venerdì 17 luglio 2015

PASSIONE BOLIVIANA

La Copa America appena conclusasi ci ha lasciato con la prima storica affermazione del Cile che nella finale dell'Estadio Nacional di Santiago ha battuto ai calci di rigore l'Argentina.
Oltre alla squadra di Sampaoli, si sono messe in luce anche altre compagini quali Paraguay e soprattutto Perù.
Nei quarti di finale è uscita dalla manifestazione la Bolivia autrice di un più che discreto girone eliminatorio nonostante la sonora cinquina subita nell'ultima gara contro i futuri campioni.
La squadra di Soria ha messo in mostra un calcio generoso ma non ancora sufficiente per competere a grandi livelli.
In attesa che tutto ciò avvenga con i dovuti tempi, vi portiamo oggi alla conoscenza del movimento calcistico boliviano tra curiosità ed aneddoti; per fare tutto ciò abbiamo chiesto ad Andrea Bracco, esperto di calcio boliviano e caporedattore di www.calciosudamericano.it, di farci una panoramica su come si vive il calcio nello stato pre-andino.
Potete inoltre trovare lo stesso Andrea sul proprio sito www.falsonueve.it per conoscere tutti gli aspetti conosciuti e meno conosciuti del calcio a livello mondiale.

Ci puoi parlare in linea generale di come si svolge il campionato boliviano?
Il format è quello classico sudamericano, che prevede un semestre di Apertura ed uno di Clausura. Parallelamente viene stilata una classifica chiamata “tabla acumulada”, che serve a determinare la qualificazione dei club alle coppe internazionali. Per quanto riguarda invece le retrocessioni, una squadra – l’ultima della classifica che tiene conto dei punti totali – retrocede direttamente, mentre la penultima spareggia con un’avversaria proveniente dalla Primera B.

Quali sono le squadre più blasonate? Ti faccio tre nomi: Bolivar, Oriente Petrolero e The Strongest. La prima e la terza sono la massima espressione calcistica di La Paz, mentre l’Oriente è tra i club più antichi di tutto il paese. Ma in generale molte squadre hanno un fascino mistico, come il Jorge Wilstermann (il cui nome è stato preso da un famoso esploratore) o il Blooming.

La giungla del calcio sudamericano è farcita di rivalità storiche come nel caso di Boca-River. Quali sono le sfide che infuocano le giornate dei boliviani?
Due in particolare. La prima è il “clasìco paceno” tra Bolivar e The Strongest; entrambe giocano nel bellissimo “Hernando Siles”, ed ogni volta che c’è in programma il derby buona parte della città si paralizza. Per gestirlo viene allertata quasi tutta la polizia cittadina. L’altra sfida molto sentita è tra Blooming e Oriente Petrolero, che sono rivali storiche sin dai primi anni del ‘900.
 
 
Ci puoi raccontare qualche episodio particolare legato a queste sfide e la particolarità dei soprannomi? Episodi ce ne sono a decine, la maggior parte dei quali con epiloghi tristi perché molto spesso la violenza la fa da padrone. Solo nell’ultimo semestre si contano ben sei morti legati a scontri pre o post partita, tanto che spesso le frange estreme delle “barras” vengono guardate a vista dalle istituzioni (la più famosa è la “Vieja Escuela” del Bolivar). Per quanto riguarda i soprannomi, ovviamente vengono affibiati per motivi particolari o per la provenienza dei vari club. Il Bolivar viene denominato “La Celeste” (per via del colore delle maglie da gioco) oppure “La Academia”, visto che è il club più seguito e tifato del paese. Il “Tigre” è The Strongest, squadra che gioca con la “camiséta” a strisce verticali gialle e nere. L’Oriente Petrolero è “el Refinéro”, perché a Santa Cruz de la Sierra ci sono molti giacimenti di petrolio, mentre il Blooming – rivale cittadina - è la squadra di guerrieri (“Los Guerreros”).
 
 
Brasile ed Argentina la fanno da padrone in Libertadores. Fin dove si sono spinte nella storia le squadre boliviane?
Il risultato migliore è la semifinale dello scorso anno dal Bolivar, raggiunta dopo una splendida cavalcata nella quale la Celeste ha collezionato diversi scalpi importanti. Purtroppo la pausa per il mondiale spezzò i ritmi della squadra, che una volta tornata in campo venne travolta. Più in generale i club boliviani non sono esattamente squadre da competizione continentale, per ovvi motivi tecnici.

