giovedì 2 giugno 2016

L'ORLANDO SPUNTATO

La carriera di certi giocatori sembra avere l’andamento tipico delle montagne russe: raggiunge apici altisonanti in determinanti momenti per poi cadere in picchiata subito dopo, magari ripetendo più volte tale concitato sali e scendi.
A volte sono limiti caratteriali o tecnici a determinare tale discontinuità, mentre in altre occasioni sono fattori terzi o imputabili ad altre persone ad impedire al suddetto calciatore di dimostrare con costanza e nel tempo le proprie doti.
Nel caso di Alberto Orlando le motivazioni possono ricadere in entrambe le casistiche, considerando in estrema sintesi il carattere del giocatore ed i vari ostacoli da lui trovati per imporsi nel suo naturale ruolo di centravanti.
 
 
La sua carriera inizia nella capitale dove è nato nel 1938, entrando nel settore giovanile della Roma all’età di 16 anni, imponendosi sin da subito come un prolifico realizzatore.

La società capitolina sembra puntare fortemente sulle doti del giovane attaccante, decidendo, nel 1958, di mandarlo in prestito al Messina in Serie B.
L’annata passata in Sicilia è altamente positiva e si concretizza in 17 realizzazioni in 30 presenze, numeri che lo rendono uno dei talenti più in vista del panorama italiano.
Stampa ed addetti ai lavori non lesinano complimenti e lusinghieri giudizi; in molti hanno la quasi certezza di trovarsi di fronte ad un predestinato protagonista del calcio italiano.
Nella stagione 1959/1960 fa quindi ritorno a Roma, dove però trova la concorrenza nel suo ruolo di Pedro Manfredini, ottimo centravanti argentino raccontato anche in un nostro precedente articolo.
L’allenatore Foni lo sposta quindi al ruolo di ala, contando sulle qualità atletiche di Orlando, capace di disimpegnarsi ottimamente anche in una posizione defilata.
A tal proposito partecipa da titolare alla conquista della Coppa delle Fiere 1960/1961, vinta dalla Roma dopo un’appassionante doppia sfida contro gli inglesi del Birmingham.
In quella squadra il tasso tecnico è a dir poco elevato, considerata la presenza di giocatori quali Juan Alberto Schiaffino, Francisco Ramon Lojacono ed Alcides Ghiggia.
Orlando viene sempre schierato sulla corsia di destra, ruolo che gli consente comunque di trovare con buona continuità la via della rete: al termine della stagione saranno 7 le sue realizzazioni.
Le sue qualità sono però quelle del centravanti, potendo contare su di un fisico prestante, (180 cm di altezza) e su doti tecniche di ottimo livello, che lo rendono un pericolo costante all’interno dell’area di rigore avversaria.
Nonostante un impiego non costante e raro nel ruolo da lui prediletto, Orlando guadagna anche le attenzioni del commissario tecnico della nazionale Edmondo Fabbri, che lo convoca per la prima volta nel 1962, in una partita valida per le qualificazioni europee contro la Turchia.
Orlando stupisce tutti gli appassionati con una prestazione fenomenale, segnando 4 delle 6 reti con la quale l’Italia sconfigge la rappresentativa turca a Bologna.
 
