribe sembra destinato a riportare i sardi in auge dopo tanti anni.
Nelle prime apparizioni in Coppa Italia Victorino sembra essersi adattato bene al nuovo ambiente, tanto da segnare il gol decisivo nella sfida con il Monza e quello iniziale su rigore nel pareggio con il Palermo.
Da quella gara in poi, però, il giocatore sembra cadere in una sorta di baratro, dando l'impressione di essere un pesce fuor d'acqua all'interno della squadra.
Appare in evidente sovrappeso ed in campo sembra spaesato, come se non avesse nessuna intesa con i compagni e nessuna percezione degli schemi tattici.
Nonostante non manchi di fornire il massimo impegno, dopo le prime uscite in campionato non convince l'allenatore Giagnoni, che di fatto lo mette ai margini delle squadra.
Ovviamente iniziano a circolare le classiche leggende sul suo conto ed una di queste asserisce che non si tratterebbe in realtà di Waldemar Victorino, ma bensì di un suo presunto fratello più vecchio.
La questione dell'età si ripete anche in un'altra voce ad egli connessa, molto più clamorosa della precedente.
Pare infatti che Victorino provenga da una famiglia molto povera dove il padre, analfabeta, segni con una tacca sul muro di casa i vari compleanni dei figli. Poco dopo il decimo compleanno di Waldemar tale abitazione viene distrutta dal maltempo ed una volta trovato un nuovo alloggio il padre ricomincia a contare i compleanni partendo da zero.
Parrebbe quindi che su ogni successivo documento ufficiale venga indicato come anno di nascita quello del 1952 in luogo del 1942.
Non ci sono conferme di tale avvenimento, anche se tuttavia gli stessi compagni e l'allenatore lo descriverebbero come fisicamente più vecchio di quanto riportato.
Nono addentrandoci più di tanto nel merito di queste questioni, resta il fatto che il contributo della punta uruguagia è nullo ed addirittura il Cagliari retrocede al termine della stagione, dopo aver perso lo scontro diretto contro l'Ascoli nell'ultima giornata.
Victorino ritorna in patria nel 1983 per poi giocare in Argentina con le maglie di Newell's Old Boys e Colon, prima di chiudere con il calcio giocato in Ecuador nelle file dell'LDU Portovievjo (capocannoniere nel campionato 1987) .
Non è facile fare un bilancio di una simile carriera, proprio perché sembra di parlare di due giocatori diversi, in un proverbiale passaggio dalle stelle alle stalle.
Come non c'è intenzione di ironizzare sulla veridicità o meno della vicende riportate dopo il suo arrivo a Cagliari, tappa comunque molto negativa di un giocatore che in patria è ricordato come un notevole realizzatore.
Talvolta la verità sta nel mezzo e probabilmente Waldemar Victorino non è il fenomeno dimostratosi nel 1980, ma neanche il deludente giocatore capitato quasi per caso in Italia nel 1983.
Celebriamo quindi le sue gesta per quanto fatto con Nacional ed Uruguay, senza però dimenticarci della sua pessima avventura italiana, nota ai più solo per le bizzarre indiscrezioni citate precedentemente.


Giovanni Fasani

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