martedì 25 febbraio 2014

DAVOR SUKER

Nel linguaggio comune la parola "bomber" ha assunto nel tempo il significato di "centravanti altamente prolifico", celebrando le veritiere o presunte doti realizzative del suddetto cannoniere. Inevitabilmente si è più volte abusato del termine in questione, dedicandolo anche a personaggi che non si sono mai contraddistinti per i tanti gol o ad altri che tali abilità le hanno dimostrate in contesti di basso livello.
A tale proposito viene da chiedersi che termine andrebbe coniato, allora, per un centravanti capace di segnare 247 gol in carriera, il tutto dividendosi tra i principali campionati europei e la nazionale del suo paese.
Tale vero e proprio "bomber" ha il nome di Davor Suker.


Il fenomenale centrattacco croato, ha giocato dal 1986 al 2003, facendo le fortune di grandi club europei e scrivendo le più belle pagine della pur breve storia della nazionale croata.
Mancino, forte fisicamente, ottimo in acrobazia, Suker si dimostra letale tanto nell'area di rigore quanto nei 16 metri, dimostrando di essere in possesso di un tiro micidiale e di doti tecniche da seconda punta.
A tutto ciò unisce una grande intelligenza tattica, che lo porta a muoversi sempre in funzione dei compagni, aprendo spazi invitanti e fornendo, all'occorrenza, assist di pregevole fattura.
Negli anni'90 rappresenta il prototipo del centravanti moderno, rivelandosi un vero incubo per le difese avversarie. In epoca di grandissimi attaccanti, la sua classe lo rende meritevole di essere accostato ai suddetti fuoriclasse.
La sua avventura inizia nell'Osijek, formazione della sua città natale.


In tale contesto cresce e comincia a segnare grappoli di gol già dalle formazioni giovanili, tanto da essere incluso nella prima squadra già dal 1984, a soli 16 anni.
Nella squadra della sua città resta fino al 1989, mettendo subito in evidenza il suo grande feeling con il gol, realizzando 40 reti in neanche 100 partite.  Nella stagione 1988/1989 si laurea capocannoniere del campionato con 18 gol, dato davvero notevole, soprattutto se rapportato alla sua giovane età.
Tali numeri ,uniti alle straordinarie doti dimostrate, attirano l'interesse della Dinamo Zagabria che riesce a tesserarlo nel 1989.


Nella formazione della capitale milita per due stagioni, continuando a segnare con incredibile regolarità, impreziosendo il suo già notevole bagaglio tecnico.
In tale periodo trascina i compagni con ben 34 reti in 60 partite, non riuscendo a vincere nessun trofeo rilevante.
Durante questa positiva esperienza, si guadagna anche l'esordio con la maglia della Jugoslavia contro le Isole Far Oer, impreziosendola con un gol nel 7-0 finale.
Il basso livello del campionato e le nascenti tensioni socio-politiche convincono Suker a cambiare ancora casacca, decidendo di provare un altro campionato europeo, confrontandosi con un contesto nuovo e sicuramente più impegnativo. Numerose sono le squadre che tentano di tesserare un tale talento, ma alla fine la spunta il Siviglia.

Le stagioni nella squadra andalusa si rivelano importantissime e permettono al giocatore Croato di fare quel salto di qualità necessario per imporsi nell'Olimpo del calcio.
Il primo campionato in Spagna si rivela un po' difficoltoso, pagando l'adattamento con un nuovo sistema di gioco e la non certezza di partire titolare. Segna 6 reti in 33 partite, cifre molto distanti dal suo abituale standard.
L'anno successivo l'ambizioso Siviglia piazza un gran colpo di mercato, tesserando uno dei più grandi giocatori di tutti i tempi, Diego Armando Maradona. L'ambiziosa  squadra si presenta al via con grande credito da parte dei critici e Suker si gioca  una chance importante, potendo scendere in campo con maggiore continuità, anche a seguito della cessione di Ivan Zamorano al Real Madrid. Come allenatore viene scelto Carlos Bilardo, ex allenatore della nazionale Argentina, campione del mondo nel 1986 e grandissimo amico del "pibe de oro".
Nonostante tutte queste aspettative l'esito del campionato non è così entusiasmante: la squadra termina al 7° posto con un Maradona ormai a fine carriera, gravato anche da vari problemi personali che lo rendono solo raramente capace di infiammare il pubblico del Ramon Sanchez Pizjuan.
Per Suker è invece una stagione discreta, tanto da realizzare 13 reti, mettendosi in luce come uno degli attaccanti più interessanti del campionato.


Nel frattempo inizia l'avventura della neonata nazionale croata, che vede nel prolifico attaccante une delle stelle principali, in una selezione giovane, ma estremamente talentuosa. 
La sua esplosione definitiva arriva nella stagione 1993/1994 dove riesce a realizzare ben 24 reti in campionato, contribuendo al sesto posto finale. 
Sempre nel 1994 si fa conoscere anche dall'Italia, rifilandogli 2 reti in una partita valida per le qualificazioni agli Europei.


Nonostante la positiva annata non ha l'opportunità di lasciare la squadra e continuare la naturale evoluzione in un club di livello superiore. Resta a Siviglia altri due anni, continuando a segnare con buona regolarità, non riuscendo a raggiungere prestigiosi traguardi, se non sudate qualificazioni per la Coppa Uefa.
Nel 1996 la nazionale croata ha la possibilità di partecipare agli Europei in Inghilterra, vetrina di prestigio per la forte nazionale balcanica.
Il cammino della squadra è più che buono; superato il girone deve arrendersi solo ai futuri campioni della Germania in un equilibratissimo quarto di finale.
Suker segna una doppietta contro la Danimarca e realizza il momentaneo pareggio contro la squadra tedesca, prima del definitivo 1-2 di Sammer.


