martedì 18 agosto 2015

IN PRINCIPIO FU BALONCIERI

Quando si parla di fuoriclasse la normale attribuzione di un ruolo passa in secondo piano, data la classe e le straordinarie caratteristiche del soggetto analizzato.
La bravura di un campione ricade anche nel sapersi disimpegnare egregiamente in più situazioni di gioco, oppure nell'essere così eccelso da rendere limitativa la forzata attribuzione di una sola posizione nel rettangolo di gioco.
La storia del calcio ci mette di fronte più di un esempio in tal senso, tanto che per indicare i più grandi di sempre basta dire il nome, senza ricordarne il ruolo o le funzioni tattiche.
Agli albori del calcio, con l'introduzione dei primi schemi di gioco, non è così semplice evitare di essere etichettato con un ruolo, essendo tali impostazioni rigide e davvero poco flessibili.
Tuttavia c'è chi è talmente baciato dal talento che già dal 1919 si pone come iniziale punto di rottura di questa coercitiva visione del calcio, incantando tutti per una completezza tecnico-tattica mai vista prima.
Adolfo Baloncieri può essere visto come centravanti di manovra, mezzapunta, interno o regista, ma in assoluto è uno dei fuoriclasse della storia calcistica italiana e non solo.


Nato nella provincia alessandrina nel 1897 si avvicina al calcio in Argentina, luogo scelto dalla sua famiglia come destinazione pochi anni dopo la sua nascita.
Per molti è proprio nella nazione sudamericana che Baloncieri matura un particolare gusto per la giocata e la straordinaria visione di gioco che lo caratterizza per tutta la carriera.
A beneficiare di tali doti è l'Alessandria, nella quale completa tutto il percorso delle giovanili, salvo vedere rimandato l'esordio in prima squadra a causa delle guerra.
Terminato il conflitto la società piemontese mette in mostra un giocatore unico, in grado dalla metà campo in su di fare qualsiasi cosa.
Partendo come centrocampista riesce con incredibile abilità a servire i compagni, il più delle volte con passaggi geniali e perfetti in ogni dettaglio.
Nella medesima posizione è altresì bravo a cercare la giocata personale, denotando un notevole tempismo negli inserimenti, che gli permette di segnare con medie da vero e proprio attaccante.
Questa mancanza di riferimenti per gli avversari si tramuta in un autentico incubo tattico: il dilemma è se farlo marcare da un difensore o da un centrocampista, dato che Baloncieri gravita su tutto il fronte offensivo.
La sua imprevedibilità nasce anche dallo straordinario fisico del quale è dotato, che gli permette scatti brucianti e che lo rende anche immune da marcature ferree.
Gli spettatori sono ovviamente ammirati dalla sua tecnica sublime, particolarmente esemplificata dal modo in cui calcia il pallone; ogni suo tocco è naturale e spontaneo, tanto da far sembrare facile anche le soluzioni più complicate.
Con i Grigi gioca con regolarità dal 1919 al 1925, non riuscendo però mai a lottare per il successo finale in campionato, nonostante le sue 75 reti realizzate nelle 120 apparizioni in tale contesto. Le statistiche sono ufficiose, dato che per alcune fonti le segnature sarebbero 72, statistica che comunque non sminuisce la sua importanza all'interno della squadra piemontese.
Il desiderio di vittoria unito al sontuoso contratto propostogli dal conte Marone Cinzano lo inducono a trasferirsi al Torino, appena prima della stagione 1925/1926.


