mercoledì 30 aprile 2014

ARTUR FRIEDENREICH

Per tutti gli amanti del calcio è sempre bello andare alla scoperta delle origini del nostro amato sport, ricercando personaggi o squadre che abbiano dato per primi lustro a questo mondo che tanto ci appassiona.
In assoluto è davvero appassionante andare a ritroso nel tempo e curiosare tra le vicende calcistiche dei primi del 1900, consapevoli di andare a parare in un'epoca particolare, dove il lato sportivo è in stretta attinenza con quello politico e sociale.
Tante volte si ha a che fare con foto ingiallite e racconti dal sapore romanzesco, che denotano un'epoca ed un clima ormai molto lontano dal nostro presente tecnologico.
Proprio lo stile unico e ridondante dei giornalisti dell'epoca aiuta a rendere mitici giocatori che in tale periodo hanno giocato ed iniziato a scrivere la leggenda del calcio.
Focalizzando l'attenzione nel primo decennio del suddetto secolo sembra impossibile non celebrare uno degli attaccanti più prolifici della storia, che tanto ha fatto discutere sotto molti aspetti.
Con l'articolo in questione proviamo a tracciare un profilo di uno degli attaccanti più forti di sempre, il cui stile di vita merita davvero di essere descritto in parallelo con la sua strepitosa carriera. Tra gol, errori e varie vicissitudini, Artur Friedenreich si impone davvero come uno dei personaggi calcistici principali a cavallo tra gli anni'10 e gli anni'20.


La storia di questo straordinario calciatore può essere sviluppata tracciando un resoconto che parte dal contesto sociale per estendersi a quello calcistico, anche se i due contesti sono molte volte connessi l'uno all'altro.
L'analisi non può che iniziare dalla sua infanzia, vissuta per le strade di San Paolo, dove impara a giocare ed a muoversi velocemente, tra polvere e sporcizia. 
Voci non confermate raccontano che non era in grado di permettersi un vero e proprio pallone, dovendo accontentarsi di una vescica di mucca per tirare i primi calci.
Già dalla tenera età è visibile in lui la combinazione genetica ereditata dai genitori: la madre è brasiliana e di colore, mentre il padre è un commerciante tedesco, dal quale eredita gli occhi chiari.
Dopo i primi anni vissuti in estrema povertà, mantenuto dal lavoro come lavandaia della madre, Friedenreich passa sotto l'ala protettiva del ricco padre che gli impone di frequentare le migliori scuole brasiliane, entrando in contatto con la borghesia brasiliana di inizio '900.
Quest'ultima non vede di buon occhio la comunità di colore e tale fatto mette in difficoltà il piccolo Artur, che resta segnato da tale esperienza, vivendo il suo essere mulatto quasi come una colpa da nascondere.
La possibilità di entrare nei più importanti collegi gli apre le porte anche del mondo del calcio, dove eccelle fin dall'inizio. In questo frangente, il giovane finge di essere cresciuto in Germania, per dare un sapore internazionale alla sua discendenza e per distaccarsi dall'infanzia misera appena terminata.
Tra leggenda e realtà il suo tentativo di integrarsi con la comunità "dei bianchi" lo porta a fare diverse scelte di emulazione, tra le quali quella di lisciarsi i capelli con la brillantina per farli sembrare meno crespi. 
La società brasiliana del tempo si presenta davvero come ostile verso i neri, vietando, in certi casi, la possibilità di praticare il calcio agli atleti di colore. Un esempio per tutti è quello del giocatore Carlos Alberto, che dal 1914 utilizza la crema di riso per rendere la sua pelle più chiara ed evitate problemi.
Friedenreich tenta di integrarsi al meglio nella comunità al quale non appartiene, facendo suoi i vezzi di tale contesto: si dimostra amante della bella vita, frequentando locali notturni, bevendo alcol e fumando anche qualche sigaro.
Anche in campo il suo atteggiamento è talvolta particolare, soprattutto al momento di entrare in campo. Friedenreich entra in campo sempre per ultimo, volendo per questo sentirsi normale agli occhi selettivi di chi lo guardava dagli spalti.
Nonostante la situazione sociale non facile, siamo davvero di fronte ad un grandissimo attaccante, dotato di grande rapidità, tecnica e di uno strepitoso senso del gol, che lo rende quasi infallibile nelle conclusioni in area. La cronaca del tempo narra che in oltre 20 anni di carriera non abbia mai sbagliato un calcio di rigore.