L'eco delle sue prestazioni arriva a tutte e le grandi squadre europee, che decidono di bersagliare il Siviglia di offerte per garantirsi il talento del fortissimo attaccante croato.
L'opinione comune è che si tratti di uno dei centravanti più forti in circolazione, in grado di cambiare gli equilibri di una squadra.
Nel frattempo la squadra andalusa, a seguito di vari problemi economici, viene retrocesso nella seconda divisione spagnola, spianando quindi la strada alla cessione del giocatore.
La possibilità di arrivare finalmente in una "grande" si concretizza con il suo passaggio al blasonatissimo Real Madrid.


Nella squadra della capitale, Suker riesce finalmente a vincere trofei importanti, contribuendo, come sempre, con decine di gol.
Nella stagione 1996/1997 la squadra madrilena è allenata da Fabio Capello che riesce a portarla alla vittoria della Liga dopo un avvincente duello con Il Barcellona di Ronaldo. Nel confronto con il "fenomeno", il centravanti croato non sfigura, segnando 24 gol ed affermandosi come il principale terminale offensivo della squadra, formando con il serbo Mijatović la copia d'attacco più forte in Europa.


L'affermazione continentale è la dimensione che manca per imporsi definitivamente e tale lacuna viene colmata la stagione successiva, sia con il club che con la nazionale.
Il Real Madrid, sotto la guida di  Jupp Heynckes, si aggiudica la Champions League in finale contro la Juventus. Suker contribuisce con due doppiette, ad Olympiakos e Porto.
Non riesce a bissare il successo nel campionato, dove la squadra chiude con un non positivo quarto posto.
Terminata la stagione, inizia il Mondiale, dove la Croazia partecipa per la prima volta.
Nella suddetta rassegna, la squadra ottiene il massimo risultato della sua brevissima storia, raggiungendo il terzo posto finale.
Il forte centravanti croato trascina la squadra già dal girone iniziale, segnando contro la Giamaica e realizzando la decisiva rete nel match/spareggio contro il Giappone.
Negli ottavi un suo calcio di rigore regala la vittoria per 1-0 contro la Romania, aprendo le porte ai successivi quarti contro la Germania. In tale contesto la Croazia umilia i tedeschi con un secco 3-0 ed il "bomber" timbra il cartellino realizzando l'ultima marcatura.
La semifinale viene giocata contro i padroni di casa della Francia; Suker si dimostra ancora giocatore decisivo, realizzando il gol che porta in vantaggio la sua squadra. La partita è però rocambolesca ed i transalpini ribaltano il risultato con una doppietta di Thuram.

 
La delusione è colmata dal successo nella " finalina" per 2-1 contro l'Olanda, impreziosita dalla sesta perla dell'attaccante croato che gli vale il titolo di capocannoniere del Mondiale.


Tale affermazione consente di iscrivere il suo nome vicino a quelli dei più forti e celebrati attaccanti di tutti i tempi. A tal proposito solo Zinedine Zidane lo batte nella corsa al Pallone d'Oro 1998, piazzamento che risulta di grandissimo prestigio.
Al termine del mondiale vive un'ultima esperienza a Madrid, non molto positiva; la "sbornia" post mondiale si fa sentire, sia in termini realizzativi (4 gol in campionato), sia in termini di risultati, nonostante la vittoria della Coppa Intercontinentale.
Dope aver vinto tutto, decide di cambiare squadra e campionato, accettando la proposta dell'Arsenal.
In Inghilterra non riesce ad imporsi come vorrebbe, vivendo tale nuova realtà da comprimario. Segna 8 reti in 22 partite, vince lo Charity Shield e gioca uno spezzone nella finale di Coppa Uefa persa dai Gunners contro il Galatasaray. In merito a questo incontro c'è un particolare curioso: da sempre rigorista impeccabile, viene inserito da Wenger al 115° minuto proprio per calciare uno dei rigori della serie finale. Si incarica di battere il primo e lo manda sul palo, dando il via alla sconfitta della squadra inglese.


Al termine della stagione passa al West Ham, ma ormai lo spunto e la forma fisica non sono più quelli di una volta. Con gli Hammers gioca solo 12 partite, prima di trasferirsi in Germania nel Monaco 1860. Anche in Germania la sua classe si vede in pochi e sporadici casi, segnando 5 gol in 25 partite.
Nel 2003 decide di ritirarsi, lasciando un vuoto pesante da colmare per chiunque nelle squadre dove ha giocato.
Probabilmente stiamo parlando di uno degli attaccanti più forti degli ultimi anni, che ha saputo trascinare le squadre, non solo in termini realizzativi.
Nelle immagini proposte si vedono tutte le caratteristiche di Suker, identificabili in estrema sintesi nella parola "bomber".