 
Purtroppo per lui da questo momento le soddisfazioni iniziano a mancare sia in nazionale, dove viene rapidamente e temporaneamente accantonato, sia nella Roma dove vive non da primario protagonista il prestigioso successo in Coppa Italia  nella stagione 1963/1964.
Il suo contributo in termini di reti si limita ad una bella doppietta segnata nel 5-0 rifilato al Napoli nella seconda partita del torneo.
Anche l'arrivo di Antonio Valentin Angelillo rappresenta un ulteriore ostacolo al suo impego da punta pura, nonostante l'ex cannoniere dell'Inter stenti a confermare sul campo le ottime prestazioni esibite a Milano nelle stagioni precedenti.
Nonostante la potenziale concorrenza, nella stessa stagione il giovane attaccante è il miglior realizzatore della squadra in campionato con 7 reti, utili  ad evitare alla compagine giallorossa una clamorosa retrocessione.
Sulla carta la Roma avrebbe un attacco di alto livello, anche grazie all'acquisto di Angelo Benedicto Sormani, ma sul campo tale potenziale non viene concretamente messo in luce e sono proprio le reti di Orlando, schierato sempre come ala, a garantire una salvezza tranquilla.
Nel corso della stagione la società capitolina cambia ben tre allenatori, ma nessuno gli concede fiducia nel ruolo di punta, continuando a puntare con decisione su altri nomi, anche se il campo sembra dare un responso diverso.
Nell’estate dello stesso anno si esaurisce così la sua esperienza nella squadra della capitale, diventando concreto il suo trasferimento alla Fiorentina.
 
 
Nel capoluogo toscano viene impiegato finalmente nel ruolo di punta centrale, potendo contare sul contributo di due attaccanti esterni quali Hamrin e Morrone, abili a garantirgli invitanti suggerimenti.
La squadra, allenata da Giuseppe Chiappella, gioca un calcio offensivo trascinato proprio dai gol di Orlando, che al termine della stagione si laurea capocannoniere del campionato con 17 reti, in coabitazione con l’interista Sandro Mazzola.
All’improvviso il suo nome torna in auge, diventando nuovamente un profilo idoneo anche per la nazionale, che sta affrontando le qualificazioni per il Mondiale del 1966.
Ancora una volta però la carriera del giovane attaccante si arena nuovamente sul più bello, finendo per giocare solo altre 3 gare in azzurro (senza segnare), non riuscendo altresì a confermarsi anche a livello di club.
Nell’estate del 1965 decide di lasciare a sorpresa la Fiorentina per accettare l’offerta dell’ambizioso Torino allenato dal Paron Nereo Rocco. Sotto la Mole Orlando non riesce a replicare la precedente stagione in maglia viola, chiudendo con soli 5 gol in 25 apparizioni, in un’annata conclusasi con un deludente decimo posto per la società granata.
Proprio in questa situazione vengono fuori anche certi limiti caratteriali del giocatore, che non riesce a sfruttare in pieno la possibilità di giocare come punta centrale.
A poco serve il trasferimento al Napoli nel 1966 dove ha la possibilità di andare a completare un ideale tridente offensivo con campioni quali Josè Altafini ed Omar Sivori.
Nello schema tattico ritorna a fare l’ala destra vera e propria, contribuendo con ottime prestazioni al secondo posto della stagione 1967/1868.
In maglia azzurra gioca due stagioni, segnando 11 reti nelle 60 partite giocate in campionato, venendo ricordato con piacere dal pubblico partenopeo.
Tuttavia la sua vocazione è quella di fare gol e per tale motivo è disposto anche a scendere di categoria, pur di dimostrare nuovamente tutto il suo valore nel ruolo di punta.
A tal proposito tenta una nuova avventura accettando l’offerta della SPAL appena retrocessa in B nel 1968, ma purtroppo scende in campo solo 6 volte a causa di un grave infortunio al ginocchio che lo costringe a chiudere la carriera a soli 30 anni.
Tra prodezze, sfortuna e qualche errore personale, la carriera di Alberto Orlando ha davvero un andamento irregolare, laddove le sue indubbie qualità gli avrebbero permesso ben altri risultati personali.
Resta il ricordo di un attaccante completo, dai notevoli fondamentali, limitato da un certo ostracismo tattico che gli ha impedito per molto tempo di mettersi in mostra nel tanto amato ruolo di punta.
Tuttavia resta il ricordo di un talento cristallino, così come di quei momenti nel quale si ha avuto la sensazione di essere di fronte a qualcosa in più di un potenziale campione.
 
 
Giovanni Fasani

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