giovedì 25 febbraio 2016

KOREAN WILD HORSE

Ci sono calciatori che a prima vista ti colpiscono per il loro aspetto fisico o per la particolarità del loro look, in apparenza stravagante o in controtendenza rispetto ai modi o agli stili di una particolare epoca.
Negli anni '80 le treccine del grande Ruud Gullit generano negli appassionati sensazioni contrastanti: curiosità e sorpresa lasciano spazio anche a qualche miope critica, vista la particolarità dell’acconciatura del campione originario del Suriname.
Per il Mondiale del 1990 come ogni bambino italiano ho collezionato le relative figurine, al tempo uno dei pochi mezzi per poter avere confidenza con i lineamenti e le caratteristiche dei giocatori delle altre nazionali.
Ricordo quando, bustina dopo bustina, sono riuscito a completare la sezione della Corea del Sud, imbattendomi in un giocatore che risaltava in modo netto rispetto ai compagni di squadra: ai miei occhi di bambino i giocatori asiatici sembrano tutti simili tra loro, con capelli corti e pettinati, tranne Kim Joo-Sung, che con i suoi lunghi capelli neri, rappresentava un vero elemento di rottura dell'immagine austera di tale nazione


La mia impressione infantile si rivela a conti fatti corretta e condivisibile, dal momento che il giocatore coreano è storicamente soprannominato cavallo pazzo, per il grande correre sul campo che mette ancora maggiormente in mostra la folta capigliatura.

A dispetto di qualsiasi frivola osservazione Kim Joo-Sung si mette da subito in mostra come un centrocampista completo e dinamico, in grado di correre per 90 minuti con ottima efficacia, segnalandosi anche con profitto anche in zona gol.
A tal proposito viene sovente impegnato come attaccante esterno, in modo tale da sfruttarne il moto perpetuo e la buona confidenza con la porta.
Nato nel 1966 ad Hangul, si mette in mostra nel Chosun University, che gli apre ben presto le porte per il calcio professionistico.
Le sua qualità sorprendono il commissario tecnico Kim Jung-Nam che decide di convocarlo per il Mondiale del 1986 in Messico, nonostante il centrocampista sia poco più che ventenne.
Per la squadra asiatica è la seconda partecipazione alla fase finale dopo il 1954 e le Tigri Asiatiche vendono cara la pelle in un girone che le vede opposte ad Italia, Argentina e Bulgaria.
Proprio contro questi ultimi la Corea del Sud ottiene il suo unico punto nel girone, nonostante contro Argentina ed Italia offra prove grintose a conferma di un movimento calcistico in ascesa.
L’anno successivo il centrocampista offensivo passa al Daewoo Royals con il quale inizia un ottimo e produttivo rapporto, che porta alla conquista di due titoli nazionali (1987 e 1991).
Il suo contributo si materializza in una spinta continua ed in un moto continuo su tutto il fronte offensivo, nobilitato talvolta da qualche gol (saranno 31 nelle 100 partite di campionato disputate).
Nel 1988 ha il grande onore di essere tra i 20 convocati per i Giochi Olimpici organizzati proprio dalla Corea del Sud: trascinata dal grande entusiasmo del pubblico la rappresentativa di casa strappa due ottimi 0-0 contro URSS e Stati Uniti, ma perde la gara decisiva contro l’Argentina, mancando la qualificazione per i quarti di finale.
Nello stesso anno gioca da protagonista la Coppa d'Asia in Qatar, andando a segno nel match contro il Giappone e segnando con freddezza uno dei rigori nella serie finale contro l'Arabia Saudita: purtroppo per lui i compagni non sono abbastanza precisi e per la rappresentativa coreana arriva una bruciante sconfitta.
Due anni dopo la rappresentativa allenata da Lee Hoe-Taik si qualifica per il Campionato del Mondo in Italia, con l'obiettivo di fare meglio di 4 anni prima.
Kim Joo-Sung è uno dei punti di forza di una compagine che non riesce a mostrarsi competitiva, perdendo tutte e tre le partite del girone contro Belgio, Spagna ed Uruguay.
Il giocatore del Daewoo Royals non passa però inosservato, non solo per il look, ma anche per le buone prestazioni fornite e per le buone qualità tecnico-tattiche messe in mostra nonostante i soli 23 anni.
 