Giovanni Fasani 


Fonti: storiedicalcio, elfutbloglin, taringa, rememberingfootbal, dalje, goal

domenica 23 febbraio 2014

SE SON ROSENBORG FIORIRANNO

Verso l’inizio degli anni 90 si affaccia alla ribalta del calcio europeo una squadra semisconosciuta fino a quel momento: il Rosenborg, squadra norvegese di Trondheim, città con circa 170.000 abitanti.
Ma quando ha inizio e come il cammino del Rosenborg verso l’elite del calcio europeo?
Dobbiamo tornare per un momento indietro nel tempo, precisamente all’anno 1985. Dopo una serie di anni senza stupire nessuno in patria ed addirittura retrocedendo 8 anni prima, la squadra di Trondheim riesce ad arrivare all’agognato titolo dopo 14 anni di assenza. Per di più il campionato (allora non si chiamava ancora Tippeligaen ma 1.divisjon) viene vinto contro una delle rivali storiche: il Lillestrom, battuto all’ultima giornata grazie ad un gol di Trond Sollied al minuto 65; il Rosenborg salì quindi a 33 punti lasciando i gialloneri a 32. Di seguito la sintesi della partita:


Trionfo quindi inaspettato ma che darà inizio ad un periodo di successi quasi irripetibile; parecchi sponsor decidono di investire nella squadra bianconera e ciò convince Nils Arne Eggen a tornare sulla panchina del RBK per la terza volta dopo le esperienze dell’annata 1971-1972, e gli 8 anni dal 1976 al 1983 (prima era stato calciatore in maglia bianconera dal 1960 al 1963 e dal 1966 al 1969).
Ma come mai il Rosenborg decide di riaprire un ciclo con Eggen che nei 9 anni precedenti aveva vinto solo  1 campionato (quello del 1971)? La risposta la si può evincere dal campionato precedente al ritorno di Eggen sulla panchina del Rosenborg nel 1988, ossia nella stagione 1986-1987 quando il 72enne allenatore norvegese portò al titolo il Moss, squadra che nella sua storia ha vinto solo quel campionato ed una coppa di Norvegia nel 1983. Attualmente milita nella 2.divisjon (terza serie norvegese).
La mossa si rivela esatta ed infatti l’allenatore-bandiera porterà subito in bacheca campionato e coppa di Norvegia. L’anno successivo il Rosenborg rimane all’asciutto di trofei e nell’ambiente ricominciano i malumori degli anni 70; ma la società, memore degli errori fatti proprio in quel decennio quando cambiò 10 allenatori, si tenne ben stretto il tecnico a cui continuò a dare fiducia, ripagata nel 1990 con un'altra doppietta campionato-coppa per poi rimanere per la seconda volta con un pugno di mosche l’anno successivo quando il campionato se lo aggiudicò il Viking e la coppa lo Stromsgodset.
Ma dopo il 1991 il Rosenborg diventa praticamente infermabile in patria, riesce infatti ad aggiudicarsi il titolo norvegese dal 1992 al 2004 mentre per quanto riguarda la coppa, arriverà “solo” nelle stagioni 1992-1995-1999-2003. Tutti questi successi però non sono opera solo di Eggen (il quale andò e tornò sulla panchina per altre 2 volte) che porterà i bianconeri al successo dal 1992 al 1997 e dal 1999 al 2002 ma anche di Trond Sollied (1998), Age Hareide (2003) e Per Joar Hansen (2004).
Per il Rosenborg quindi si aprono anche le porte della Champions League, manifestazione a cui parteciperà in pianta stabile nei gironi per il decennio a cavallo tra la seconda metà degli anni 90 e la prima metà degli anni 2000 togliendosi anche la soddisfazione di arrivare per 2 volte ai quarti di finale della più importante manifestazione per club d’Europa.
Prima di analizzare il cammino nelle due Champions dove fece più strada è doveroso capire come Eggen schierava i suoi uomini nella Champions 1996-1997 ed in quella 1999-2000.



1996-1997
Il modulo era un offensivo 4-3-3 con in porta Jamtfall, sulle fasce a spingere c’erano Kvarme a sinistra e Stensaas o Bergdolmo sulla destra (due giocatori però che stavano più abbottonati e non avvezzi alla spinta). Al centro della difesa Hoftun (impiegato anche come terzino destro in caso di necessità) e Bragstad.
Sulla linea mediana “Mini” Jakobsen a sinistra, Strand in mezzo e Skammelsrud a destra ma anche in questo caso i ruoli potevano cambiare in base alla disponibilità degli uomini, ad Eggen piaceva molto mischiare e mettere sempre i giocatori più freschi (tra gli altri centrocampisti ricordiamo anche Sorli, Staurvik e Fjortoft).
L’attacco era pressoché presieduto da Brattbakk al centro con Iversen ed Heggem ad alternarsi a destra e sinistra; ma come per i ruoli sopra citati anche qui c’era varietà, poteva benissimo giocare Soltvedt in attacco arretrando magari Heggem sulla linea di centrocampo nel caso la mediana lo richiedesse, oppure il già citato Fjortoft che era sì centrocampista ma all’occorrenza anche punta.

1999-2000
In questa stagione alcuni uomini sono cambiati ed il modulo subisce delle variazioni, infatti Eggen utilizzerà sia il 4-4-2 che il 4-5-1. Tra i pali sempre Jamtfall anche se il 24enne islandese Arason iniziava a farsi notare (diventò poi titolarissimo nel 2001 quando Jamtfall passò al Sogndal).
L'ossatura della difesa è sempre quella con Hoftun e Bragstad al centro, Stensaas a destra mentre a sinistra troviamo la novità Basma il quale prende il posto di Kvarme passato al Liverpool due anni prima.
Nella linea mediana troviamo gli stessi uomini: Skammelsrud, Strand e Jakobsen affiancati da Orjan Berg, Fredrik Winsnes, Bent Johnsen, Mats Skajaervold, Oyvind Svenning, tutti centrocampisti in grado di alternarsi i ruoli e capaci di adattarsi al meglio al modulo proposto da Eggen.
In attacco non troviamo più Brattbakk che al termine della stagione 96-97 è stato ingaggiato dal Celtic, il nuovo perno dell'attacco è il 20enne John Carew norvegese di origine gambiana, 193 cm e 18 gol in 18 partite nell'unica annata in maglia bianconera prima di passare al Valencia e successivamente alla Roma.
Le alternative a Carew sono Oyvind Storflor che però disputerà solo 12 partite prima di passare al Moss (tornerà al Rosenborg dal 2003 al 2008) e Jan Derek Sorensen attaccante molto mobile e dinamico.
Passiamo quindi ad analizzare nel dettaglio le due Champions:



