sabato 10 marzo 2018

SCUSA SE E' POKOU

Grazie alle 18 reti messe a segno in sei partecipazioni alla Coppa D'Africa il camerunese Samuel Eto'o è entrato nella leggenda, superando inoltre un primato che resisteva da anni.
Accecati dal primato stabilito da quello che è una vera icona del calcio africano, si è generalmente trascurato colui al quale apparteneva in precedenza; anche in questo caso siamo di fronte ad un campione assoluto, per certi versi paragonabile allo stesso Eto'o.
Il riferimento va all'ivoriano Laurent Pokou, centravanti impressionante per completezza e doti tecniche, passato alla storia come l'Uomo di Asmara.



I suoi primi passi da calciatore convincono tutti di essere di fronte ad un vero fenomeno, per come riesce ad effettuare giocate sopraffine ad altissima velocità, il tutto con grande naturalezza.

giovedì 1 marzo 2018

PALLONE ENTRA QUANDO DIO VUOLE- VITA, AFORISMI E MIRACOLI DI VUJADIN BOSKOV

"Sekulic si innamorò immediatamente del talento di Vujadin. Lo vedeva come un giocatore sicuro, disciplinato, sempre pronto a sottomettersi agli interessi della squadra. Un giocatore che qualsiasi allenatore avrebbe voluto allenare.
Fu subito benvoluto anche dai compagni di squadra poichè rispettavano il suo altruismo, la sua serietà e il giusto approccio all'agonismo. In molti all'interno del mondo Vojvodina iniziarono a parlare del giovane Vujadin Boskov, in molti li prospettavano una carriera luminosa. Quello che nessuno sospettava era che "Vujke" si stesse allenando di nascosto, all'insaputa dei genitori. 
 

 All'inizio del 1947, il Vojvodina, fu invitato ad un torneo giovanile, in quel di Spalato, nella Jugoslavia croata. Sekulic vedeva quella competizione come un importante vetrina per i suoi giocatori e fu stupito quando "Vuja" li disse che lui non avrebbe proprio potuto partecipare.
 "Come non puoi partecipare?"
 "Mister, vede è una storia lunga, deve sapere che..."
Parlarono per ore, Vujadin li confidò tutto: il dolore per la morte di Aca, il rifiuto di suo papà verso il calcio che a suo dire li aveva portato via un figlio, il fatto che frequentasse gli allenamenti di nascosto... Vujadin aveva aperto il suo cuore e lo aveva fatto con colui che sarebbe diventato il suo padre calcistico.
 "Non ti preoccupare "Vujke" parlerò io ai tuoi genitori e vedrai che tutto si risolverà..."
Vujadin lo guardò fiducioso e li fece cenno di si con la testa.
Alcuni giorni dopo Branislav "Bane" Sekulic si presentò, a Begec, a casa dei Boskov a capo di una delegazione di dirigenti del Vojvodina. La sua intenzione era quella di convincere papà Bosko a concedere l'assenso a suo figlio di frequentare gli allenamenti.
 "Che cosa? Calcio? Non se ne parla nemmeno! Questa serpe mi ha già morso una volta, la seconda volta, giuro, non lo farà" gridò furioso Bosko, l dopo aver sentito le ragioni della visita della delegazione del Vojvodina.
Bane Sekulić, era preparato a quella reazione; era una persona calma con un buon tatto ed un ottima diplomazia e non si diede per vinto. Pur sapendo che di fronte a sè aveva un padre al quale il calcio aveva arrecato un immenso dolore, continuò a persuaderlo in maniera diplomatica.
 "Io la capisco, so perchè parla così. Tuttavia, la prego, ceda un po’, sarebbe davvero un gran peccato se Vujadin non continuasse ad allenarsi in calcio"
Ma davanti a lui continuava a trovarsi il volto duro di Bosko. Sembrava che niente potesse fargli cambiare idea.
 "No, no e no! Nella mia casa con il calcio labbiamo finito per sempre!"
Dopo aver udito queste parole molti si sarebbero scoraggiati ed avrebbero rinunciato. Ma pur consapevole del rischio che tutto potresse trasformarsi in un serio scontro, l’autorevole Bane Sekulić non si diede per vinto. In un silenzio mortale, si è sentì solo la sua voce:
 "Mi assumo tutta la responsabilità. Le prometto di avere cura di Vujadin come se fosse mio figlio"
Per un momento tutti rimasero in silenzio. Le premurose parole di Bane Sekulić sembravano aver disarmato il vecchio Bosko, il quale, dopo una lunga esitazione, con fatica guardando "Vujke" negli occhi sussurrò tra i denti :
 "E va bene, che vada. Non so perchè, ma Le credo. Ma sappiate voi tutti, che Vujadin potrà giocare a calcio solo se sarà bravo a scuola. Se non lo sarà, niente da fare!"
Quel giorno fu molto importante non solo per la carriera calcistica, ma per la vita intera di Vujadin Boskov."
 
 
Danilo Crepaldi

sabato 24 febbraio 2018

E SE CI FOSSE STATO EL TARASCA?