 
Passano infatti solamente 2 anni ed arriva per lui un’offerta dal vecchio continente, più precisamente dalla Germania: il Bochum di Holger Psieck lo acquista nella stessa estate, con l’obiettivo dichiarato di puntare alla salvezza.
La scelta sembra molto simile a quella di Cha Bum-Kun, leggenda del calcio coreano e protagonista qualche anno prima nel campionato tedesco con le maglie di Darmstadt, Eintracht Francoforte e Bayer Leverkusen.
Purtroppo la stagione per il Bochum  è fortemente negativa ed i soli 26 punti conquistati dalla squadra biancoazzurra, la condannano inevitabilmente alla retrocessione.
Per il calciatore coreano le presenze sono solo 13, a riprova di un adattamento parecchio complicato al contesto calcistico europeo.
La società tedesca punta comunque su di lui per la stagione successiva, costruendo una squadra atta a ritornare immediatamente in Bundesliga.
Nella seconda divisione tedesca le qualità di Kim Joo-Sung vengono finalmente fuori, ed il centrocampista si rende protagonista di un positiva annata, scendendo in campo 22 volte e segnando 4 reti.
Al termine del campionato vola con la propria nazionale negli Stati Uniti, per prendere parte al suo terzo mondiale consecutivo, con la speranza di fare meglio del precedente torneo.
Le premesse non sono buone, dal momento che la Corea del Sud è inserita nel gruppo C con Bolivia, Germania e Spagna.
La squadra asiatica rende onore al proprio soprannome di “tigri” strappando un prezioso 2-2 in rimonta contro gli iberici ed impattando per 0-0 contro la squadra sudamericana.
Contro la squadra tedesca Kim Joo-Sung e compagni vanno sotto per 3-0, salvo tentare una disperata rimonta fino ad arrivare al 3-2 finale, che li estromette dal torneo.
Nell’estate dello stesso anno si interrompe però la sua avventura in Europa, quando decide di tornare nel Daewoo Royals, con il quale gioca fino al 1999, arretrando di molto la sua posizione sul campo e vincendo il titolo nazionale e la Coppa di Lega nel 1997.
Durante tale periodo partecipa al suo ultimo importante torneo con la nazionale, guadagnandosi la convocazione per la Coppa d’Asia 1996 da disputarsi negli Emirati Arabi.
La squadra coreana ha grande sete di rivincita, tenuto conto che non si era qualificata per l’edizione di 4 anni prima in Giappone.
La squadra allenata dall’olandese Dick Advocaat passa il primo girone come una delle migliori terze, salvo subire una pesantissima sconfitta nei quarti di finale, dove l’Iran si impone per 6-2.
Kim Joo-Sung dà il suo addio alla nazionale al termine di tale sfortunato torneo, chiudendo dopo 76 presenze e 14 reti realizzate.
Nell'arco di una carriera che lo vede premiato per tre volte consecutive come miglior giocatore d'Asia (dal 1989 al 1991), il centrocampista coreano merita una menzione per i tre Mondiali disputati e per essere stato uno dei primi calciatori asiatici ad essersi misurato con il calcio europeo.
Tale l'esperienza gli è senz'altro servita come bagaglio per la sua nuova carriera di allenatore prima e direttore sportivo negli anni più recenti;
Per tutti i tifosi coreani  rimane un punto di riferimento imprescindibile di un contesto  calcistico in espansione, ma ancora in una delicata fase di implementazione.
Nei miei ricordi d’infanzia resterà sempre impressa la figurina con il “capellone” coreano.


Giovanni Fasani

2 commenti:

  1. Ciao a tutti!
    Probabilmente non è questa la sezione più adatta, ma..COMPLIMENTI PER IL LIBRO, proprio ben fatto e letto tutto di un fiato!
    Bravi, complimenti!
    Sperando sia solo il primo..magari nel prossimo approfondimento sui "moduli/schemi" tattici, chissà quante se ne sono viste in merito lungo la Storia del calcio!!!
    Complimenti ancora ciao!
    Caglio è Caglio

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    1. Grazie mille, siamo lieti che il libro ti sia piaciuto. Speriamo, ovviamente, di replicare la bella esperienza.

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