Nella prima fase a gironi, la Champions League 1996-1997, il Rosenborg arriva da mezza sconosciuta in un girone che la univa a Milan, Porto e Goteborg dopo aver faticato a superare il turno preliminare contro il Panathinaikos, vittoria arrivata nei tempi supplementari nella sfida del Lerkendal del 21 agosto 1996 quando, dopo il gol di Strand al 63° minuto, arrivarono i gol di Iversen al 94° e Heggem al 97°, quest’ultimo subentrato proprio a Strand al minuto 85.

L’esordio nella fase a gironi non è ovviamente dei più semplici, la compagine bianconera è di scena all’Ullevi di Goteborg presentandosi da cenerentola del girone. Segna “Mini” (il cui soprannome deriva dall’altezza del centrocampista norvegese, 168 cm) Jakobsen dopo 32 minuti ma una doppietta di Erlingmark al 38° e 49° fa capire che la partita si sta incanalando per la via svedese. Ma non sarà così, dopo il gol al Panathinaikos è ancora Iversen ad andare in gol al 52° ed a sorpresa sarà Brattbakk a regalare una storica vittoria ai norvegesi al minuto 64.
Nella seconda partita la squadra bianconera ospita il plurititolato Milan per una gara che sulla carta non lascia dubbi sull’esito finale ed infatti dopo 6 minuti i rossoneri sono già in vantaggio grazie a Marco Simone ma si fanno rimontare 10 minuti più tardi da un gol di Trond Egil Soltvedt. Tuttavia il Milan riuscirà ad andare a segno ancora con Simone per 2 volte e con Weah nella ripresa, risultato finale 4-1 e Rosenborg ridimensionato.
Nell’ultima partita di andata, arriva al Lerkendal un’altra squadra molto ostica: il Porto dei vari Jardel, Sergio Conceicao e Jorge Costa. Ma per i portoghesi sarà tutt’altro che una passeggiata, la vittoria infatti arriverà solo al 90° minuto grazie ad un gol di Jardel dopo che il Rosenborg era rimasto in 10 al minuto 76 per l’espulsione di Jahn Ivar Jakobsen. Ma la contemporanea vittoria del Goteborg sul Milan lascia in corsa gli uomini di Eggen i quali dopo 3 giornate hanno 3 punti esattamente come gli svedesi ed i rossoneri mentre il Porto viaggia spedito per il primo posto a quota 9.
Nella quarta giornata i norvegesi saranno di scena al As Antas di Oporto dove i padroni di casa si aggiudicano il primo posto matematico grazie al 3-0 per opera di Zahovic, Drulovic e Duarte Oliveira spazzando via il modesto Rosenborg al quale ora servirà un mezzo miracolo per passare il turno.
Ma i vichingi di Norvegia non si fanno per nulla intimorire ed andranno a strappare i 3 punti al Goteborg nella partita del Lerkendal grazie ad un rigore trasformato da Skammelsrud al 66° dopo l’espulsione di Alexandersson che aveva provocato il rigore. Il Milan riesce a strappare 1 punto in Portogallo ma poco cambia per gli uomini di Eggen che dovranno comunque andare a vincere anche a San Siro, impresa quasi proibitiva contro l’armata rossonera.
Ma sarà il clima più simile alla Norvegia, sarà che “mai dire mai”, a San Siro accade ciò che nessuno si aspetta: i norvegesi passano al 29° minuto grazie ad una fortunosa azione di Brattbakk che si ritrova la palla tra i piedi e trafigge Rossi con un preciso e forte sinistro. Il Milan riuscirà poi a pareggiare con Dugarry alla fine del primo tempo ma Heggem al minuto 70 regalerà l’inaspettata vittoria con un colpo di testa approfittando di un’indecisione di Baresi, Rossi e Maldini.
                        
                      