La finale del Mondiale 1930 tra Uruguay ed Argentina rappresenta quanto di meglio il calcio potesse offrire sotto ogni punto di vista, per qualità dei giocatori ed avanguardia tattica complessiva.
A conferma dell'egemonia del calcio Platense vi è anche la finale dei Giochi Olimpici di due anni prima, disputata sempre tra Celeste ed Albiceleste.
In entrambe le occasioni è il leggendario Uruguay del capitano José Nasazzi ad aggiudicarsi il titolo, al termine di autentiche battaglie, nobilitate dalle giocate di autentici fenomeni dell'epoca.
Nell'Argentina nelle due partite vi è una profonda differenza, legata alla presenza di un fenomenale realizzatore, trascinatore con 11 reti ad Amsterdam nel 1928, ma clamorosamente assente a Montevideo nel 1930.
Stiamo parlando di Domingo "El Tarasca" Tarasconi, eccellente attaccante del Boca Juniors, al tempo uno dei migliori prospetti di tutto il Sudamerica.


Affermare che l'esito della finale del Mondiale potesse avere esito diverso con la sua presenza è, ovviamente azzardato; non va infatti trascurato come la selezione argentina potesse ovviare alla sua assenza con elementi quali Manuel Ferreira, Guillermo Stabile, Francisco Varallo e Carlos Peucelle.

mercoledì 21 febbraio 2018

PIET E IL TABACCAIO

Per ragioni più o meno volontarie vi sono persone che entrano nella nostra vita in momenti decisivi della stessa, creando più o meno direttamente scombussolamenti e ahimè, conseguenze negative per il diretto interessato.
A livello sportivo la storia ci tramanda ataviche rivalità, laddove due atleti si contendono in modo acerrimo una vittoria o addirittura la supremazia in un'intera disciplina.
La contesa però può vedere opposti anche compagni della stessa squadra, o perché no dello stesso ruolo, con una più o meno velata ambizione di avvantaggiarsi sul rivale ed ottenere la titolarità di una maglia.
Se chiediamo al portiere olandese Piet Schrijvers chi sia il suo incubo calcistico senza ombra di dubbio risponderebbe Jan Jongbloed .



All'origine di tutto vi è il mai banale ruolo di portiere al quale il giovane Pieter Schrijvers inizia a dedicarsi all'inizio degli anni '60, inizialmente a livello dilettantistico, fino a che non viene tesserato dal DWS di Amsterdam, club nel quale affina e completa le sue qualità tecnico/fisiche.

mercoledì 14 febbraio 2018

IL SERPENTE E L'ARCOBALENO


Molti dicono che io sia stato una rivelazione.
Dicono io sia stato un lampo.
E quel lampo è stato il quindici Giugno millenovecentosettantaquattro a Monaco di Baviera.
Ma facciamo un passo indietro.
Sono nato il venticinque Giugno del cinquantuno a Port-au-Prince, nella piccola e povera isola caraibica di Haiti. Ho perduto entrambe i genitori da bambino e sono stato allevato dalla congregazione dei Salesiani di Don Bosco.
D'altronde erano gli unici ad occuparsi dei ragazzini. Uno di loro, un Olandese, Sjaak Diebels, aveva fondato una squadra di calcio proprio per ragazzi come me e l'aveva chiamata, con grande fantasia, Don Bosco Football Club.
Entrai subito a far parte del gruppo e dal primo momento fu chiaro a tutti che fossi un talento indiscusso: avevo una capacità innata di andare a rete! Non avevo alcun senso della tattica o della strategia e quest'è vero. Ma se così fosse stato mi sarei sentito un robot.
Io semplicemente fiutavo l'azione, il gioco lo sentivo nell'aria. Giocavo col cuore e questo ha fatto di me Emmanuel Sanon detto Manno.




Il Don Bosco con me in campo poteva finalmente competere per il titolo nazionale, non era certo quella l'aspirazione che animava il club, ma alla fine il titolo è arrivato, per la prima volta, nel millenovecentosettantuno.

domenica 11 febbraio 2018

SPRAZZI DI SACHA

Nell'estate del 1988 la Juventus acquista dalla Dinamo Kiev Oleksandr Zavarov, aprendo di fatto le frontiere all'avvento del primo giocatore sovietico in serie A, generando in tal senso curiosità e grandi proclami.


Il giocatore nato in Ucraina è in effetti uno dei simboli dell'URSS che tanto bene ha fatto nel Mondiale del 1986 e nell'appena terminato Europeo, dove la squadra allenata da Valerij  Lobanovskij ha a tratti incancantato grazie alla proposizione di un gioco mai visto prima.

lunedì 5 febbraio 2018

IO NON PENSO, IO TIRO

Il mestiere di attaccante in Italia tra gli anni '20 e '30 era veramente per uomini duri e tosti, essendo in tale epoca in vigore un regolamento che legittimava il gioco duro, non tutelando in tal senso l'incolumità fisica dei protagonisti.
Un centravanti quindi doveva fare la classica "lotta" fisica con il difensore e puntare in pieno sulla propria astuzia e sulla rapidità di esecuzione, sapendo che raramente sarebbe arrivato un fischio amico dall'arbitro.
Tutte queste qualità indentificano in pieno il profilo di Rodolfo Volk, attaccante fiumano in grado di muoversi su tutto il fronte offensivo, con l'unico scopo di calciare a rete indipendentemente dalla posizione.




In quel "io non penso, io tiro" c'è tutta l'essenza della punta classe 1906, il quale in campo eccelle per movimento continuo, ma sempre finalizzato alla conclusione personale.