martedì 23 settembre 2014

VLADIMIR BEARA

Per ogni atleta la massima soddisfazione può essere ottenuta nel riconoscimento attribuitogli dalla stampa o in maniera più viscerale dagli appassionati del relativo sport.
Siamo soliti lodare i grandi campioni del calcio, così come siamo avvezzi ai "titoloni" dei giornali per i grandi campioni e a considerare come punti fermi questi ultimi nelle consuete discussioni "da bar".
Quando un calciatore entra nell'immaginario collettivo come un fuoriclasse, raggiunge l'apice della propria carriera, essendo sicuro di poter essere ricordato a lungo attraverso la positiva nomea costruita nel tempo.
Tuttavia, ancor maggiore risalto possono assumere tali lodi quando arrivano direttamente da un collega, contemporaneo in termini di carriera e, per tutto il mondo calcistico il più forte nel suo ruolo di tutti i tempi.
Quando nel 1963 Lev Jascin vince il Pallone d'oro, alla domanda se si sentisse il più forte portiere del mondo risponde: " No, il più forte portiere del mondo è Vladimir Beara".


Nasce nella Jugoslavia unita nel 1928, a Zelovo, cittadina ubicata nell'attuale Croazia, ma ai tempi sotto l'influenza culturale ed amministrativa serba. Difficile ai giorni nostri dargli una nazionalità, essendo un vero emblema dell'allora adagio "6 nazioni, 5 religioni, 1 Tito", rappresentativo di una flebile unità nazionale e di confini geografici che mal delimitano le differenze etniche.
I suoi esordi nel ruolo di estremo difensore sono quasi causali, dedicandosi inizialmente al balletto, al quale si divide con l'altra sua mansione di elettricista.
Solo a 20 anni si avvicina al calcio, quando viene notato dai dirigenti dell' Hajduk Spalato che ne intuiscono il sorprendente talento e le notevoli doti fisiche.
Beara è un portiere spericolato nel senso buono del termine, capace di uscite prodigiose effettuate con un tempismo perfetto, con le quali si lancia tra i piedi degli attaccanti o sbroglia intricate mischie nell'area di rigore.
Tra i pali è capace di balzi portentosi, con i quali più volte leva all'ultimo minuto la gioia del gol agli avversari, ponendosi sin dalle prime partite come uno dei punti di forza della sua squadra.
Tali doti fisiche gli valgono i soprannomi di "uomo di gomma" o di "ballerino con le mani d'acciaio", in virtù della sua prima passione.
Anche nell'ordinaria amministrazione si dimostra sempre sicuro, conferendo tranquillità a tutto il reparto arretrato, che comanda con personalità e carisma.
Nell'arco della sua carriera punta sempre a migliorarsi, arrivando ad allenarsi con palle da baseball per migliorare la sua presa.


Dopo due anni dal suo ingaggio è già il titolare dell'Hajduk, con il quale vince 3 campionati jugoslavi in 8 stagioni, fino al 1955, quando si trasferisce alla Stella Rossa.
Le ottime prestazioni esibite con la compagine croata lo rendono appetibile anche per la nazionale, della quale diventa titolare inamovibile dal 1950.
Con la maglia della Jugoslavia unita riesce a farsi conoscere da tutto il mondo, a seguito di epiche partite, da lui nobilitate da interventi entrati nella storia del calcio.
In una partita giocata contro l'Inghilterra si fa applaudire da tutto Wembley per parate al limite dell'impossibile, culminate in uno straordinario intervento a mani aperte su tiro di Hancocks, decisivo per salvaguardare il 2-2 finale.
Dopo aver partecipato ai Mondiali in Brasile come riserva di Mrkusic, nel 1952 ha la possibilità di essere il titolare della sua rappresentativa alle Olimpiadi di Helsinki.
La selezione jugoslava si rende protagonista di un ottimo torneo, arrivando fino alla finale contro l'Ungheria, trascinata da Beara e da un attacco portentoso (23 gol gol segnati nelle 4 partite precedenti l'atto conclusivo con Branko Zebec capocannoniere dell'Olimpiade con 7 reti).
La squadra magiara si dimostra superiore a quella balcanica, imponendosi con un perentorio 2-0. Beara è uno degli ultimi ad arrendersi e si toglie anche la soddisfazione di parare un rigore a Ferenc Puskas. 
L'anno successivo ha l'onore di essere uno dei portieri selezionati per la prestigiosa amichevole tra Inghilterra e Resto del Mondo, dove dimostra nuovamente il suo talento, subendo un solo gol nei 45 minuti giocati.
Una nuova vetrina per il talentuoso portiere è rappresentata dal Mondiale 1954 in Svizzera, dove può finalmente giocare da titolare, essendo considerato uno dei più forti numeri uno della rassegna. 
Durante tale torneo dimostra nuovamente tutto il suo valore, esemplificato in una strepitosa uscita nella partita contro il Brasile: con uno spettacolare balzo riesce a lanciarsi sui piedi del centravanti Baltazar, sottraendogli il pallone con perfetta scelta di tempo, evitando di commettere fallo. In tale match, terminato 1-1, il portiere slavo salva svariate volte la sua porta, soccombendo solo ad una prodezza di Didì.
L'avventura della Jugoslavia termina nei quarti di finale, ma Beara è ormai famosissimo ed in patria il prodigioso portiere è visto come un vero e proprio eroe.
Un anno le forti pressioni governative gli impongono il passaggio alla Stella Rossa, squadra dell'esercito nella quale confluiscono di prassi i maggiori talenti del paese.
Con la squadra di Belgrado va ad impreziosire il suo personale palmares, vincendo altri quattro titoli nazionali e due coppe di Jugoslavia, oltre all'unico titolo europeo della sua carriera.
Nel 1958, infatti, la Stella Rossa vince una "particolare versione" della Mitropa Cup , battendo in finale l'Union Cheb FC, vincendo sia all'andata che al ritorno. Nell'albo d'oro tale affermazione non trova appunto ufficialità, in quanto la competizione è sostituita dalla Coppa del Danubio, ritenuta non accomunabile alla Mitropa.
Alla luce di quanto descritto fino ad ora, il nome di Beara diventa troppo celebrato ed ingombrante per l'allora regime politico, mai avvezzo a personaggi che possono in qualche modo nascondere l'aurea di Tito.
Dopo una mai chiarita vicenda di contrabbando, il portiere viene prima squalificato, poi sospeso per quattro mesi ed infinite "invitato" ad emigrare in un' altra nazione a proseguire la carriera.
Nel 1960 decide di trasferirsi in Germania, dove gioca per l'Alemannia ed il Viktoria Colonia, prima di ritirarsi definitivamente nel 1954 per dedicarsi alla carriera di allenatore.
In tale veste la sua principale esperienza è quella alla guida della nazionale del Camerun, da lui diretta per due anni, fino al 1975.
La sua recente scomparsa (11 agosto 2014) ha riportato all'attenzione il suo nome ed il suo mai dimenticato talento.


L'aver unito doti fisiche notevoli ad un modo davvero moderno di interpretare il ruolo l'ha reso uno dei più forti portieri della sua epoca. 
La sua costanza nel perfezionare i fondamentali e la tranquillità con la quale affronta le situazioni più intricate lo eleggono un importante riferimento per ogni portiere.
Per chi avesse ancora dubbi, ci sono sempre le parole del grande Jascin....



Giovanni Fasani

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