Ed ecco che si materializza una delle più cocenti delusioni della storia rossonera ed una delle belle favole che questo sport riesce sempre a regalarci.
Nella fase successiva, i quarti di finale (all’epoca la Champions prevedeva 4 gironi da 4 squadre), i norvegesi si ritrovarono di fronte alla squadra Campione d’Europa in carica: la Juventus di Marcello Lippi.
Sulla carta un altro match senza storia ma visto ciò che successe qualche tempo prima, meglio non sbilanciarsi troppo.
L’andata si gioca al Lerkendal e dopo un primo tempo senza gol e senza particolari colpi di scena, è proprio il Rosenborg a passare in vantaggio al 51° minuto grazie a Soltvedt ma la gioia dura 60 secondi, infatti al minuto successivo un gol di Vieri regala il pareggio alla Juventus permettendo alla squadra di Lippi di giocare il ritorno con più serenità. E così accadde: la partita viene sbloccata al 29° minuto grazie a Zidane, il Rosenborg non riuscirà più di tanto ad impensierire gli avversari e così la partita viaggia spedita nella direzione juventina grazie anche al gol di Amoruso su calcio di rigore al 90° appena dopo l’espulsione di Stensaas.
Finisce qui quindi la favola del Rosenborg nella Champions 1996-1997, un girone più che onorevole coronato dalla bella vittoria sul Milan. Tanta esperienza acquisita e la grossa soddisfazione di aver giocato contro i Campioni d’Europa.
Tale esperienza però non fu sufficiente l’anno successivo per qualificarsi ai quarti, i norvegesi infatti arrivarono secondi nel girone ma non furono sufficienti gli 11 punti ottenuti (all’epoca 6 gironi da 4 squadre, passavano le prime e le 2 migliori seconde che risultarono essere Bayer Leverkusen con 13 punti e Juventus con 12).
Restano comunque enormi le soddisfazioni di aver battuto 2-0 il Real Madrid (Campione d’Europa quell’anno), di essere arrivato davanti al Porto (2-0 al Lerkendal, 1-1 al As Antas) e di aver rifilato 7 gol all’Olympiakos tra andata e ritorno.
Per ritrovare il Rosenborg che passa il girone bisogna balzare alla Champions 1999-2000 dove la compagine norvegese viene inserita nel gruppo C unitamente a Feyenoord, Borussia Dortmund e Boavista senza passare dal preliminare.
L’esordio è da favola: gli uomini di Eggen sono di scena al Do Bessa di Oporto ospiti del Boavista. Un 3-0 che spazza via i portoghesi grazie alle reti di Sorensen dopo 9 minuti, di Berg alla fine del primo tempo e di Strand al 73°. Sulla carta è l’avversario più facile del girone ma gli uomini di Eggen ben impressionano per il bel gioco e le tante reti.
Il secondo impegno è certamente più complicato, al Lerkendal arriva il Feyenoord che schiera calciatori del calibro di Tomasson (ex Milan), Julio Cruz (ex Inter e Bologna), Paauwe, il capitano Van Gastel, Bosvelt che vanta 24 presenze con la nazionale olandese e Bonaventure Kalou. Il tutto si risolve in 24 minuti nei quali verrano segnati ben 4 gol; dapprima passano in vantaggio gli ospiti all’11° minuto grazie a Tomasson che approfitta di una ribattuta corta di Jamtfall, la reazione dei bianconeri è efficace ed infatti 9 minuti dopo è Carew a realizzare la rete del pareggio con uno splendido tiro al volo sfruttando il perfetto cross di Strand. Gioia che durerà 3 minuti quando Kalou approfitta di un’indecisione della retroguardia norvegese ed insacca con un bel destro alle spalle di Jamtfall. Due minuti dopo sarà ancora Carew a mettere in rete, questa volta in maniera del tutto fortunosa deviando un tiro debole di Berg.
Altro 2-2 è quello della terza giornata dove nella terra dei fiordi arriva il Borussia Dortmund di capitan Reuter, da brividi l’inizio di gara dei norvegesi che dopo 22 minuti si trovano sotto 2-0 per opera dei gol dell’attaccante bosniaco Barbarez (splendido destro a giro all’incrocio) e dell’ex Juventus Kohler (zampata da pochi passi). Ma al 35° un colpo di testa di Sorensen riapre la partita ed al 68° è un preciso diagonale di Carew a regalare il pareggio.
Il ritorno sarà una carneficina per i tedeschi che verranno sconfitti in casa 3-0, mattatore della serata Sorensen che relizzerà una doppietta al 17° (gol viziato da un fuorigioco) ed al 58° su un perfetto calcio di punizione. Il terzo gol che chiuderà la partita verrà messo a segno da Winsnes al 70° dopo uno spettacolare scambio con Jakobsen.