Come da pronostico le sue prestazioni in maglia granata sono da subito ottime ed il giocatore si cala alla perfezione nel ruolo di massimo punto di riferimento per i compagni.
Il campione alessandrino forma con Julio Libonatti e Gino Rossetti un terzetto offensivo strepitoso, dove il livello tecnico arriva a livelli fino ad allora impensabili.
Baloncieri gioca in posizione più arretrata e con le sue consuete giocate mette in porta con facilità i suddetti attaccanti, considerabili tra i migliori giocatori nel periodo tra le due guerre mondiali.
A loro volta le punte sono perfette nei movimenti e facilitano al massimo le famigerate incursioni di Baloncieri, da sempre suo marchio di fabbrica.
I suoi frequenti "colpi di genio" sono effettivamente quelli che fanno la differenza e qualsiasi azione offensiva non può che passare dai suoi piedi fatati.
Nella stagione 1926/1927 arriva lo scudetto, che viene però revocato a causa del famoso "caso Allemandi": alcuni dirigenti del Torino avrebbero tentato di corrompere il giocatore della Juventus Luigi Allemandi, offrendo denaro per indurlo a favorire la squadra granata nello scontro diretto.
Nonostante il tentato illecito non sembra avere luogo, la federazione decide di togliere lo scudetto al Torino per responsabilità oggettiva dei suoi tesserati.
Baloncieri, pur essendo totalmente estraneo alla vicenda, ammetterà in seguito che più di un giocatore sarebbe stato coinvolto nel tentativo di combine ordito dai suddetti dirigenti.
Tale triste pagina sportiva conferisce alla squadra un indomito spirito di rivincita, che si concretizza nella vittoria dello scudetto 1927/1928.
La squadra granata ha la meglio sul Genoa per solo un punto ed è letteralmente trascinata dal proprio tridente, che realizza 89 reti complessive nel solo campionato.
Mattatore assoluto è Libonatti, capocannoniere del torneo con 35 gol, ma anche Baloncieri si dimostra implacabile realizzatore, con ben 31 reti.
A tal proposito resta nella storia la sua strepitosa prestazione contro la Reggiana, dove segna ben 7 reti nella vittoria finale per 14-0.
Nello stesso periodo diventa un elemento fondamentale anche della nazionale italiana, nella quale si guadagna la stima del commissario tecnico Vittorio Pozzo, che lo vede come elemento di spicco per la Coppa Internazionale del triennio 1927/1930 e per i Giochi Olimpici del 1928.
L'Italia si aggiudica la Coppa Internazionale precedendo di un solo punto Austria e Cecoslovacchia, grazie soprattutto al formidabile trio del Torino, ispirato come sempre da un geniale Baloncieri.
Alle Olimpiadi la squadra di Pozzo si arrende in semifinale al formidabile Uruguay ed ottiene successivamente la medaglia di bronzo battendo l'Egitto con un pirotecnico 11-3.



Il campione granata è ancora una volta protagonista di un grande torneo, impreziosito da ben 6 reti, compresa quella di apertura nella sfortunata partita con i futuri campioni uruguaiani.
Al di là delle affermazioni collettive il famoso Balon si toglie con la maglia azzurra una soddisfazione che pochi calciatori possono vantare: nel 1927 in un'amichevole contro la Spagna riesce a fare un gol al leggendario portiere Zamora, ai tempi un'impresa davvero notevole. Baloncieri ricorderà per sempre tale prodezza, soprattutto perché nel tempo è venuta a crearsi con Zamora una sorta di sfida personale.
Dal 1928 le sue prestazioni subiscono un lieve calo, tanto da indurlo da agire maggiormente come centrocampista, riducendo di fatto il suo raggio di azione.
Nel 1930 dice addio alla nazionale dopo 47 partite e 25 reti, lasciando un'impronta indelebile nella storia azzurra.
Due anni più tardi lascia anche il Torino, per il quale ha giocato 197 partite di campionato impreziosite da 97 segnature.
Dopo una stagione a singhiozzo con la maglia delle Comense, decide di interrompere la carriera per dedicarsi con buoni risultati all'avventura come allenatore.
Il verbo interrompere non è fuori luogo, perché nel 1944, quando si trova sulla panchina dell'Alessandria, è costretto a giocare contro il Torino a causa dell'indisponibilità di parecchi giocatori alessandrini.
Molte volte si parla di Meazza e Valentino Mazzola come dei primi fuoriclasse del calcio italiano, dimenticandosi, però, che il primo in assoluto è probabilmente Adolfo Baloncieri.
In un calcio ancora in fase embrionale, dove la ferrea tattica cerca di farla da padrone, il campione alessandrino è riuscito a dimostrare come il talento sia sempre al di sopra di qualsiasi intendimento.


Giovanni Fasani

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