Inoltre è fortissimo in acrobazia, cosa che lo porta a lanciarsi senza problemi su palloni impossibili, senza paura dei relativi contrasti. Le fonti riportano di una partita del 1914 dove il coraggioso centravanti esce dal campo stremato e con due denti rotti.
Da buon brasiliano non disdegna anche giocate di classe e colpi di tacco, muovendosi con grande grazia per il campo e non dando mai riferimenti ai malcapitati difensori avversari.
Leggendo queste righe sorge sicuramente una considerazione: è sicuramente un grandissimo attaccante, ma quanti gol ha segnato?
Lo scontato ritorno alla quantificazione delle marcature è sicuramente pertinente, ma la risposta non è così facile da dare, svelando un'altra particolarità delle storia del giocatore in questione.
In merito al numero delle sue reti esisterebbero due tipi di statistiche, una legata ai ricordi di compagni ed appassionati ed una elaborata sulle statistiche presenti sui due principali giornali paulisti e minuziosamente costruita nel corso degli anni.
La prima, ritenuta davvero improbabile, parla di 1239 gol in 1329 partite, con problemi nel reperire informazioni sui singoli incontri e sull'ufficialità o meno dei medesimi. In merito a questo conteggio sono stati commessi, anche diversi errori di annotazione, che la rendono ulteriormente poco attendibile.
La seconda appare sicuramente più veritiera e parla di 547 marcature in 572 apparizioni, anche se sembra evidente come un buon numero di entrambe possa essere sfuggito al tentativo di conteggio. Con il Paulistano (ora San Paolo), sua squadra per buona parte della carriera, le fonti parlano, addirittura, di 220 realizzazioni in 177 presenze.
Al di là della difficoltà nel dare un numero preciso alle sue reti, la media realizzativa è strabiliante, come strabilianti sono due importanti momenti della sua prolifica carriera. 
Nel 1919 con il Brasile partecipa al Campionato Sudamericano (l'attuale Coppa America), diventando il capocannoniere del torneo. Realizza tre reti nella partita inaugurale contro il Cile e segna quella più importante nel decisivo spareggio contro l'Uruguay.
Terminato il girone a pari punti le due squadre si affrontano il 29 maggio a Rio de Janeiro in un'epica sfida che trova il suo epilogo dopo ben 4 tempi supplementari, non essendo ancora previsti i calci di rigore. Friedenreich realizza il gol decisivo al 122° in quella che risulta la più lunga partita della storia della competizione.


In patria la vittoria viene accolta con grande entusiasmo, essendo la prima affermazione del Brasile in tale importante torneo. In particolare al neo capocannoniere viene assegnato il soprannome di "El Tigre", in virtù del grande agonismo e dalla proverbiale "fame di gol" da lui posseduta.
Friedenreich ha la possibilità di fregiarsi anche del titolo del 1922, non realizzando reti e non potendo partecipare alla finale, per una presunta decisione dell'allora presidente Pessoa di vietare ai giocatori di colore di scendere in campo.
Nel contesto internazionale il formidabile attaccante scrive una pagina importante durante una partita giocata in Europa dalla sua squadra di club, il Paulistano. Tale incontro vede la squadra paulista battere la nazionale francese per 7-2, con 3 reti di Friedenreich.


I francesi rimangono colpiti dalle qualità del forte centravanti, tanto da attribuirgli il soprannome di "re del calcio".
Forte del grande prestigio guadagnato in tali importanti contesti, per l'attaccante paulista si potrebbe aprire la possibilità di partecipare al primo campionato del mondo della storia nel 1930.
Nonostante i 38 anni Friedenreich è ancora in gran forma e sembra potersi imporre come uno dei centravanti su cui puntare.
Ancora una volta, però, una decisione extra calcistica ha la meglio sui meriti sportivi: un'infinta polemica tra la federazione carioca e quella paulista porta all'infelice decisione di escludere gli atleti paulisti, privando uno dei più forti attaccanti brasiliani della possibilità di partecipare ad un Mondiale.
Chiude il rapporto con la nazionale con 8 reti in 17 presenze, considerate le sole partite ufficiali delle quali si abbiano a disposizione statistiche.
Friedenreich continua a segnare con regolarità, avendo l'onore di realizzare il primo gol del calcio professionistico in Brasile, sempre con la maglia dell'attuale San Paolo, all' epoca conosciuto come San Paolo da Florestia.
Chiude la carriera nel 1935, lasciando più di un dubbio sull'effettivo numero dei suoi gol, ma lasciando inalterata la memoria di uno degli attaccanti più forti e completi mai esistiti.
Per gli amanti delle statistiche sarà sempre un tormento trovare cifre reali delle sue imprese, per gli amanti del calcio, invece, resterà uno degli emblemi di un'epoca calcistica molto lontana e forse un po' rimpianta.


Giovanni Fasani

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