Si arriva quindi alla 5° giornata con la classifica che vede il Rosenborg in testa con 8 punti seguito da Borussia Dortmund con 5, Feyenoord 4 e Boavista 2. Se gli uomini di Eggen riusciranno a battere il Boavista la qualificazione sarà matematica e per giunta come primi nel girone in caso al Westfalenstadion Borussia e Feyenoord pareggino.
Il match del Lerkendal rimane bloccato fino al 61° minuto quando Berg riuscirà a portare in vantaggio i norvegesi e 5 minuti dopo sarà Tore Andre Dahlum a regalare vittoria per 2-0 e primato nel girone visto che a Dortmund tedeschi ed olandesi pareggeranno 1-1.
L’ultima giornata diventerà una semplice scampagnata a Rotterdam ma col Feyenoord che dovrà sperare in una vittoria ed alla contemporanea non-vittoria del Borussia ad Oporto.
Il match è molto equilibrato ma inevitabilmente è il Feyenoord ad avere il pallino del gioco. Quando tutto sembra incanalato verso lo 0-0 è il brasiliano Somalia a sbloccare la partita sfruttando un assist di Samardzic e trafiggendo Jamtfall da pochi passi. La contemporanea sconfitta del Borussia Dortmund qualificherà quindi anche il Feyenoord. Ovviamente per i vichinghi è una sconfitta indolore.
Si passa quindi al girone successivo dove le squadre in gara sono 16 divise in 4 gironi da 4. Il Rosenborg è in un girone a dir poco di ferro: Bayern Monaco, Real Madrid e Dinamo Kiev.
L’esordio è tra le mura amiche contro il Bayern Monaco di Ottmar Hitzfeld che passerà in vantaggio dopo 9 minuti grazie a Carsten Jancker, gol che però verrà pareggiato ad inizio ripresa da Skammelsrud al suo primo gol in questa Champions League.
La seconda giornata è quella che presenta le maggiori insidie, infatti il Rosenborg andrà a fare visita ai futuri Campioni d’Europa del Real Madrid. La partita è però tutt’altro che a senso unico, i norvegesi si fanno valere e riusciranno a pareggiare ad inizio ripresa con Carew (colpo di testa da calcio d’angolo), il vantaggio di Raul al 18°, bravo a calciare in rete un tiro di Savio mal respinto da Jamtfall. Real all’arrembaggio, Rosenborg chiuso nella sua metà campo. I madrileni troveranno il gol del 2-1 all’85° grazie ad un potente sinistro di Savio ed il 3-1 è opera di Roberto Carlos che infila la porta avversaria con un preciso destro.
Dopo due giornate il girone è saldamente in mano al Real Madrid (6 punti) ed al Bayern Monaco (4). Per il Rosenborg arriva quindi il doppio impegno con la Dinamo Kiev del colonnello Lobanovsky.
Per passare il turno i norvegesi devono almeno sperare di ottenere 4 punti, ma l’andata, giocata all’Olimpiyskyi di Kiev sarà tutt’altro che una serata positiva. Il primo tempo lo chiude in vantaggio la squadra ucraina grazie alla bordata di Katskevich al 9° ed all’eurogol di Rebrov al minuto 29. Ad inizio ripresa è Jakobsen a risolvere in mischia ma la partita terminerà 2-1.
A questo punto ogni velleità di successo viene meno ai bianconeri ed infatti anche il match del Lerkendal verrà perso 2-1 dove il man of the match è ancora una volta Rebrov che realizzerà una doppietta alla mezzora ed al 67° minuto, in mezzo il gol di Berg che sfrutta una bruttissima uscita del portiere avversario Shovkovskiy.
Non solo quindi viene meno la possibilità di passare il turno ma il Rosenborg è matematicamente ultimo avendo 5 punti punti di ritardo da Dinamo Kiev e Real Madrid che ha perso entrambe le sfide col Bayern Monaco.
Le ultime due giornate diventano quindi inutili ai fini della classifica ma il Rosenborg comunque non incapperà in figuracce perdendo solo 2-1 a Monaco ed 1-0 in casa contro il Real Madrid.
I norvegesi parteciperanno ancora parecchie volte alla Champions League senza però mai più passare la prima fase a naturale conclusione di un ciclo che l’ha vista protagonista svariate volte e togliendosi come accennato prima, grosse soddisfazioni… Non ultima quella di aver regalato al pubblico europeo una bellissima realtà.
TAKK ROSENBORG!!

Matteo Maggio



Fonti: politiforum,worldfootball

martedì 18 febbraio 2014

CHI SI RICORDA DELL'UNIONE SOVIETICA?

Se si volesse azzardare un elenco delle principali nazionali degli anni'80, sarebbe doveroso dedicare tempo a quella squadra che in modo grossolano veniva chiamata "Russia", ma che in realtà comprendeva tutti gli stati dell'Unione Sovietica.
In quel tempo poco si sapeva dei campionati dell'Europa orientale,internet era ancora lontano e la situazione politica non consentiva di avere un quadro chiaro del livello del calcio sovietico e dei giocatori principali.
Tuttavia, affrontare tale temibile rappresentativa, dalle maglie rosse o bianche con la scritta CCCP (Сою́з Сове́тских Социалисти́ческих Респу́блик- Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche) faceva davvero tremare le gambe, sia per quel senso di poco conosciuto, sia per la forza effettiva di tale compagine.
Con riferimento al suddetto periodo storico, l'analisi considererà il periodo 1986-1990, arco temporale che parte dai Mondiali di Messico 1986, per passare agli Europei di Germania 1988 per finire con i Mondiali di Italia 1990.
L'URSS fu grande protagonista di quelle manifestazioni presentandosi al mondo come una squadra futuribile, con un'idea di gioco e schemi innovativi, che lasciarono senza parole osservatori ed avversari.
Partiamo dall'allenatore, tale Valerij Lobanovs'kyj, un eroe in patria, torna ad allenare la nazionale per la terza volta, dividendosi con il ruolo di allenatore della Dinamo Kiev.
Proprio i risultati con il club porta la federazione sovietica ad attribuirgli il delicato compito di rilanciare il livello del locale, anche alla luce del successo ottenuto nella Coppa delle Coppe 1985/1986.
Il tecnico di origine ucraina porta nella nazionale i dettami che tanto gli hanno dato nella Dinamo: movimenti precisi, possesso palla sistematico, difesa arcigna, laterali che salgono di continuo, centrocampo dai così detti "piedi buoni" ed un centravanti moderno dal gol facile e dai movimenti sempre e comunque finalizzati alla manovra di squadra.
Per usare una metafora, la squadra sovietica sembra recitare un copione a velocità folle o per usare un linguaggio informatico sembra essere programmata alla perfezione, trovando una contromossa ad ogni possibile ostacolo in campo.
Ma il calcio di Lobanovs'kyj si basa, principalmente, su una serie di principi: il collettivo è la cosa più importante, ogni giocatore sa quello che deve fare ed ogni movimento ed ogni azione vengono provate fino a che non sono memorizzati perfettamente nella mente di ogni giocatore. Non sono ammesse iniziative personali e l'IO di ogni calciatore è subordinato al NOI dell'URSS.


