giovedì 17 dicembre 2015

DI CORSA CONTRO IL RAZZISMO

L'abolizione della schiavitù ha di fatto messo fine ad uno degli abomini peggiori dei quali si è macchiato il genere umano.
Tuttavia le privazioni e le angherie nei confronti degli ex schiavi sono continuati per anni, tanto che sembra quasi riduttivo parlare di loro come cittadini di "serie B".
Nel mondo sportivo le cose vanno nello stesso modo, considerato il fatto che molti paesi del Sudamerica vietano agli atleti di colore di gareggiare in qualsiasi disciplina.
Come sempre in questi casi occorre arrivare ad un punto di rottura e, come accade frequentemente, tocca al calcio  essere il veicolo per la risoluzione di tale triste situazione.
Proprio un calciatore di colore si impone alla cronache nei primi anni del XX secolo, in un paese come l'Uruguay da tutti riconosciuto come un esempio di integrazione e progresso sociale.
Il nome di tale autentico fenomeno è Isabelino Gradin, vero e proprio atleta a 360 gradi e personaggio leggendario per tutto il Sudamerica.
 
 
La sua famiglia è originaria del Lesotho e come molte altre beneficia del particolare e positivo ambiente di Montevideo per ricostruire una vita dignitosa dopo anni di sofferenze.
Il piccolo Isabelino trova la sua strada nel calcio, dove eccelle e grazie al quale trova a soli 18 anni un ingaggio presso il blasonato Penarol.
Al contrario di ogni altro campionato sudamericano, in Uruguay i calciatori di colore possono giocare a calcio liberamente, senza limitazioni di nessuna sorta, potendo siglare contratti anche con i club della massima divisione.
I dirigenti ed i tifosi dei Carboneros hanno la possibilità di ammirare un attaccante velocissimo e dagli ottimi fondamentali tecnici, in grado di trovare la rete con facilità e frequenza.
Molti restano impressionati dalla sua progressione che gli permette, palla al piede, di superare a doppia velocità i difensori avversari, assolutamente impreparati a fronteggiare tali prodigiose doti atletiche.
In una fase embrionale del calcio, Gradin introduce il concetto di controllo del pallone in corsa, così come la rapidità di esecuzione: pur essendo mancino riesce a calciare con grande precisione anche con il destro, diventando in breve un pericolo per tutte le difese del campionato uruguaiano.
Nel 1915 diventa quello che oggi si definirebbe un crack, arrivando nel giro di un solo anno a segnare in modo indelebile la sua epoca.
A tal proposito le sue ottime prestazioni attirano l'interesse della nazionale uruguagia, che ne fa la sua punta di diamante per il Campionato Sudamericano del 1916.
Quest'ultimo, prima edizione di quella che oggi è la Copa America, viene organizzato dall'Argentina e vede la partecipazione di solo 4 squadre.
L'Uruguay fa il suo esordio contro il Cile, dimostrando subito la propria superiorità tecnica e tattica nei confronti della squadra andina. La partita termina 4-0 con le doppiette di Piendibene e Gradin. Quest'ultimo diventa il primo calciatore nero a giocare e segnare in una competizione internazionale.
La federazione calcistica cilena presenta però reclamo in quanto indignata dalla presenza in campo tra le file uruguaiane di due calciatori di colore, lo stesso Gradin e Juan Delgado.
La protesta non ha ovviamente seguito, ma la dice lunga sulla mentalità ai tempi presente nella quasi totalità dei paesi sudamericani.
Il torneo prosegue con la vittoria per 2-1 contro il Brasile, aperta ancora una volta da una rete del giovane attaccante del Penarol.
La terza ed ultima partita vede l'Uruguay impattare per 0-0 contro i padroni di casa dell'Argentina: tale risultato consente alla Celeste di vincere il torneo ed a Gradin di laurearsi capocannoniere della competizione.
Il dominio del calcio uruguaiano prosegue nell'edizione del 1917, dove Gradin, pur essendo nella lista dei convocati, non scende in campo.
Le sue imprese diventano comunque un simbolo per tutti i calciatori di colore del continente, tanto che quest'ultimi iniziano, seppur a fatica, a trovare spazio nei club e nelle rispettive nazionali.  
Il Sudamerica ritorna ad ammirare le gesta in campo del funambolico attaccante nel torneo del 1919, quando il Brasile organizza e vince la terza edizione.
La sua presenza è subito decisiva nella gara di apertura contro l'Argentina, quando una sua prodezza all'85' determina il successo per 3-2.
Il pubblico brasiliano inizia ad apprezzare le sue meraviglie sul rettangolo di gioco, passando da un iniziale atteggiamento di diniego a quello spontaneo di vero e proprio sostegno sportivo.
Di diverso tenore è l'atteggiamento della stampa, che attacca senza mezzi termini la federazione uruguaiana per la presenza del giocatore, utilizzando anche vignette di deprecabile gusto.
Nell'ultima partita del girone proprio contro il Brasile, Gradin apre le marcature nel pareggio finale per 2-2: al termine della partita le due squadre sono appaiate in testa alla classifica ed è quindi necessario uno spareggio per determinare il vincitore.
La partita viene giocate a Rio de Janeiro ed è ricordata come la più lunga partita mai giocata nella storia della Copa America, essendo durata 150 minuti: non essendo previsti ancora i calci di rigore il perdurare dell'equilibrio in campo rende necessaria la disputa di ben 4 tempi supplementari.
A decidere il match è un gol di Friedenreich, altro personaggio da sempre in lotta contro i pregiudizi razziali, così come raccontato in un nostro precedente articolo.
Proprio in quel periodo si assiste alla nascita in Uruguay di una seconda federazione calcistica non riconosciuta, su iniziativa di alcune squadre allontanate dalla federazione ufficiale.
Tra queste vi è anche il Penarol, cosicché anche Gradin aderisce a tale movimento, vedendosi così escluso sistematicamente da ogni competizione della nazionale e soprattutto dai Giochi Olimpici del 1924.
La sua esperienza con la nazionale termina sostanzialmente nello spareggio di Rio de Janeiro, nonostante venga saltuariamente convocato fino al 1927. In totale vi disputa 27 incontri segnando 10 reti.
Nel 1928 verrebbe anche convocato per l'Olimpiade, ma decide di rifiutare la proposta, memore del brutto trattamento da lui ricevuto negli anni precedenti.
La sua carriera è anche segnata dalle ottime prestazioni fornite con la maglia del Penarol, con cui vince 2 titoli nel 1918 e nel 1921.


