La nostra abitudine ad un calcio ricco e “viziato” ci ha fatto perdere in parte il vero spirito che sorregge ogni tipo di disciplina sportiva.
Per molti l’avvento del professionismo ha fatto diventare la figura dell’atleta molto simile a quella di un operaio specializzato, in grado di convertire in sonante moneta le sue preziose prestazioni sportive.
Oramai quando parliamo di un calciatore sappiamo tutto anche dell’aspetto economico, finendo, talvolta, per dare maggiore importanza a tale ambito rispetto a quello tecnico e perché no romantico.
Per decontaminarci da tale visione materiale occorre, come sempre, andare indietro nel tempo, quando il calcio era un passatempo e quando l’attaccamento alla maglia aveva un autentico significato morale.
Ricordando la prima edizione del Mondiale del 1930, non possiamo che sorridere di fronte alla carente quanto dilettantistica organizzazione ed alla presenza di improbabili personaggi in campo e fuori.
Tuttavia, accanto a situazioni di carattere grottesco, la prima rassegna mondiale è nobilitata anche dalla presenza di veri e propri campioni, annoverabili tra i più forti dell’epoca.
La rappresentativa brasiliana, ad esempio, si presenta al via della competizione forte del suo calcio funambolico e del suo prolifico centravanti.
Il nome di tale prodigioso centravanti è João Coelho Neto, ma per i tifosi verdeoro e per quelli del Fluminense è diventato leggenda con il soprannome di Preguinho.
Nato a Rio de Janeiro nel 1905, ha la possibilità di trascorrere un’infanzia agiata e serena, grazia alla figura del padre Henrique Maximiliano Coelho Neto, noto ed apprezzato scrittore.
Tale condizione gli permette di dedicarsi con grande passione allo sport, diventando un vero patito di moltissime discipline.