I detrattori di tale credo, imputano un'impostazione militare dell'allenamento, tanto che si pensa che i giocatori ricevano ordini e non consigli e che non ci sia uno spogliatoio ed un conseguente rapporto umano allenatore/giocatore.
Inoltre tale enfasi sui meccanismi tecnico-tattici sembra soffocare il talento di alcuni giocatori, che, ad un occhio critico, sembrano schiavi di dette impostazioni, sforzandosi di fare una giocata preparata piuttosto che un dribbling in più o un tiro dalla distanza.
Appare però evidente come l'URSS in questione proponga un calcio nuovo, dalle giocate sistematiche effettuate a velocità elevata, basate su di una tecnica di base di primo ordine e da una preparazione fisica curata nei minimi dettagli.
L'analisi in questione considererà maggiormente l'Europeo del 1988, ma è bene partire dalla prima competizione dei quattro anni.


Nel mondiale del 1986 la squadra si presenta con un canonico 4-4-2. La “corazzata sovietica”, volutamente molto giovane, ha tra le file il Pallone d'Oro 1975, Oleh Blochin, formidabile attaccante della Dinamo Kiev. Il giocatore, al tempo trentaquattrenne, non fa parte della squadra titolare e non lascerà il segno nella competizione.
Se si vuole cercare una "stella" la si può trovare in Ihor Bjelanov, attaccante sempre della Dinamo Kiev, un mix di tecnica e di senso del gol. Proprio lui vince il pallone d'oro 1986, per il Mondiale disputato, in un sistema che non permetteva ancora di premiare giocatori non europei.


L'esordio nella competizione è strabiliante e l'Ungheria viene battuta per 6-0. Il match è la sintesi del calcio voluto da Lobanovs'kyj ed il mondo inizia a guardare con ammirazione ed un pizzico di timore alla realtà sovietica.


Nella seconda partita, l'URSS affronta la fortissima Francia di Platini. Il match termina 1-1 e la squadra si dimostra all'altezza dei campioni d'Europa in carica, andando in vantaggio e giocando la partita a ritmi altissimi, anche per togliere respiro al fuoriclasse francese.


I due ottimi risultati la portano a giocare senza pressioni l'ultimo impegno del girone contro il Canada, vinto per 2-0 con il primo gol segnato da Blochin.
Negli ottavi di finale l'avversario da affrontare è il Belgio di Guy Thys. L'impegno non sembra così ostico, per il fatto che la squadra avversaria si è qualificata solo come miglior terza.
Il campo dice un'altra cosa e L'URSS perde per 3-4 dopo i supplementari, in un match dove la qualificazione passa da una compagine all'altra con appassionante alternanza. La squadra sovietica è trascinata da un fenomenale Bjelanov, che realizza tutti e tre i gol, ma paga una difesa stranamente svagata e in forte difficoltà nei movimenti difensivi.


L'avventura al Mondiale si conclude presto, nonostante le ottime prestazioni nel girone, ma appare anche utile come rodaggio per affrontare al meglio le successive competizioni.
La prima in ordine temporale è l'Europeo del 1988, dove, probabilmente, il calcio sovietico raggiunge l'apice del tempo, in termini di proposta di gioco e di maturità dei giocatori selezionati.
Sappiamo ormai come è andata; l'URSS viene battuta in finale dalla forte Olanda di Rinus Michels.
Interessante può risultare un'analisi dei protagonisti di quell'URSS, analizzandone le caratteristiche e valutandone l'importanza nel contesto della squadra.
Probabilmente rappresentano gli undici titolari più cari a Lobanovs'kyj, o, per dirla alla sua maniera, quelli che più hanno capito e messo in campo la sua innovativa proposta di squadra.


La squadra si presenta con il consueto 4-4-2, interpretato in maniera dinamica a fortemente adattabile all'avversario ed alla situazione di punteggio.
Tale schema può essere riassunto nel rappresentazione qui sotto:


In porta gioca  Rinat Dasaev, portiere dello Spartak Mosca, a tutti gli effetti un monumento, tanto da essere il portiere titolare fino ai Mondiali del 1990.
Il classico "portierone", sempre sicuro, un leader nel comandare la difesa ed in possesso di riflessi notevoli tra i pali. Nominato negli anni anche come miglior portiere del Mondo.
La difesa si presenta a 4, con una zona pulita o precisa, che sa adattarsi al sistema di gioco avversario, tanto da prevedere che uno dei centrali si stacchi all'occorrenza, impostandosi come libero.
Come terzino destro gioca Volodymyr Bessonov, laterale velocissimo ed infaticabile. A tutti gli effetti il prototipo dell'esterno basso dei giorni nostri, con un destro potente ed un buon feeling con il gol.
La coppia Vagiz  Khidjatullin e Oleh Kuznetsov forma il reparto centrale della difesa, ben coadiuvandosi nei meccanismi difensivi voluti da Lobanovs'kyj. Entrambi hanno positive esperienze all'estero, dimostrandosi difensori efficaci.
Sulla sinistra si disimpegna Vasili Rats, centrocampista esterno di impostazione, grande corsa e tiro micidiale dalla distanza. Il tecnico lo impone esterno basso, sfruttandone la duttilità e la rapidità di corsa, che gli permette di fungere da vera e propria ala per tutta la competizione.
Il centrocampo è grande qualità, con giocatori tecnici ed in grado, all'occorrenza, di supportare il reparto avanzato.
In mezzo si presenta con due mediani classici, Oleksij Mikhaijlichenko e Sergej Aleinikov, ottimi dal punto di vista tattico e sempre in grado di dare equilibrio al centrocampo, sia in fase di gestione del gioco, sia come sapiente filtro in fase di non possesso palla.
Mikhaijlichenko, definito da Lobanovs'kyj il "giocatore perfetto", è un centrocampista completissimo, dal grande fisico e dai mezzi tecnici notevoli.
Rappresenta il mediano ideale per il gioco sovietico, grazie alla sua sapienza nei movimenti in campo.