Il suo contributo a tali successi è molto significativo, dal momento che con la squadra giallonera segna 101 reti in 212 partite di campionato, nel periodo che va dal 1915 al 1921.
Proprio in quell'anno a seguito di una litigio con la dirigenza abbandona il club, prendendo una decisione clamorosa che lo segnerà per tutta la vita.
Il suo indomito spirito lo porta ad affrontare un'altra sfida, tanto che diventa uno dei fondatori dell'Olimpia Montevideo, ora conosciuto come River Plate.
In tale nuovo contesto veste i panni di promotore e dirigente del club appena nato e quelli di attaccante e giocatore più rappresentativo.
I dati sulla sua nuova esperienza sono pochi e non attendibili e non è quindi possibile quantificare in termini di gol le stagioni giocate con i futuri Darseneros.
In quegli anni tuttavia il calcio non è più il suo sport principale, dal momento che inizia a praticare ufficialmente l'atletica leggera, specializzandosi nei  200 e 400 metri.
A riprova della sue straordinarie capacità atletiche, vince per ben 2 volte il titolo Sudamericano in entrambe le distanze riuscendo, come pochissimi, a diventare un campione in due sport distinti.
Nonostante i successi sportivi passa gli ultimi anni della sua vita in condizioni di povertà, finendo per ammalarsi e morire nel 1944.
Poco prima di tale triste evento, il Penarol gli fa visita all'indomani della conquista del titolo nazionale, quasi a scusarsi per gli anni di silenzio e per il mancato aiuto economico nei momenti del bisogno.
Resta nella memoria di tutti il ricordo di un uomo che in campo e non ha segnato un'epoca, diventando un'icona per la lotta contro ogni tipo di discriminazione.
In altri tempi ed altri contesti le sue qualità tecniche e fisiche gli avrebbero consentito di imporsi come uno dei più grandi calciatori di tutti i tempi; ma nel libro della storia del calcio il nome di Isabelino Gradin è già scritto a caratteri cubitali.



Giovanni Fasani

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