La Bolivia è un paese molto particolare trovandosi nel pieno delle montagne sudamericane. Molto spesso diventa un fattore negativo per le squadre ospiti. Quali sono le città dal clima impossibile? Come influisce sul rendimento dei giocatori?
Potosì e La Paz sono le due città in cui molto difficilmente si può fare bottino pieno. Questo perché sono situate rispettivamente a 3900 metri e 3600 metri circa sul livello del mare, con tutti gli svantaggi del caso per gli ospiti. L’altura ovviamente influisce, tanto che anche la nazionale non si sposta da lì per giocare le partite ufficiali, ma penso che valga anche il discorso inverso. Ovvero, chi è abituato all’altura con conseguente aria rarefatta, avrà ovviamente difficoltà a misurarsi sulla costa.
 

Ci puoi segnalare qualche giocatore da segnarsi sul taccuino per il futuro?
Erick Iragua, trequartista classe ’96 mancino cresciuto nel Bolivar, è uno dei talenti più interessanti per il prossimo futuro. Lo ha appena ingaggiato l’Uniao Madeira, fresco di promozione in Liga Sagres. Sempre nell’Academia gioca Saavedra, centrocampista centrale di 21 anni, escluso all’ultimo da Soria tra i convocati per la Coppa America. Se invece cerchiamo una mezz’ala brava negli inserimenti senza palla, possiamo citofonare a The Strongest per chiedere informazioni di Wayar, “paceno” del 1994.

Spostiamo la nostra attenzione sulla nazionale. La recente Coppa America ci ha restituito una squadra combattiva ma non ancora avvezza ai grandi livelli. Tuttavia i quarti di finale raggiunti sono un buon traguardo. Come può migliorare la Verde nei prossimi mesi? Può insidiare le grandi per un posto ai mondiali di Russia 2018?
La Bolivia a mio parere ha ottenuto qualcosa in più del meritato in Cile; la squadra ha palesato evidenti limiti difensivi e davanti segna poco, mentre in mezzo è stato naturalizzato uno svedese (Smedberg-Dalence) per portare un po’ di esperienza europea. Il presidente della Repubblica, Evo Morales, si è esposto in prima persona per naturalizzare gli spagnoli Capdevila e Callejon (gemello del napoletano), oltre che il paraguayo Cabréra. Migliorare è difficile perché manca proprio la base, ovvero gente che sappia portare quel “quìd” in più per fare un  passo ulteriore verso la maturità. Molto difficile vederli lottare per un posto in Russia. Anzi, ti direi quasi impossibile.

Sempre in tema mondiali l’ultima partecipazione rimane quella di USA ’94. Ci puoi raccontare brevemente come andò quella storica avventura e come venne accolta dal popolo boliviano la qualificazione alla massima kermesse per nazionali?
Andò tutto sommato bene, perché il girone era molto difficile vista la presenza di Germania e Spagna. La Verde fece un punto pareggiando 0-0 contro la Corea del Sud, dopo aver perso 1-0 all’esordio con la Germania e prima della sconfitta contro le Furie Rosse, per 3-1. Quella era la Bolivia più forte di sempre, con giocatori davvero straordinari e una generazione che difficilmente si rivedrà nel prossimo futuro. Carlos Trucco tra i pali, “el Diablo” Echeverry dietro al centravanti Coimbra, “Platini” Sanchez e Julio Cesar Baldivieso a dirigere le operazioni in mezzo: che spettacolo. Come fai a non voler bene a questa nazione?
 

In chiusura: come mai hai scelto di seguire in particolar modo le vicende del calcio boliviano? Cosa ti appassiona quotidianamente?
Ci sono arrivato un po’ per caso, perché sul mio sito ho dovuto sostituire un ragazzo che non poteva più aiutarci, circa due anni fa. Da allora mi sono immedesimato in questo paese “piccolo e sfigato” (non in senso assoluto), bistrattato da tutti e poco considerato. Così ho studiato la storia dei club e da lì ho deciso di aggiungerlo alle mie simpatie.


Matteo Maggio

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