In seguitio gli viene data anche la chance di giocare nel campionato italiano, nella Sampdoria, per una stagione. In Italia il talentuoso centrocampista non riesce a fare la differenza, nonostante la discreta stagione e la vittoria finale dello storico scudetto della formazione blucerchiata datato 1990/1991.
Aleinikov è un giocatore dal ritmo compassato, ma dalla grande sapienza tattica, unita ad una capacità notevole negli inserimenti e nel supporto alla frenetica manovra dell'URSS.
Anche lui vanta un'esperienza in Italia, militando per una stagione nella Juventus. La scarsa velocità del giocatore bielorusso mal si addice al campionato italiano ed Aleinikov vive una stagione da comprimario, vincendo, comunque, la Coppa Italia e la Coppa Uefa nel 1990.
A garantire gol e fantasia ci pensa in prima battuta Hennadij Litovchenko, giocatore velocissimo e tecnico, ideale nel creare più di un problema alle difese avversarie. 
L'imprevedibilità dei suoi movimenti risulta di difficile lettura, inserita in una possesso palla velocissimo e precisissimo. Oltre a dette caratteristiche, dimostra in tutta la carriera una certa confidenza con il gol, sia in madrepatria che in altri campionati, principalmente nell'Olympiakos. A completare il pacchetto di centrocampo, con il compito di trovare giocate di livello, è chiamato Oleksandr Zavarov.


Si tratta in prima istanza di un giocatore di grande talento e dai colpi di classe di grande livello. Negli schemi ferrei della squadra sovietica si muove a suo piacimento, dimostrandosi giocatore di gran livello. In realtà, a causa anche di una scarsa personalità, non riesce ad essere il giocatore dalla giocata "facile" o quello che può "risolvere la partita".
Tale limite sarà ben visibile nella Juve, dove Zavarov gioca per due stagioni, risultando il primo sovietico in Italia. Strappato al credo calcistico di Lobanovs'kyj e gravato dal peso della maglia numero 10, non riesce mai ad imporsi, restando una mezza delusione e mostrando la sua indiscutibile tecnica solo in rari sprazzi. Partecipa alla doppia vittoria della Juventus nella Coppa Italia e nella Coppa Uefa 1988/1989.
Il reparto offensivo vede il "Pallone d'oro" Belanov supportare uno degli attaccanti più celebrati del periodo, Oleg Protasov.


Vera e propria macchina da gol in patria, si dimostra centravanti completo e dalla grande potenza. Negli anni '80 rappresenta uno dei centravanti più prolifici in circolazione, segnando con grande regolarità anche nell'Olympiakos.
Nell'URSS i suoi movimenti sembrano sincronizzati con quelli dei centrocampisti, che possono contare su di una boa sempre presente, ma anche abile negli spostamenti a favorire i veloci inserimenti.
Gli undici giocatori elencati rappresentano, probabilmente, la formazione ideale per Lobanovs'kyj ed anche quella che più ha messo in mostra il calcio futuristico dell'URSS.
Nell'Europeo in questione riescono a battere l'Olanda e l'Inghilterra nel girone e domineranno l'Italia nella semifinale.


Devono inchinarsi in finale allo smisurato talento dell'Olanda, trascinata da uno strepitoso Marco Van Basten, autore di uno dei gol più belli della storia del calcio.


Nel 1990 l'URSS è chiamata a confermare la sua nomea di squadra da battere e se possibile a migliorare i risultati ed il piazzamento del 1986.
A livello di rosa pochi i cambiamenti significativi: si punta forte sul formidabile blocco del precedente europeo, che nei due anni passati ha arricchito il bagaglio tecnico tattico, arrivando ad una piena maturità calcistica.
Se si considerano i nomi, è bene citare due futuri italiani: Igor Dobrovol'skij ed Igor Shalimov. Il primo, fantasista dalla scarsa continuità, vive una non positiva stagione nel Genoa. Il secondo fa il suo esordio nel noto Foggia di Zeman imponendosi come centrocampista tecnico e versatile dal gol facile. Approda poi all'Inter con discreto successo, vincendo anche la Coppa Uefa 1993-1994.
I mondiali in terra italica si rivelano però una delusione; la squadra è arrivata alla fine del ciclo ed il bel gioco sistematico di Lobanovs'kyj perde efficacia, essendo stato studiato ed interpretato dagli avversari.
Inserita in un girone con Romania, Argentina e Camerun perde le prime due partite per 2-0, rendendo inutile la terza gara contro gli africani.
Nel primo match perde in modo meritato dalla rivelazione Romania, con doppietta di Marius Lacatus. Nel successivo incontro si arrende ai campioni in carica, in una partita dai molti episodi dubbi, compreso un evidente fallo di mano di Maradona nella propria area non sanzionato dall'arbitro.


L'URSS spumeggiante e tonica si vede solo nell'ultimo impegno contro il già qualificato Camerun, con un 4-0 che profuma tanto di epitaffio della squadra sovietica.
Forse anche a causa delle sirene occidentali e dalla possibilità di uscire dal contesto sovietico, i giocatori non sembrano più parte dell'iniziale progetto, non garantendo la cieca applicazione dei dettami voluti dal tecnico.
L'imminente disgregazione dell'impero sovietico rende questo l'ultimo grande torneo al quale si è assistito alle prestazione della squadra con la maglia CCCP, compagine che ha davvero cambiato il calcio o, quantomeno, il concetto di squadra.

Giovanni Fasani



Fonti: storie di calcio, oldschoolpanini, myfottballfacts, solofutbol,soccemond